«Ormai siamo in parecchi ad avere i capelli bianchi – riflette Marino Amadori – ma c’è modo e modo d’invecchiare, sportivamente parlando. Non ho la pretesa di considerarmi più bravo degli altri, non perdo tempo in certe questioni, ma essere il commissario tecnico degli Under 23 mi impone di viaggiare anche all’estero, di guardarmi intorno e di studiare il modo in cui lavorano le altre nazionali, prendendo il buono e scartando il poco buono. Cerco di tenermi aggiornato, insomma. Io credo che il problema italiano continui ad essere sempre lo stesso: se da una parte è indubbio che manchino determinate risorse economiche, dall’altra ci si continua a nascondere dietro questa realtà, facendola diventare un alibi. Scorrevo la lista delle nostre continental: il prossimo anno dovrebbero essere tredici, ma temo che una buona metà di esse non faccia niente di più di una squadra di club».
Però il recente accordo stipulato con la Lega dovrebbe dar loro modo di correre più spesso tra i professionisti, potendo risparmiare il costo dell’alloggio.
«Se così fosse, sarei molto contento. In questa fase complicata per il movimento italiano, io credo che sia giusto avere un occhio di riguardo per quelle realtà che grazie alla loro presenza danno dignità a tanti appuntamenti professionistici del nostro calendario. Senza le continental, in tante corse il gruppo sarebbe ridotto all’osso. Spero che questo accordo, se dovesse andare realmente in porto, sproni e incentivi a misurarsi nella massima categoria anche quelle continental che non lo fanno praticamente mai».
Andrebbe fatto, tuttavia, con un certo criterio: il rischio è quello di andare incontro a batoste fini a se stesse. A proposito, che idea ti sei fatto dell’apertura a certe fasce di amatori nelle gare regionali degli Under 23?
«La norma è sensata. In tanti paesi europei, al netto di qualche differenza, funziona così già da anni. La Federazione non si è inventata niente di assurdo, questo voglio dire. Alla fine, gli eventuali amatori che gioveranno di questa introduzione saranno perlopiù ex juniores e dilettanti che hanno smesso anzitempo per i motivi più disparati; quindi, corridori discretamente preparati e avvezzi a guidare la bicicletta. Non ravvedo né sgarbi né problematiche legate alla sicurezza. Viene data una chance in più a chi crede di meritarla e a chi ci rientra, non vedremo cinquantenni al fianco di ragazzini. Chissà, magari scopriremo qualche talento proveniente da altri sport e avvicinatosi al ciclismo agonistico proprio grazie a questa norma…».
A questo punto non sarebbe corretto escludere le continental dalle prove regionali, così da avere due serie distinte e spingerle verso un calendario sempre più semiprofessionistico?
«Idealmente sarei d’accordo anche io, certe formazioni dovrebbero ambire a formare i migliori professionisti del futuro e non a fare incetta di vittorie e di piazzamenti nelle corse del campanile. Queste è bene che esistano e che sopravvivano, ma sarei più contento se fossero riservate esclusivamente alle società locali, che non hanno i mezzi o magari l’ambizione di andare a correre in tutta Italia e all’estero. Però, allo stesso tempo, ci si scontra con i ragazzi più giovani delle continental ai quali può far comodo qualche gara regionale per mettere chilometri nelle gambe. Io, alle regionali, accetterei solo i primi anni delle continental: non gli atleti del restante triennio né tantomeno gli elite».
Stiamo cominciando ad assistere al fenomeno degli italiani di rientro dopo un periodo non esaltante in un vivaio straniero. Andava messo in conto o dobbiamo preoccuparci?
«Andava messo in conto e adesso dobbiamo essere bravi a gestirlo. Credere che la maggior parte dei ragazzi delle development passerà professionista significa illudersi. Scorrevo gli organici giusto qualche giorno fa: il prossimo anno dovrebbero essere una trentina gli Under 23 italiani nei vivai internazionali, e se non sbaglio undici di loro provengono dalla categoria degli juniores, dunque al primo anno. Atleti sicuramente talentuosi, altrimenti non avrebbero attirato l’attenzione di certe galassie, ma spesso acerbi sotto ogni punto di vista. Il rischio di perdere due o tre anni è concreto, e poi bisogna fare i conti con l’eventuale delusione di essere stati scartati e di dover ripartire da una squadra italiana magari anche valida, ma che il ragazzo vede come un ripiego. Un’esperienza all’estero, in società esigenti che affrontano un calendario impegnativo, è per pochissimi. Spero soltanto che chi deve seguire e consigliare questi ragazzi lo faccia senza secondi fini, con lungimiranza e realismo».
Matteo Provini sostiene che in Italia non mancano le competenze, ma i soldi e le strutture. Sei d’accordo?
«A metà. Che un vivaio possa contare su risorse sconosciute alle nostre continental è appurato. E purtroppo in Italia conosco diverse società che lavorano con metodi, conoscenze e materiali non all’altezza. Però il budget non può e non deve diventare la montagna dietro a cui nascondere nostalgie, amarezze o frustrazioni. Il ciclismo è cambiato, per certi aspetti forse in male ma ormai è cambiato, e una persona da sola non riporterà indietro le lancette del tempo interpretando l’attività come trent’anni fa. Conosco direttori sportivi e team manager convinti di aver garantito ai loro atleti l’attività all’estero per averli fatti partecipare una volta e basta ad una gara di tre giorni, per giunta di secondo piano, in Francia o in Spagna. Accanto a dei begli ambienti che sicuramente in Italia esistono e spiccano a suon di ottimi risultati, ce ne sono tanti altri ai quali secondo me serve un netto cambio di passo».
A meno di novità dell’ultim’ora da parte dell’Unione Ciclistica Internazionale, la famiglia Reverberi dovrà interrompere il suo “progetto giovani”: i loro atleti più acerbi non potranno più “scendere” nelle corse internazionali riservate agli Under 23. Giusto o sbagliato?
«Stimo Bruno e Roberto e la loro lunghissima storia, ma io credo che sia stata presa la decisione giusta. Per quanto giovani e immaturi, i ragazzi che entrano nella loro squadra firmano un regolare contratto da professionisti. La loro situazione era anomala, forse unica nel panorama mondiale. Se non ricordo male la Uno-X adoperò lo stesso escamotage anni addietro, ma solo per un breve periodo. Non era corretto nei confronti delle altre squadre professionistiche, che per disputare certe prove tra gli Under 23 hanno allestito un vivaio. È la nuova visione dell’Unione Ciclistica Internazionale, che sta ristabilendo i confini tra Under 23 e professionismo dopo anni di confusione».
Ma c’è chi lamenta la zona grigia in cui si muovono le development: delle continental i cui atleti corrono più che altro tra gli Under 23, ma che allo stesso tempo possono beneficiare delle esperienze maturate con la prima squadra.
«Ma non è quello che fanno anche i corridori di alcune continental italiane? Quest’anno, ad esempio, General Store, Mbh Bank, Padovani, Sam e Technipes hanno regolarmente partecipato alla Coppi e Bartali, buona gara professionistica a cui erano presenti anche alcuni vivai stranieri, qualche Professional e qualche World Tour. Non è che qualcuno impedisce alle continental italiane di correre tra i professionisti, anzi, non ci pare vero. Capisco che i costi aumenterebbero, ma la soluzione più semplice che i Reverberi potrebbero percorrere è quella di allestire un vivaio vero e proprio, come del resto già fanno altre Professional».
Filippo Agostinacchio e Tommaso Dati non passeranno professionisti nonostante un’annata brillante. Cosa ne pensi?
«Mi dispiace molto per entrambi. Quest’anno Agostinacchio l’ho convocato per l’Orlen Nations Grand Prix e ho potuto apprezzare le sue qualità. Speriamo che il passaggio alla Ef tra un anno si concretizzi davvero, perché se lo meriterebbe. Così come, secondo me, meritava una chance lo stesso Dati. In questi giorni, a proposito dei Reverberi, ho letto che Bruno si è lamentato di veder passare professionisti corridori che hanno vinto a malapena una corsa. In questa stagione Dati ne ha vinte sei: giustamente hanno ingaggiato Manenti, che di gare se non sbaglio ne ha vinte nove, ma io nella Vf Group ci avrei visto bene anche Dati».















