A Radviliskis, in Lituania, di ciclismo si deve parlare poco o nulla. Poche vie, atmosfera ovattata, a collegarla ai grandi centri del paese ci pensa la ferrovia, anche se Vilnius, la capitale, dista circa duecento chilometri. Non a caso, infatti, alle due ruote Gidas Umbri si è avvicinato dopo i dieci anni, vale a dire una volta che è stato adottato dalla famiglia presso la quale vive da allora a Borgo Santa Maria, una frazione del comune di Pesaro. Di anni adesso ne ha ventuno, li ha compiuti giusto la scorsa settimana, il 31 ottobre. E a Radviliskis non c’è mai più tornato.
Con te, Gidas, non possiamo parlare di ciclismo senza accennare alla tua vita privata.
«Credo proprio di no. Prima di arrivare in Italia, infatti, non sapevo nemmeno cosa fosse il ciclismo. La passione me l’ha trasmessa mio padre, che stava dietro ad una squadra femminile. Voglio precisare che con madre e padre intendo la splendida famiglia che mi ha accolto a Borgo Santa Maria».
A giudicare da queste parole, devi esserti trovato molto bene.
«Non potevo chiedere di meglio. I miei genitori sono fantastici, ma decisamente esigenti. Come me, d’altronde: sono comprensivo e paziente, ma esigo il meglio. Tanto da me stesso quanto dagli altri. E poi mi sono trovato bene fin da subito anche in Italia».
Non hai vissuto particolari difficoltà?
«Mentirei se dicessi che non ce ne sono state. Però l’Italia mi è piaciuta fin da subito, l’italiano l’ho imparato in fretta e non ricordo traumi. Vivere esperienze simili da piccoli può essere devastante, ma personalmente l’ho trovato quasi un vantaggio: a dieci anni si vive come viene, s’impara alla svelta, si è svegli e curiosi».
Ma questo non è l’unico aspetto felice della tua vicenda.
«Siamo in quattro tra fratelli e sorelle, divisi in due famiglie. Noi, all’inizio, sapevamo che saremmo stati divisi in due coppie, ma non conoscevamo le famiglie che ci avevano adottato. E nemmeno le famiglie erano obbligate a conoscersi tra di loro».
Com’è andata a finire?
«Che sono entrambe di Borgo Santa Maria e noi quattro fratelli viviamo praticamente a cinquecento metri di distanza. E ancora, mio padre e il padre dei miei fratelli, quindi mio zio, sono nati lo stesso giorno, il 23 dicembre. Quante possibilità c’erano?»
Superfluo chiederti se credi nel destino.
«Come potrei non crederci, con una vita del genere? Voglio crederci anche da un punto di vista strettamente ciclistico. Sono alto quasi uno e novanta, sono robusto e mi piace correre col freddo: perché non potrei diventare un ottimo interprete delle classiche del Nord?»
Sono le tue preferite?
«Amo il pavé e la Parigi-Roubaix è la gara che sogno. Dev’essere stata durissima, ma avrei dato tutto per correre quella di quest’anno. E’ una corsa lunga, dura, snervante, imprevedibile. Se vi avessi preso parte, sono sicuro che mi sarei sentito parte della storia».
Boonen o Cancellara?
«Tom Boonen, senza dubbio. Erano entrambi due campioni, ma sul pavé Boonen è probabilmente il migliore di tutti i tempi. E tra Van Aert e Van der Poel scelgo il primo, sicuramente più completo».
Allora anche la completezza non ti lascia indifferente.
«Non potrei mai sottovalutarla, visto che io stesso mi reputo un corridore completo. A tal punto che, pur essendo abbastanza veloce, preferisco fare una corsa d’attacco per scremare il gruppo: le volate a ranghi ristretti posso vincerle, in quelle di gruppo ho ancora qualche difficoltà».
Preferisci la strada o la pista? Lo scorso anno, agli europei di Plovdiv, hai conquistato l’argento col quartetto nonostante una preparazione approssimativa.
«Non pedalavo da qualche giorno, credevo che la mia stagione fosse finita. Mi squilla il telefono, era Marco Villa. Mi dice che ha bisogno di me perché alcuni tamponi hanno fermato Ganna, Bertazzo e Scartezzini. Io ero contentissimo, ma allo stesso tempo pensavo: e adesso, con le gambe che mi ritrovo, che figura faccio?»
E’ andata bene, invece.
«Ho fatto quello che potevo. Partivo secondo alle spalle di Lamon, il miglior pistard azzurro nelle partenze. Ho dato il mio contributo finché avevo energie, poi per non rallentare il ritmo mi sono fatto da parte. Prima di salire sul podio, Villa incrocia il mio sguardo e quasi mi sgrida: è la prima volta che vedo un giovane ancora inesperto così triste per essere arrivato secondo».
E’ coerente con quello che si dice di te: che sei ambizioso, permaloso ed esigente.
«Che sono esigente l’ho già detto, che sono permaloso lo riconosco. Ma detta così sembro insopportabile e invece uno dei complimenti che mi viene fatto più spesso è quello di saper portare il buonumore. Sì, sono anche ambizioso. Dire che voglio sempre vincere è forse troppo. Meglio così: voglio perdere il meno possibile».
Ivan Quaranta, uno dei tuoi direttori sportivi, crede tantissimo nelle tue potenzialità. Lui sostiene che a breve diventerai uno degli Under 23 più forti d’Italia.
«Me lo auguro, ma non si smette mai di crescere. E nelle gare di primo piano devo ancora dimostrare molto. Però non vivo sulle nuvole, sono consapevole d’avere del talento e una mentalità che mi possono portare lontano. L’obiettivo per il 2022, infatti, è quello di migliorare ancora e magari di guadagnarsi il professionismo».
Da questo punto di vista, la Colpack è una garanzia.
«Un ambiente unico, davvero. Quello che mi stupisce è che pur trattandosi di una squadra seria, ambiziosa e vincente, quello spirito familiare non va mai perso. Siamo una famiglia vincente, mettiamola così».
Ancora non hai risposto alla domanda di prima: preferisci la strada o la pista?
«In generale, se c’è la possibilità di vincere non mi tiro indietro. Però tra le due preferisco la strada, sia come emozioni che come prospettive future. Però per il momento voglio portarle avanti entrambe. Il momento di prendere delle scelte, fortunatamente, per me non è ancora arrivato».












