
La prima vittoria della sua carriera, Marco Martini se la ricorda come se fosse ieri. Ed effettivamente non è che sia poi passato chissà quanto tempo: due anni, era il 7 maggio del 2023, la sua seconda stagione tra gli juniores.
«Non sapendo cosa significasse vincere, non sapevo nemmeno cosa aspettarmi. Però il digiuno cominciava a pesarmi, non dico che fosse diventato un incubo ma quasi. Quel giorno fu fondamentale il forcing di Garbi, che sull’ultima salita di giornata scremò il gruppo e preparò la strada al mio attacco. Mi venne dietro solo Sambinello, che poi riuscii a battere di un dito allo sprint. Era il Memorial Antonelli, se non ricordo male. Alle mie spalle, appunto, Sambinello, che oggi milita nel vivaio della Uae, e Borgo, che pochi giorni fa ha vinto la Gand-Wevelgem degli Under 23 e che quella volta chiuse terzo, dovendosi accontentare della volata dei battuti. Un bel podio. E poi ne vinsi un’altra, di gara, la Noventa Padovana-Enego, arrivando da solo».
Preludio ad un debutto tra gli Under 23 rimasto brillante, tuttavia, soltanto sulla carta: l’anno scorso, difatti, non hai quasi mai corso.
«Prima mi sono dovuto fermare a causa della mononucleosi, poi ci si è messo di mezzo il cuore: delle aritmie, non so dovute a cosa, che mi hanno costretto a sottopormi ad un’ablazione. Paura di smettere non l’ho mai avuta, solo qualche brutto pensiero nel caso in cui i problemi cardiaci dovessero riproporsi. Però di ciclismo non volevo saperne, tant’è che ho seguito a malapena i risultati dei miei compagni di squadra».
A cosa credi ti sia servita la passata stagione?
«Intanto a diplomarmi in relativa serenità. Ho frequentato un tecnico e ho studiato Automazione, sto pensando di lasciar perdere l’università online alla quale mi sono iscritto per passare ad una vera e buttarmi su Ingegneria Gestionale. Quando un corridore non è in giro per gareggiare, di tempo a disposizione ne ha e a me piacerebbe investirlo in quel modo. Per il resto, cosa mi ha insegnato: non saprei, forse a farsi coraggio e ad accettare quel che accade, ma non ne sono troppo convinto. Mi sono accorto, invece, di aver maturato una grande voglia di rivincita».

Non a caso, nella prima parte di stagione hai chiuso quarto al Polese e a Loreto, e quinto prima al Marmo e poi alla Piccola Liegi.
«Buoni piazzamenti che mi fanno sentire più vicino all’obiettivo principale, che rimane il successo. Al Polese ho avuto bisogno di un centinaio di chilometri per sciogliere le gambe, però alla fine ho disputato una bella volata aggiudicandomi quella degli sconfitti. Situazione simile al Marmo: ormai il russo (Savekin, ndr) era andato, io ho provato ad anticipare Menghini della General Store a trecento metri dall’arrivo perché non sono molto esplosivo, ma alla fine lui, Biagini e Cipollini mi hanno sorpassato negli ultimi venti metri. Non ho rimpianti, quel che dovevo e potevo fare l’ho fatto».
Hai sfruttato la forma maturata nelle gare con i professionisti: Coppi e Bartali e Giro d’Abruzzo. Com’è stato l’impatto?
«Lo scorso anno rientrai giusto in tempo per disputarne qualcuna a fine stagione, e non vidi mai il traguardo perché la gamba era quel che era. Quest’anno, invece, pur non raccogliendo piazzamenti evidenti, mi sono reso conto che forse questo può essere davvero il mio lavoro. Ero partito prevenuto, convinto che avrei affrontato degli alieni; al contrario, ho trovato sì atleti forti ed esperti, ma non irraggiungibili. Il livello del Giro o del Tour sarà più alto, non lo metto in dubbio, e non sostengo nemmeno di poter vincere con facilità, ci mancherebbe: dico soltanto che, superati i primissimi giorni, il confronto non mi è parso così sproporzionato a loro favore. Si allenano meglio e da più tempo, ma il divario si può colmare».

È giusto considerarti uno scalatore dotato di un ottimo spunto veloce?
«È come mi considero io stesso, tuttavia non ho molti elementi sui quali basarmi. L’anno scorso non ho gareggiato, quest’anno è ancora in corso e i risultati fatti due o tre anni fa tra gli juniores vanno tenuti in considerazione fino ad un certo punto. Comunque in linea di massima è corretto quello che dici: mi difendo bene in salita e posso dire la mia nelle volate a ranghi ristretti».
Fai parte di una squadra, la Technipes, che ha nel calendario internazionale uno dei suoi fiori all’occhiello: sarai impegnato in Francia tra la Ronde de l’Isard, che comincia oggi, e l’Alpes Isère.
«Parteciperò aiutando chi curerà la classifica generale, quindi Cattani e Bagnara, e allo stesso tempo proverò a conquistare una vittoria di tappa approfittando dei percorsi vallonati che sulla carta mi si addicono. Sono molto fortunato a vestire una maglia così prestigiosa, perché mi viene data l’opportunità di confrontarmi in contesti internazionali e di ampliare di mese in mese il mio bagaglio d’esperienze. Ora, ad esempio, riesco a leggere più facilmente alcune dinamiche di gara che prima, invece, mi erano oscure».
Come te la cavi con la pressione, se un domani ti venisse chiesto di fare il capitano?
«Non mi faccio appesantire né condizionare dalle responsabilità. Credo che pensare troppo sia un male, si finisce per crearsi dubbi che non esistono e alibi dei quali non c’è bisogno. Però è un’arma a doppio taglio, perché si corre il rischio di abbassare troppo la guardia e di farsi trovare impreparati, e non soltanto nel ciclismo. Guai a distrarsi. Io sto ancora cercando il mio equilibrio, ecco».













