
Beppe Saronni sorride dinanzi ai fatti del giorno. Anziché commentarli, racconta un episodio che la dice lunga sul ciclismo che ha vissuto in prima persona.
«Era la mattina della tappa del Gavia. Arrivavano a noi corridori le telefonate dei tifosi che erano già sul percorso che ci avvisavano del freddo, della pioggia, della neve. E la strada non era nemmeno asfaltata. I capitani delle squadre chiesero allora un incontro a Torriani per decidere il da farsi. Lui ci lasciò parlare ascoltandoci con attenzione. Chiedevamo se era il caso di fare un percorso alternativo, di aggirare la zona più turbolenta. Quando abbiamo finito, lui mi mie una mano sulla spalla e disse: “Beppe, hai voluto la bicicletta…” e la tappa partì e si concluse come tutti ben ricordano».
I tempi sono cambiati…
«E’ vero, ma mi domando perché queste cose capitano solo al Giro d’Italia».
Cosa accadeva ai vostri tempi?
«Racconto un altro episodio. Ai miei tempi ogni anno passava un gruppetto di neoprofessionsti. Giovani pieni di entusiasmo e voglia di fare. Ricordo un giorno al Giro questi ragazzi limavano in maniera incredibile. Avevamo sempre i freni di qualcuno che toccavano il sedere di un altro. Ad un certo punto, Gimondi tirò giù due urli e disse che la sera voleva vedere tutti i capitani perché bisognava correre con più testa. La mattina dopo le cose andarono diversamente».
Cosa vuoi dire?
«Cari corridori, bisogna saper correre. Non basta avere i computerini o la radiolina, ci vuole la testa. Bisogna sapere quando è il momento di rallentare, di non rischiare. Quando si cade ci si fa male e bisogna sapersi gestire con intelligenza. Le distanze di sicurezza vanno tenute anche in base alle condizioni di gara. In gruppo si parla, i capitani possono concordare certe situazioni senza fare tanto teatro. Ai miei tempi la neutralizzazione non esisteva e non può essere che tutti gli anni al Giro si debba neutralizzare almeno una tappa. Si interroghino anche sulle loro responsabilità».
E l’organizzatore cosa può fare?
«Capisco che i problemi sono tanti e l’organizzazione deve cercare di evitare rotture, ma in certi casi forse bisogna far capire che la colpa non è del percorso, ma di come sono gli stessi corridori a gestirsi. Diventa troppo comodo per i corridori quando c’è qualcosa che non gli piace minacciare. Il ciclismo comporta dei rischi, bisogna saperli affrontare con responsabilità ed intelligenza, a volte mi sembra proprio che qualcosa manchi».











