AMARCORD/63 L’addio a Gimondi, un gigante. Seppe sfidare Merckx e alla fine gli sopravvisse

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Un sorriso largo e sereno. Uno di quelli che da corridore esibiva di rado, ma che sapevano di missione compiuta, dopo un carico imponente di fatica, sudore e sacrifici. Così il Gimondi scelto per la copertina di Bicisport, nel numero speciale del settembre 2019, pensato dopo l’improvvisa morte del campione, avvenuta il 16 agosto.

Un tributo, un ringraziamento e anche un viaggio alle radici del giornale, che vide la luce con il numero di giugno 1976, proprio quando Felice Gimondi stava vincendo a quasi 34 anni il suo terzo Giro d’Italia, sfidando chi lo considerava al tramonto. 

Ombroso, spigoloso, severo con tutti, in primo luogo se stesso. Con un motore da fuoriclasse e una tenacia oltre i limiti, a 25 anni aveva già vinto Tour, Giro e Vuelta, senza perdere un’oncia di umiltà e attaccamento al mestiere. Campione nella testa, tanto da accettare l’avvento di Eddy Merckx, più giovane di tre anni, non come una condanna ma come una sfida quotidiana.

Il grande belga vinse come nessuno, ma pedalò per anni con quell’ombra scomoda al mozzo. E quando, a poco più di trent’anni, si trovò improvvisamente in panne, l’ombra sfilò via e continuò il cammino, alimentando ancora per qualche stagione un palmares da gigante. 

Il mondiale “impossibile” del 1973 fu uno dei suoi capolavori

Aveva pazienza da monaco e cura certosina del suo fisico. Una volta, nel corso di una tavolata amichevole, Italo Zilioli, che di Gimondi fu compagno nella Salvarani, ne raccontò l’avversione a ogni eccesso alimentare e l’attenzione maniacale per gli orari, anche quando c’era modo e tempo di rilassarsi un po’. Fra gli astanti circolò un po’ di ilarità per quei sacrifici percepiti come eccessivi, al che Zilioli si fece improvvisamente serio: «Sì, ridete: noi però non ridevamo quando provavamo a stargli dietro».

Gimondi vinse il possibile, e talvolta anche l’impossibile. Nel 1973, gli capitò l’occasione di coronare una carriera già straordinaria con l’alloro mondiale. Sul circuito iridato del Montjuic, a Barcellona, si trovò nella fuga finale con Ocaña, Merckx e Maertens. Lo spagnolo, gran corridore, era domabile in volata, ma il duo belga appariva imbattibile. La storia racconta che sul rettilineo conclusivo Merckx fu il primo a cedere e che Gimondi riuscì prodigiosamente ad affiancare Maertens, velocista tra i più forti della sua epoca. Fu una prova di forza e di gomiti, e alla fine la ruota vincente fu azzurra, contro tutti i pronostici. 

Sceso di bici, è stato a lungo dirigente, talvolta commentatore e opinionista. Soprattutto, ha saputo portare sulle spalle il suo mito senza sciuparne minimamente l’alone. Quanto agli antichi spigoli, il tempo aveva lavorato per lui: «A volte sono stato duro, cattivo con gli avversari, severo con i miei compagni – disse festeggiando i settant’anni – Chiedo scusa a tutti. Oggi sono sereno come pochi».