L’ultimo Nibali / Il blob: «Mi mancheranno le sfide. Non mi piacciono le cicatrici, in bici i pensieri spariscono»

Nibali
Vincenzo Nibali al Giro d'Italia 2022
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Diciotto anni di professionismo, undici Giri d’Italia, nove Tour de France, sette volte la Vuelta di Spagna, più moltissime altre occasioni: una granfondo d’estate, Emma che gioca in monopattino, un giorno di lockdown, un pomeriggio sul lago, un ritiro invernale al mare della Spagna, uno estivo sulle Alpi italiane, cento o forse mille vigilie, chissà quante parole biascicate dopo un traguardo. Scelte fra milioni, ecco le parole di Vincenzo Nibali che abbiamo conservato per voi.


I pensieri. «In bici non pesano. Anzi: sparisce quasi tutto, hai la mente più pulita. Ero così anche quando ero un piccolo teppista iperattivo: la bici mi calmava, tornavo stanco morto».

Cambiare. «Sono cambiato come atleta e come persona. Ero più espansivo forse. Diretto e schietto lo sono ancora, sempre. Come atleta ero più spavaldo, pensavo di meno. Mi sono preso dei cazziatoni, mi hanno aiutato a crescere».

Cambiare/2. «E’ cambiato il mondo, perché non dovrebbe cambiare il ciclismo?».

La Sanremo. «Cosa cambierei? La partenza, la preferirei un un po’ più tardi. A me piace dormire».

La Sanremo/2. «Sono 300 chilometri per quindici minuti di adrenalina pura, sono cose che vengono così, senza pensarci troppo».

Il Tour. «Sono finito dentro a una giostra, che girava e girava. Qualche volta ho avuto paura di non farcela, di essere travolto. Tutti mi volevano, e non potevo dire sempre di no, altrimenti non sarei stato io. Ma è stato complicato mantenere l’equilibrio».

Tornare indietro. «Non vorrei tornare ad avere 15 anni. A 20-25 sì: ero libero, senza responsabilità, vivevo da solo ma avevo già qualche soldo in tasca, facevo quello che mi pareva. E’ stato un momento molto bello».

Le corse. «Mi mancherà la sfida. Il gioco, anche un allenamento. Come quella volta che ho sfidato Ulissi su una salita dura, oltre il 15%, nessuno dei due voleva stare dietro, e siamo arrivati in cima che eravamo blu».

Le valigie. «Una cosa che non mi mancherà sono le valigie».

Sua figlia Emma. «Se decidesse di correre in bici non sarebbe un problema ma preferirei un altro sport, il ciclismo è troppo duro, pretende troppi sacrifici, troppe rinunce».

I guadagni. «Mi dicono: tu guadagni tanto. Ma solo io so a cosa ho rinunciato, ho lasciato tutto a quindici anni per correre, e sono anni che nessuno mi ridarà indietro».

In gruppo. «Gli altri mi vogliono bene, forse perché ascolto tutti, parlo con tutti, sono attento alle cose speciali di ognuno».

Vincenzo Nibali in azione durante la Milano-Sanremo da lui vinta

Il contatto. «Tutti vogliono un pezzetto di me. Non è mai semplice, dipende dai giorni, non amo molto il contatto fisico».

La privacy. «A casa mia sto bene, sono tranquillo. A Lugano rispettano la mia privacy, hanno un approccio più pacato. E’ alle corse che tutto si trasforma in un grande palcoscenico».

Le strade. «Ci vogliono leggi che proteggano gli utenti più deboli, non si può più aspettare».

Il ciclismo. «Mi ha tolto dalla strada, magari dalle discoteche, da certe amicizie sbagliate. Mi ha tolto sicuramente una parte di gioventù ma se guardo a tutto quello che ho, capisco che è stato soltanto un passaggio».

Il sindacato. «Dovendo proteggere una categoria un sindacato dev’essere prima di tutto forte: appoggiare i corridori nelle contrattazioni, tutelare soprattutto i più deboli, che non devono esporsi, avere una voce sola, che si faccia sentire quando ci si confronta con le istituzioni. Purtroppo siamo una categoria debole, non abbiamo diritti di immagine, non godiamo dei diritti televisivi. Quando sei debole la tua voce non si sente».

La nuova generazione. «A volte arrivi in gara, vedi che hai buoni numeri e poi ti passano che sembri fermo. Ti chiedi: com’è possibile? Questa generazione sta facendo qualcosa di incredibile. E’ dura da accettare ma è la verità, non ci sono tante domande da farsi».

Il doping. «Io sono onesto, e mi fido dei miei colleghi, voglio pensare siano tutti onesti. Noi tutti abbiamo cambiato il ciclismo in meglio, voglio pensare che siamo tutti a posto. Poi, come si dice, la mamma degli imbecilli è sempre incinta».

Pancia a terra. «Si parte pancia a terra, e si arriva pancia a terra. Tutti hanno due, tre preparatori in squadra, e tutta la squadra va forte. Ho visto come lavorano certi corridori: è brutto da dire ma gli dicono cosa mangiare, quando, a che ora, persino a che ora andare a dormire. E loro eseguono alla lettera».

Il piano B. «Ce l’avevo, ma non mi piaceva. Sarei andato a lavorare con i miei, in fondo la fotografia mi piace, la cinetecnica pure. Però ero sempre in conflitto, litigavo con mio padre, i nostri sono due caratteri che andavano sempre in contrasto».

Credere. «Sono credente, anche se non praticante. Quando mi insultano o mi criticano sui social a volte penso che dovrebbero leggere la Bibbia, chi è senza peccato…». 

I sogni. «Sognare è sempre molto bello, la parte difficile è realizzare il sogno».

Le tabelle. «Neanche adesso mi piacciono le tabelle però sono necessarie. E’ vero che da giovane andavo a istinto ma non è che raccogliessi poi chissà che. Ho imparato vedendo come lavoravano i campioni che erano in squadra con me, quelli come Ivan Basso»

Il Fiandre. «Pensavo che nella prima parte fosse una roba più tranquilla, invece mi sembrava di essere dentro una lavatrice. I muri bisogna prenderli davvero davanti, e ogni volta si fa una volata per riuscire a imboccare le curve davanti. Una battaglia impressionante dal primo all’ultimo chilometro. Durissima. E bellissima».

Le critiche. «Mi piace ascoltare, anche chi mi critica. Per capire. Vado su Facebook, leggo e qualche volta intervengo: chiedo di spiegarmi perché ce l’hanno con me, sono veramente interessato, giuro. Non si sa mai, magari posso anche imparare qualcosa. Ma in genere rimangono a bocca aperta, non credono che sia davvero io».

Le cicatrici. «Se potessi tornare indietro rivorrei Michele Scarponi. Ed eviterei qualche sbaglio. La cadute, quelle che ti lasciano i segni. Mi dà fastidio vedermi addosso le cicatrici».

Pantani. «Io ero piccolo. Pantani erano i pomeriggi davanti alla tivù, a guardare le sue imprese, a emozionarmi come tutta l’Italia quando staccava i suoi rivali».

La paura. «Qualche volta ce l’ho. Non è tanto correre in mezzo alla gente, è più brutto correre in mezzo al gruppo a 70 all’ora».

Il giorno ideale. «Divano, copertina, tivù, Emma che gioca con me. Non si stanca mai».

Gli hobby. «Gioco anche da solo. Sono fissato con il modellismo, ma capita sempre più di rado. Mi piacciono i radiocomandi, le macchine, prima usavo quelle a scoppio, adesso quelle a batteria. Se c’è mia moglie guardiamo un film. Tutti i generi, anche horror, se capita. Altrimenti monto e smonto qualcosa in casa. Ho smontato anche l’Iphone».

Online. «Non credo che avrei problemi a restare sconnesso per un po’. Ma non vedo perché: rimanere connessi, almeno con le persone che ami, è più comodo».

La storia. «Faccio tutto con leggerezza. Se pensi che stai facendo la storia diventa tutto più pesante. Diventa un lavoro, non un divertimento».

Gregari. «Certo che avrei fatto anche il gregario. Lo fanno in tanti, non ci trovo niente di disdicevole. A me piace andare in bicicletta».

I paragoni. «Slongo mi diceva che sono elegante come Coppi. Ma in tanti mi dicono che assomiglio di più a Bartali. Come carattere, perché non mi va mai bene niente».

Smettere. «Potrebbe essere un momento difficile, mi aspetto che sia un momento triste, ma voglio pensare anche che sarà bello, immaginarlo come una novità, qualcosa che cambierà la mia vita, che aprirà un altro capitolo».