Parisini, il peggio è alle spalle: «L’anno scorso volevo smettere, adesso vado al mondiale»

Parisini
Nicolò Parisini della Qhubeka in una foto d'archivio
Tempo di lettura: 5 minuti

Nell’aereo con destinazione Sydney e scalo ad Abu Dhabi partito stamattina alle 8 da Milano c’era la nazionale di Marino Amadori. Tra i corridori al suo servizio anche Nicolò Parisini, che soltanto un anno fa voleva smettere.


«Se non l’ho fatto – racconta adesso lui – devo ringraziare la mia famiglia e la mia fidanzata. Avevo perso gli stimoli, il rischio era davvero concreto. Da anni vivo con un fardello talvolta insopportabile: quello di vincere molto meno di quanto potrei. A volte mi è sembrata una maledizione. Più che impegnarmi e dare il massimo, cosa posso fare?».

Cosa ti succede in gara?

«E’ come se qualcosa dentro di me s’inceppasse. Spesso mi capita di mollare un attimo prima di avercela fatta, e il modo in cui si reagisce in quell’attimo fa la differenza tra l’essere uno dei tanti oppure un bel corridore. E’ spiacevole, davvero. Ho vissuto dei momenti bui».

E’ un problema definitivamente risolto?

«No, però sto migliorando a vista d’occhio. Il mio carattere non aiuta: sono chiuso, timido, introverso. Ovviamente con le persone che non conosco, si capisce, ma non mi piace lo stesso. Sto cercando di smussare gli angoli più appuntiti, non voglio snaturarmi. Nieri (il direttore sportivo della Qhubeka, ndr) mi sta aiutando molto».

Che rapporto hai con lui?

«Ottimo. Parla chiaro, sa essere duro, ma capisce di ciclismo e di ragazzi. E questo mi porta ad ascoltarlo e a fidarmi di lui. Se quello che mi dice lui me lo dicesse un’altra persona, mi darebbe fastidio. Invece so che Daniele lo fa per il mio bene. E poi devo essere sincero, io ho bisogno di qualcuno che mi sprona, altrimenti mi addormento sugli allori».

Ti sei mai chiesto quanto potresti vincere se riuscissi a sbloccarti?

«A volte sì, ma cerco di non pensarci. Non è piacevole riflettere sui rimpianti e sulle occasioni perse. Piepoli, il mio preparatore fino allo scorso anno, mi ripeteva in continuazione che vincevo un quarto di quello che i miei valori lasciavano intuire. Troppo poco, non c’è altro da dire».

Per quale motivo volevi smettere?

«Io sono del 2000, quindi al quarto anno tra gli Under 23. Alla fine della scorsa stagione mi resi conto che ero ancora molto distante dal realizzare il mio sogno, ovvero passare professionista. La prospettiva di diventare un elite non mi entusiasmava e così accarezzai l’ipotesi del ritiro. Ma per fortuna è acqua passata».

Credi ancora di poter strappare un contratto nella massima categoria?

«Quel pensiero non mi riguarda più: ho firmato un contratto per passare professionista dalla prossima stagione (pare che Parisini farà parte della nuova formazione professional di Douglas Ryder, l’ex team manager della Qhubeka che militava nel World Tour, ndr). Una certezza del genere mi permette di affrontare con serenità il finale di stagione».

Dopo l’europeo, chiuso peraltro al sesto posto, Amadori ha deciso di puntare su di te anche per il mondiale.

«Evidentemente sono soddisfatto, non potrebbe essere altrimenti. Correremo all’attacco: sia perché siamo l’Italia, e quindi non dobbiamo essere anonimi, sia perché soltanto in questa maniera si può sperare di eliminare i velocisti più pericolosi. All’europeo ci siamo ben comportati: De Pretto terzo, io sesto e Buratti settimo. Ci ritroviamo insieme su un percorso molto adatto alle nostre caratteristiche e questo non può che farci contenti».

Chi temi maggiormente?

«Grégoire sta vivendo una grande stagione, Watson l’ho visto brillante al Tour of Britain e quest’anno ha vinto anche la Gand-Wevelgem, ma il mio favorito è Olav Kooij. Stiamo parlando di un corridore che fa parte della Jumbo-Visma e che ha già conquistato quattordici vittorie tra i professionisti. Negli ultimi mesi ha battuto in volata Pedersen, Viviani, Bauhaus, Cavendish, Démare, Philipsen, Laporte. Chi può essere il favorito, se non lui?».

Tu che ruolo avrai?

«Non credo che l’Italia avrà un capitano deciso a tavolino. Saremo cinque battitori liberi e poi ci organizzeremo a seconda di come evolverà la gara. Il mio ruolo potrebbe essere lo stesso dell’europeo: l’uomo veloce in caso di arrivo a ranghi più o meno ristretti».

Come Marcellusi, per prepararti hai scelto il Tour of Britain. E’ andata bene: quattordicesimo nella quarta tappa, la più dura, e sesto nella quinta e ultima prima che la corsa s’interrompesse per la morte della Regina.

«Nelle prime due frazioni ho sofferto perché abbiamo avuto un viaggio complicato. Poi, una volta che mi sono sbloccato, ho dimostrato che tra i professionisti posso starci, che il loro livello non è irraggiungibile. Il livello era alto: c’erano sei formazioni del World Tour, la Ineos aveva Pidcock e Porte. Davvero una bella esperienza».

Percorsi adatti alle tue caratteristiche, tu che sei considerato un uomo da classiche.

«Sono il mio pane, essendo veloce e abbastanza esplosivo. Sogno di vincere la Milano-Sanremo: come ha fatto Nibali e come, invece, non è mai riuscito a fare Sagan. Sono i miei modelli. Il primo per imprevedibilità, ricordo ancora la fantasia e l’incoscienza con cui ribaltò il Giro del 2016. Del secondo ho sempre ammirato la leggerezza e la naturalezza nell’essere protagonista: quello che manca a me, insomma».

Cos’hai pensato vedendo Evenepoel vincere la Vuelta? Durante il tuo secondo anno tra gli juniores, la stagione che ti consacrò come grande talento internazionale, avete battagliato in più di un’occasione.

«Che è un fuoriclasse, ha una marcia in più. Ricordo ancora la quarta frazione dell’Aubel-Stavelot, breve corsa a tappe riservata agli juniores, era il 2018. Io e lui in fuga per cento chilometri: gli avrò dato sì e no quattro cambi. Ma col tempo e il duro lavoro sto arrivando anche io: adesso penso al mondiale, poi al finale di Stagione tra Piccolo Lombardia, San Daniele e Del Rosso».