Philipsen, identikit del “Disaster” di casa Alpecin

Philipsen
Jasper Philipsen al Tour de France 2023 (foto: ASO)
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Le sue volate fanno sempre battere il cuore a mille, il suo sorriso si vede sempre più spesso sui podi internazionali e l’anno scorso ha sbaragliato la concorrenza per la conquista della Maglia Verde al Tour de France. Sabato 16 marzo la sua carriera ha fatto l’ennesimo balzo in avanti con la vittoria della prima Monumento, la Milano-Sanremo. Ma chi è davvero Jasper Philipsen e da dove nasce l’epiteto “Disaster”?

Nel corso della serie Netflix “Au Coeur du Peloton”, che racconta i retroscena del Tour de France 2022, Philipsen viene soprannominato “Jasper Disaster“. Il soprannome nasce dopo la beffa di Wout Van Aert, che vinse la tappa di Calais mentre Philipsen — che arrivò secondo senza accorgersi del fatto che il suo connazionale fosse davanti — esultò convinto di aver vinto. In generale, Jasper viene rappresentato come un ragazzo distratto, che dimentica casco e scarpe in stanza prima degli allenamenti e che è poco affidabile per tutto ciò che concerne l’aspetto logistico della sua professione. Il problema (cioè, la fortuna) è che, quando è in sella alla sua Canyon, è veramente difficile trovare qualcosa da rimproverargli.

L’innegabile carisma da vincente e le sue doti da sprinter indomabile hanno fatto di Philipsen una delle nuove superstar del ciclismo mondiale. Sei tappe al Tour (a cui si aggiungono sette secondi posti, per un totale di tredici podi alla Grande Boucle), tre alla Vuelta e tre alla Tirreno-Adriatico. Le abilità da “uomo da classica” non sono poi certo emerse alla Milano-Sanremo 2024, anzi: come dimenticare il successo sfiorato l’anno scorso alla corsa più massacrante del calendario, la Parigi-Roubaix, dietro solamente al suo capitano, Mathieu van der Poel? Il legame di profondo rispetto reciproco tra i due fuoriclasse non è solo una miniera d’oro per l’Alpecin-Deceuninck, ma anche un esempio di quanto questo sport sappia essere meraviglioso.

Da quel piccolo incidente al Tour 2022 ne sono passate di vittorie sotto i ponti, tanto che nessuno oserebbe più chiamarlo “Disaster”, se non per simpatia. La sua capacità di andare oltre le difficoltà, di gestire le energie e di essere cinico quando la situazione lo richiede ha fatto di lui una delle migliori (la migliore?) ruote veloci in circolazione. Resta solo da vedere quanto sarà seriale il suo dominio in questa generazione, à la Cavendish, Kittel e Cipollini ai loro tempi d’oro.

«Siamo solo una piccola squadra di ciclocross, in una piccola regione, di un piccolo paese», amava dire all’epoca Christoph Roodhooft, direttore sportivo di quella che all’epoca si chiamava ancora BKCP- Powerplus. Se l’Alpecin oggi è una macchina da guerra e non più una “piccola squadra di ciclocross”, il merito è anche del loro Disastro più riuscito.