AMARCORD/72 Mondiali 1977, nel nubifragio un Moser gigante. Su Maertens la “vendetta” di Gimondi

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La grande notizia arrivò in Italia solo in tarda serata, nel corso di una breve differita all’interno della Domenica Sportiva. Alla diretta via satellite di un attesissimo campionato del mondo di ciclismo, la Rai aveva preferito uno show con Alberto Lupo. Scelta discutibile ma tutto sommato azzeccata, perché dal Venezuela arrivarono immagini sfocate, riprese da telecamere fisse lontanissime e tremolanti.

A un certo punto, apparvero sullo sfondo due puntini e Adriano De Zan assicurò che si trattava di Francesco Moser e Dietrich Thurau che andavano a giocarsi la maglia iridata allo sprint. Il puntino più scuro, prese il comando e lo mantenne fino al traguardo.

Così, con il trionfo di Moser, finì il mondiale del 1977 a San Cristobal, uno dei primi tentativi di portare il grande ciclismo fuori dalle tradizionali roccaforti europee. Per i pochi che riuscirono a capirci qualcosa, fu una grande corsa, funestata dal maltempo e resa terribile dalle asperità del circuito.

Moser al crocevia: la ferita di Ostuni era ancora aperta

Partirono in pochi (87) e arrivarono in pochissimi (33), ma le storie che si intrecciarono furono numerose e affascinanti. C’erano ancora grandi vecchi come Gimondi e Poulidor, atleti sulla cresta dell’onda come Moser, Maertens, Thurau e Kuiper, giovani di eccezionale talento come Hinault e Saronni. E poi il caso Merckx, ex Cannibale rapidamente precipitato al rango di corridore anonimo, tanto che quel mondiale può essere considerato il suo definitivo congedo dal grande ciclismo.

Moser era a un crocevia: a 26 anni aveva già vinto tanto, ma il Lombardia del 1975 era la sua unica vera perla. Sulla pelle gli bruciava ancora il mondiale dell’anno prima, a Ostuni, ceduto in uno sprint a due a Freddy Maertens.

In Venezuela si presentò con una marcia in più rispetto a chiunque altro. Quando, in vista dell’ultimo giro, produsse l’ennesima accelerazione, alla ruota gli restò solo Thurau, e non era un cliente raccomandabile. A 23 anni aveva già fatto cose notevoli, tipo un Giro di Andalusia vinto con otto successi in dieci tappe e un Tour de France vissuto in maglia gialla per 16 giorni e terminato al 5° posto.

Allarme rosso per una foratura, ma il cambio bici fu da record

A sei chilometri dal traguardo la tensione sull’ammiraglia di Martini si fece altissima. Simulando un colloquio di routine, Moser sussurrò al ct che un tubolare si stava afflosciando. Fai finta di niente, fu la risposta. Qualche centinaio di metri dopo, mentre il tedesco era in testa, Francesco si defilò, fermandosi sul ciglio. Il cambio bici fu quanto di più rapido si era visto in una gara ciclistica. Quando capì cosa stava accadendo, Thurau accelerò, ma Moser aveva perso solo un centinaio di metri e tornò subito sotto.

Il resto fu uno sprint con poca storia. Semmai il pathos ci fu un attimo dopo, per la ressa che si era formata al di là dell’arrivo: Moser si trovò davanti un muro di gente, tentò di sterzare ma cadde rovinosamente. Quando lo rialzarono, sanguinava come una fontana dal sopracciglio destro. Ne vennero fuori foto drammatiche, ma l’incidente lasciò subito il posto all’euforia.

Il trionfo azzurro fu completato dal terzo posto di un incredibile Bitossi, giunto a 37 anni al capolinea della carriera, ma ancora in grado di soffiare il podio a Kuiper nello sprint a due. Eccellente la nona piazza dell’esordiente Saronni, impiegato da Martini per marcare i possibili inseguitori di Moser, proprio colui che di lì a poco diverrà il suo irriducibile rivale.

Maertens, parole imprudenti. Gimondi lo marcò senza pietà

Quanto a Gimondi, corse sulla spinta del suo monumentale orgoglio, puntato ferocemente su Maertens. Qualche mese prima, il belga aveva sparso imprudenti dichiarazioni sul vecchio campione, giudicato ormai alla frutta. «È scattato più volte e sono sempre andato a riprenderlo – sibilò Gimondi dopo l’arrivo – Poi lui non è riuscito ad arrivare con me, ha preferito prendere la strada dell’albergo».

Arrivarono in 33, si diceva: e il 33° fu Eddy Merckx. Bagnato, sfinito, ma al traguardo, a differenza di molti. L’ultima lezione del Cannibale.