Se l’anno che sta per concludersi si è rivelato tremendo per chiunque, per Michele Gazzoli lo è stato, se possibile, ancora di più. O perlomeno, l’inizio non era stato dei migliori: il Team Monti, la formazione giovanile italiana per la quale aveva firmato, non ha visto nemmeno la luce; doveva essere uno dei serbatoi dai quali avrebbe attinto la Deceuninck-Quick Step e invece l’avventura era naufragata ancora prima di partire. Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, Gazzoli trovava un accordo con la Colpack: non un ripiego, anzi; però di tutto quel trambusto avrebbe fatto volentieri a meno.
«E poi – spiega lui – è arrivata la quarantena primaverile. Giusto il tempo, alla fine di febbraio, di arrivare secondo dietro a Leonardo Marchiori (dal 2021 alla Androni Giocattoli-Sidermec, ndr) nel GP La Torre. Per riprendermi ho avuto bisogno dell’intera estate. Al Giro d’Italia di settembre, infatti, non sono andato oltre un paio di piazzamenti nei primi dieci. Il colpo di pedale che desideravo è arrivato a metà ottobre in due prove toscane: nel giro di qualche giorno ho vinto in solitaria il GP Ezio Del Rosso e in volata la prova in linea della Coppa del Mobilio. Per la prossima stagione voglio ripartire da queste due belle affermazioni».
Non c’è da stupirsi dei lunghi tempi dei quali Gazzoli ha bisogno per diventare competitivo: sono una costante della sua carriera, il motivo principale che lo ha portato a decidere di rientrare in Italia dopo due stagioni alla Kometa, la formazione di Basso e Contador. «Per rendere al meglio – riflette Gazzoli – il mio fisico ha bisogno di tante corse e di carichi di lavoro di un certo tipo. Altrimenti non riesco ad esprimermi, c’è poco da fare. A Basso e Contador auguro il meglio, se lo meritano. Nel biennio che ho passato con loro ho imparato cosa significa essere un corridore, la determinazione che entrambi hanno dimostrato nelle vittorie e nella volontà di tornare ai vertici mi servirà da insegnamento. Però disputavo troppe poche gare, avevo bisogno di un calendario diverso».
Alla Kometa, Gazzoli c’era arrivato nel 2018. L’anno prima, tra gli juniores, aveva fatto faville: fu secondo al Giro delle Fiandre, primo nella prova in linea degli europei e terzo in quella mondiale. «Mi divertivo e in più mi toglievo delle belle soddisfazioni – ricorda – ma una volta arrivato tra i dilettanti mi sono reso conto di quanto stesse cambiando la mia carriera: partecipavo a corse troppo impegnative, talvolta persino coi professionisti, così da farmi abituare ai livelli più alti. Nessuno mi chiedeva di vincere, in sostanza, ma soltanto di osservare e fare esperienza. Il problema è che, senza sentire pressioni intorno a me, mi stavo abituando a gareggiare senza inseguire la vittoria. Sentivo che non era più il caso, ecco. Fortunatamente, sono io il primo ad aspettarmi molto da me stesso: si parte in duecento e vince uno solo, lo riconosco, ma ogni giorno mi alleno per essere proprio quel corridore che trionfa».
Per ritornare sui livelli di qualche anno fa, Michele Gazzoli sembra aver trovato la ricetta giusta: il ritorno in Italia, un calendario alla sua portata e una squadra come la Colpack, che fa dell’esperienza e dell’efficienza i propri fiori all’occhiello. «Mi reputo un velocista atipico – puntualizza Gazzoli – e infatti mi rivedo in Colbrelli, il mio riferimento: resistente in salita e tra i migliori negli sprint a ranghi ristretti. Spesso ci alleniamo insieme, lo stimo come atleta e come padre di famiglia. Non a caso, è la Milano-Sanremo la gara dei miei sogni. Ma intanto bisogna partecipare e per farlo serve diventare un professionista. Da tempo sono in contatto con una formazione, per il momento non posso dire di più». Spera di poterlo fare più avanti nel corso della stagione, Michele Gazzoli. Sarebbe un bel segnale.














