
L’edizione numero 108 del Giro d’Italia è andata in archivio con la vittoria di Simon Yates, capace di ribaltare la corsa sul Finestre e di arrivare a Roma vestito di rosa, davanti a del Toro e Carapaz. Sono state tre settimane emozionanti, di grande equilibrio in classifica generale; non sono mancati gli attacchi da lontano e purtroppo neanche le cadute, che hanno eliminato alcuni dei potenziali protagonisti. Passiamo ora in rassegna alcuni degli aspetti migliori e peggiori di questa edizione della Corsa Rosa.
L’equilibrio in classifica e il colpo di scena finale
Sicuramente è stato un Giro equilibrato e incerto fino alla fine, molto più di quanto successo nel 2024, quando Pogacar ha preso il comando alla seconda tappa e non l’ha più mollato. Quest’anno siamo partiti con Ayuso e Roglic favoriti, poi è venuto fuori alla grande del Toro; nella terza settimana si è configurato un duello tra il messicano e Carapaz, ma alla fine ha vinto il terzo incomodo, Simon Yates, che si era nascosto il più possibile fino a quel momento. Nessuno dimenticherà facilmente l’impresa finale del britannico, che acquista ancora più significato ripensando a quello che era successo sulla stessa salita nel 2018. Una corsa incerta, combattuta, e alla fine vinta grazie a un’azione straordinaria: dal punto di vista della lotta per la maglia rosa, a questo Giro non è mancato nulla.
Le tappe di Siena e del San Valentino
Oltre alla già citata cavalcata di Yates sul Finestre, altre due tappe spiccano per la spettacolarità e anche per la drammaticità. La prima è quella di Siena: il gruppo a tutta fin dal primo settore di sterrato, gli uomini di classifica subito davanti, la caduta di Roglic e Ayuso, il gruppetto di testa guidato dalla Ineos, la rimonta disperata di Primoz con Pellizzari, lo strano atteggiamento di del Toro che non tira e poi attacca, il gran finale con Van Aert che ritrova la vittoria dopo mesi, proprio a Siena dove si era fatto conoscere dal grande pubblico (su strada) alla Strade Bianche 2018. L’altra è quella del San Valentino: il diluvio in partenza, le cadute di Tarling e Martinelli, il ritiro di Roglic, il crollo di Ayuso, il ritmo alto sul Santa Barbara, gli attacchi sulla salita finale, l’arrivo degli uomini di classifica alla spicciolata, mentre davanti Fortunato e Scaroni regalavano all’Italia l’unica vittoria di queste tre settimane.
La scoperta di del Toro
Isaac del Toro non era certo uno sconosciuto alla partenza di questo Giro: stiamo pur sempre parlando di un corridore che nel 2023 ha vinto il Tour de l’Avenir, e che da professionista aveva già mostrato doti fuori dal comune in salita. Tuttavia, quasi nessuno (e probabilmente neanche la stessa UAE) si sarebbe aspettato che il messicano potesse rivelarsi così competitivo sulle tre settimane. Brillante nella crono di Tirana, secondo a Tagliacozzo dietro solo ad Ayuso, il 21enne a Siena si è ritrovato davanti prendendosi la maglia rosa e (di fatto) il ruolo di capitano. Nella seconda settimana ha corso con autorità, pedalando con grande facilità e rispondendo sempre in prima persona agli attacchi; sul San Valentino ha ceduto, ma a Bormio ha reagito con carattere vincendo la sua prima tappa al Giro. Sul Finestre lui e la squadra hanno sbagliato, e su questi errori si è già detto e scritto tanto. Del Toro non ha vinto il Giro, ma abbiamo conosciuto un corridore forte e ambizioso, di cui certamente sentiremo ancora parlare.
La classe di Pedersen e Van Aert
Erano probabilmente i due cacciatori di tappe più attesi del Giro, e non hanno deluso le aspettative: Mads Pedersen e Wout Van Aert, seppur in modo diverso tra loro, hanno onorato la Corsa Rosa dall’inizio alla fine. Il danese si è preso la prima maglia rosa, l’ha persa a cronometro e l’ha subito riconquistata a Valona con il secondo successo in tre giorni; poi a Matera ha vinto su un arrivo non adattissimo alle sue caratteristiche, e si è ripetuto a Vicenza con una volata lunghissima in salita. Si è vestito di ciclamino e ha continuato fino alla fine a raccogliere punti a ogni traguardo volante, non ha esitato a buttarsi nelle volate di gruppo, e spesso (per esempio nella tappa di Siena o in quella di Castelnovo ne’ Monti) ha dato una mano a Ciccone mettendosi a tirare. Van Aert, invece, ha iniziato il Giro con una condizione tutt’altro che ideale, mascherata dal secondo posto nella prima tappa: nella prima settimana ha sofferto molto, tanto che si è parlato di ritiro, ma a Siena è rinato cogliendo una delle vittorie più belle della carriera. È andato vicino al successo anche a Vicenza, poi si è trasformato in grande uomo-squadra guidando Kooij nelle volate di Viadana e Roma, e soprattutto risultando decisivo per la vittoria finale di Yates con il lavoro nella vallata del Sestriere.
Le cadute dei big
Veniamo ora agli aspetti meno positivi del Giro 2025. Si sa, le cadute fanno parte del gioco, e sono sempre una componente non trascurabile nel determinare la classifica finale di un grande giro. L’impressione, però, e che questo Giro d’Italia, più di tante altre corse di tre settimane del recente passato, sia stato caratterizzato dai ritiri illustri, che hanno privato la gara di tanti protagonisti annunciati. Il Giro di Landa è finito ancora prima di cominciare; Ayuso e Roglic, i due più grandi favoriti, non hanno più recuperato dopo la caduta sullo sterrato (lo sloveno è poi finito a terra altre tre volte), anche se entrambi hanno cercato di nascondere le difficoltà nel corso della seconda settimana; infine, la scivolata sul bagnato di Gorizia ha fatto fuori Ciccone e ha molto debilitato Tiberi, che ha poi definitivamente abbandonato la parte alta della classifica. Chissà che corsa avremmo visto con i favoriti tutti nelle migliori condizioni.
Le salite lontane dal traguardo
Tante, troppe tappe di questo Giro presentavano nel percorso salite importanti e dure, piazzate però a metà tappa (o prima) e rese quindi di fatto quasi ininfluenti. È capitato con il Sassotetto nella tappa di Castelraimondo, con il San Pellegrino in Alpe in quella di Castelnovo ne’ Monti, con il Grappa nella frazione che terminava ad Asiago e con il Mortirolo in quella di Bormio. Per fortuna, come spesso si dice, la corsa la fanno i corridori: Carapaz e Bernal hanno spesso e volentieri ravvivato la gara tentando azioni dalla lunga distanza, o quantomeno mettendo la squadra in testa a tirare. Colpisce soprattutto l’atteggiamento del colombiano: non ha mai avuto le gambe per vincere questo Giro, e probabilmente lo sapeva lui per primo, ma ha infiammato la corsa sia sul San Pellegrino in Alpe che sul Grappa, anche a costo poi di rimbalzare nel finale.
Poca battaglia per la maglia ciclamino e per la maglia azzurra
Classifica finale della maglia ciclamino: primo Mads Pedersen, con 295 punti, secondo Olav Kooij con 185. Classifica della maglia azzurra: primo Lorenzo Fortunato, con 355 punti, secondo Christian Scaroni con 201. Se nella generale abbiamo visto un grande equilibrio fino alla fine, lo stesso non si può dire delle due classifiche “minori”. Pedersen e Fortunato erano probabilmente imbattibili: uno è un fuoriclasse assoluto, l’altro un ottimo scalatore che ha corso libero da pensieri di classifica. Sarebbe stato interessante, però, vedere un po’ di lotta in più. Per quanto riguarda la ciclamino, Kooij ha provato qualche sprint ai traguardi volanti nelle prime tappe, ma poi ha rinunciato appena ha toccato con mano quanto la leadership di Pedersen fosse inscalfibile. Fortunato, invece, ha preso la maglia azzurra già in Albania e nessuno lo ha di fatto mai contrastato, tanto che il secondo in classifica, alla fine, è stato il suo compagno Scaroni.











