Simon Yates è stato forte e intelligente approfittando del marcamento sul Finestre tra del Toro e Carapaz e scappando via grazie anche al grande aiuto di Van Aert. Ha ipotecato la corsa sulla stessa salita che lo aveva visto naufragare nel 2018
ROMA – Considerando l’altezza della montagna lungo la quale ha costruito la sua personalissima gloria (i 2.172 metri dello scollinamento del Colle delle Finestre), un fruitore occasionale avrebbe potuto confondere il Simon Yates ciclista professionista con il Simon Yates alpinista, anche lui britannico. Specificare la professione, in questo caso l’ambito sportivo di competenza, serve ad evitare qualsiasi ambiguità: si tratta, appunto, del processo di disambiguazione. Può capitare di confondersi, quando i nomi e i tratti somatici si assomigliano o addirittura si equivalgono.
Sarà successo sicuramente anche ai fratelli Neville, Gary e Phil, colonne del Manchester United tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila, con ogni probabilità gli unici due nativi di Bury più famosi dei gemelli Yates. Non è stato semplice riconoscerli, Simon e Adam: nati lo stesso giorno, alti entrambi uno e settantatré e sui cinquantotto chili, hanno avuto la brillante idea di correre anche nella stessa squadra fino alla fine del 2020, quando Adam cedette al corteggiamento della Ineos.
Finché quest’ultimo, con un ulteriore trasferimento alla Uae, non si è consacrato chiudendo terzo al Tour del 2023 e conquistando brevi corse a tappe come Romandia, Svizzera e Uae Tour, il fratello più portato per i grandi traguardi sembrava proprio Simon. Prima che Pogacar, col trionfo al Tour del 2020, imprimesse l’accelerazione generazionale che ha permesso al ciclismo di entrare nell’era attuale, Simon Yates poteva lecitamente prendere parte ad una grande corsa a tappe puntando a vincerla. Nel 2018, infatti, gli riuscì di trionfare nella sua prima, la Vuelta. In quel momento, valeva quasi quanto i migliori interpreti al mondo: solo Froome gli era superiore, tutti gli altri no (da Thomas a Dumoulin passando per Bernal, Carapaz e Roglic).
Quanto valesse realmente questo scalatore inglese semplice nell’aspetto e diretto nei modi, lo si capì al Giro del 2018. Crollò sul Finestre mentre indossava la maglia rosa, arrivando a Bardonecchia in settantanovesima posizione a 38’51” da Froome, dopo aver vinto tre tappe in una settimana (Gran Sasso, Osimo e Sappada) e averne lasciata una quarta (quella dell’Etna) al compagno Chaves. Troppo tardi si rese conto d’aver dilapidato energie fisiche e mentali. Riconobbe che due settimane in maglia rosa, con il protocollo che lo obbligava a rientrare in albergo due ore dopo i compagni e a cenare spesso da solo, lo avevano quotidianamente ed inesorabilmente prosciugato.
Quest’anno non ha certo corso il rischio di ripetersi. Vuoi perché non era il più forte, vuoi per la strategia di gara adottata, in maglia rosa Simon Yates ha affrontato soltanto l’ultima tappa. L’ultimo corridore ad aver vinto il Giro senza nemmeno un successo di tappa era stato Contador nel 2015. Pur puntando alla classifica generale come ha quasi sempre fatto, fin dall’inverno la sua attenzione si era concentrata essenzialmente su una tappa: la ventesima, quella che comprendeva il Finestre. Memore della batosta più grande della sua carriera incassata sette anni prima, era come se Yates sentisse che da un’ottima prestazione su quella salita sarebbe potuto venire qualcosa di più importante. Dichiarando che alla fine ha vinto il più intelligente, involontariamente del Toro e Carapaz non gli hanno fatto un complimento: è come se lo avessero delegittimato, derubricando il suo attacco e l’azione di squadra della Visma tutt’al più ad un’astuta manovra di accerchiamento più unica che rara. Che Yates abbia approfittato di una situazione paradossale è lampante, così come la sua superiorità sul Finestre: al di là del record abbattuto (un primato che fa fede fino ad un certo punto, troppe le varianti da tenere in considerazione), basti contare il numero dei fuggitivi ripresi e staccati dal britannico nonostante avessero attaccato la salita alcuni minuti prima di lui.
Certo, è semplice dire adesso che Simon Yates è stato ingiustamente sottovalutato. Prima del Giro aveva raccolto dei risultati talmente modesti da giustificare qualsiasi dubbio: quattordicesimo alla Tirreno-Adriatico senza mai entrare tra i primi dieci, nono al Catalunya con l’ottavo posto nell’ultima tappa come miglior piazzamento. Nel 2022 si era ritirato dal Giro e dalla Vuelta, nel 2023 aveva chiuso quarto al Tour e nel 2024 soltanto dodicesimo. Lo scalatore scattante e irrequieto sembrava appartenere al passato, ormai. Yates, conoscendosi piuttosto bene, non ha quasi mai difatti risposto alle accelerazioni di del Toro e Carapaz. Non lo ha fatto nemmeno sul Finestre, lasciandoli sfogare prima di recuperarli e attaccarli. Ha messo a frutto l’esperienza dei suoi quasi trentatré anni, un’età che pochi di noi gli darebbero ma che effettivamente ha, un’anagrafe impietosa che lo ha portato a riconoscere la grandezza del traguardo raggiunto. «Il tempo passa e non ringiovanisco – ha ribadito a più riprese negli ultimi due giorni di gara – e non vivrò più un momento del genere: si tratta senza ombra di dubbio del punto più alto della mia carriera».
Non troverete nessuno che parla male di Simon Yates: viene descritto come un ragazzo semplice, solare, la cui presenza trasmette tranquillità. Sono di questo parere i membri dello staff della Visma e anche Edoardo Affini, che del britannico è stato compagno di camera a Tenerife in un ritiro di inizio anno. Ma non sempre ha mantenuto il profilo basso. Alla vigilia del Giro del 2019, ad esempio, a chi gli chiese se sentisse o meno il favorito rispose: «Certo, se fossi nei miei avversari me la farei sotto». Alla fine chiuse ottavo e sempre più spesso, in interviste successive, cominciò a spiegare che a non essere considerato uno dei grossi calibri si sentiva meglio, che tutto sommato non gli dispiaceva.
Addirittura, alla vigilia della tappa del Sestriere, c’è voluta la scossa dei compagni di squadra per motivarlo: lui si era quasi già arreso al terzo posto. Hanno ripensato ai sacrifici fatti dall’inverno, all’altura, alle rinunce che il mestiere del corridore impone. Non che per Yates fossero sconosciute, ma alla Jayco AlUla poteva gestirsi con maggior autonomia: decideva lui se rimanere in montagna un giorno in più o uno in meno, se portare con sé la fidanzata e il cane. Maggior libertà, ma anche maggiori responsabilità. Per coronare il sogno della sua carriera, insomma, perfino la maglia rosa dev’essere disposta a rinunciare a qualcosa.
















