Belleri: «In Italia gli elite hanno vita dura perché le continental sono state fraintese»

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Dopo una stagione alla Hopplà-Petroli Firenze-Don Camillo, Michael Belleri ha accettato l'offerta della Gallina-Ecotek-Lucchini, con cui è già stato in ritiro due volte a Calpe (credit: Bonaita).
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Le due vittorie conquistate a Montecassiano e a Mercatale nel giro di dieci giorni avevano lasciato pensare che per Michael Belleri fosse iniziata la stagione decisiva, quella che finalmente lo avrebbe lanciato tra i professionisti. Invece, la sua consueta regolarità fatta di tanti piazzamenti (terzo al Montalbano, secondo al Valli Aretine, quinto a Briga, sesto al Giro della Daunia) non è bastata, e così alla San Geo comincerà la sua ottava stagione tra i dilettanti.

«Francamente non ho motivi per strapparmi i capelli. È vero, dopo i due successi non ne ho raccolti altri, ma sono sempre stato nel vivo della corsa. In Italia, specialmente nelle squadre di club, si corre talmente spesso che è impossibile poter immaginare di vincere ogni settimana. No, il mio bilancio non può essere negativo. Avevo anche cambiato squadra, direi che la risposta è stata più che positiva».

Dopo quattro anni alla Biesse, avevi scelto la Hopplà-Petroli Firenze-Don Camillo: una delle migliori non continental italiane.

«Rispetto all’ambiente della Biesse, non ho riscontrato grandi differenze. Due realtà valide e più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, mi riferisco alla logistica e all’organizzazione delle trasferte. Alla Hopplà mi sono trovato bene, niente da dire, tant’è che nonostante qualche offerta avevo deciso di rimanere con loro sperando di poter approfittare dei buoni rapporti con la ex Corratec, l’attuale Solution Tech-Vini Fantini. Ho accettato la proposta della Gallina-Ecotek-Lucchini soltanto nel momento in cui ci era stata comunicata la chiusura della squadra, anche se poi alla fine sono riusciti a salvarsi e saranno in gruppo anche quest’anno».

Alcuni mesi fa avevi spiegato quanto fosse stato significativo l’impatto con Provini. Che rapporto avete instaurato?

«Diretto, spontaneo, talvolta conflittuale ma sempre a fin di bene. Sano, direi. È capitato di mandarsi a quel paese, ma la stima e il rispetto dei ruoli non sono mai venuti meno. Avendo venticinque anni, qualche osservazione credo di potermela permettere. Di Provini ho apprezzato soprattutto la capacità di far credere ai suoi corridori di non essere inferiori a nessuno. Piuttosto che essere anonimi, meglio ritirarsi dalla stanchezza per averci provato in continuazione. Credere in se stessi è il messaggio principale che Provini vuole trasmettere, e spesso ci riesce. Prima lo notavo dall’esterno, adesso sono contento di averlo potuto provare sulla mia pelle».

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Nel 2023, Belleri ha partecipato al Giro di Sicilia dei professionisti, indossando per tre giorni la maglia pistacchio di leader della classifica degli scalatori (credit: Alpozzi/LaPresse).

L’anno scorso, oltre alle vittorie tue e della squadra, sono maturati anche diversi piazzamenti in situazioni di superiorità numerica. Non hai nessun rimpianto?

«L’unico che mi viene in mente, è quello di Briga Novarese. Tra l’altro era il giorno del compleanno di Provini. Lui, giustamente, ci aveva chiesto di attaccare a più riprese per imboccare in anticipo lo strappo finale: altrimenti, col gruppo compatto, qualcuno più esplosivo l’avremmo trovato. Nella fuga di sedici eravamo in quattro della Hopplà. Io e Di Felice, alla fine, abbiamo chiuso lui quarto e io quinto; del gruppo ci hanno ripreso soltanto Arrighetti, Garibbo e Meris. Peccato, perché con dieci secondi in più all’imbocco del muro avremmo potuto concludere primo e secondo. Ma per quello che dicevo poc’anzi, per certi versi è stata la gara manifesto del pensiero di Provini».

Non appena si è creata la possibiltà di ingaggiarti, la Gallina-Ecotek-Lucchini non ci ha pensato due volte. Un bresciano in una formazione bresciana: e sabato c’è la San Geo.

«Insieme al Città di Brescia, la mia gara del cuore, è forse l’appuntamento più significativo dell’intera stagione almeno da un punto di vista sentimentale, mettiamola così. Devo dire la verità, non pensavo di trovare una società così organizzata e fornita. Ci hanno portato due volte in ritiro in Spagna, a Calpe, prima a dicembre e poi a gennaio. In più, abbiamo due biciclette a testa: quella di scorta con cui ci alleniamo e quella principale con cui corriamo, sempre accudita in officina. Non sono tante le squadre italiane, a maggior ragione quelle di club come la Gallina, che possono permettersi un equipaggiamento del genere».

A seguire la vostra preparazione c’è un esperto d’eccezione: Simone Petilli, professionista dell’Intermarché-Wanty.

«Qualche corridore ha mantenuto il suo preparatore, il quale tuttavia deve relazionarsi con Simone per decidere insieme quale strada seguire. È bello e prezioso potersi giovare delle dritte e dei consigli di un professionista come Petilli, che innanzitutto può sperimentare su se stesso metodologie e lavori specifici per capire cosa funziona e cosa, invece, no. Nelle due trasferte spagnole, ci siamo concentrati prima sull’accumulare chilometri e poi sugli esercizi più mirati, alternando intervalli più lunghi ad intervalli più brevi. I test sono stati rincuoranti, a maggior ragione tenendo conto che li abbiamo svolti un mese fa, quindi con una forma buona ma non eccezionale».

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Nel 2024, con la maglia della Hopplà, Belleri ha conquistato tanti piazzamenti e due affermazioni: il Gp San Giuseppe a Montecassiano e la Fiera di Mercatale (credit: Hopplà-Petroli Firenze-Don Camillo).

Saresti d’accordo se alcune prove attualmente riservate agli Under 23 cominciassero a contemplare anche gli elite?

«Sì, sarei d’accordo e ben felice di partecipare. Il professionismo, ormai quasi quotidianamente, mostra quanto siano già competitivi i corridori di vent’anni: e allora perché, nella categoria inferiore, un venticinquenne come me non può affrontare regolarmente i ventenni dei vivai internazionali? Io credo che ci guadagneremmo tutti: i talenti stranieri si confronterebbero anche con atleti più maturi, noi elite avremmo un palcoscenico in più per metterci in mostra e stando al loro fianco anche i giovani italiani si sentirebbero più forti e sicuri, convinti davvero di poter competere con i migliori coetanei d’Europa».

Forse tutto questo non servirebbe nemmeno, se il ciclismo italiano non avesse frainteso la funzione delle continental. Quelle francesi, tra le più forti al mondo, sono composte perlopiù da una decina di atleti senza particolari limiti di età. Nella CIC-U-Nantes c’è Mariault, 26 anni, ultime due stagioni alla Cofidis. Nella Van Rysel Roubaix c’è Planckaert, 36 anni, una vita tra Professional e World Tour. E la lista sarebbe ancora lunga.

«Infatti, senza nulla togliere al dilettantismo italiano, se non riuscissi a passare professionista sarei comunque contento di entrare in una continental straniera di alto profilo: quelle francesi, oppure la Ukyo di Volpi. In Italia, dal mio punto di vista, le vere continental furono le prime una decina d’anni fa. Adesso, nella stragrande maggioranza dei casi, fanno le comparse tra i professionisti e si limitano al calendario italiano dei dilettanti. La continental, io credo, avrebbe una sua precisa collocazione: sopra il dilettantismo e sotto il professionismo. Interpretate così, invece, non sono né carne né pesce. Però di gare per quell’idea di ciclismo in Italia ce ne sono poche».

A cosa ti riferisci?

«Secondo me, il calendario ideale di una continental dovrebbe essere composto perlopiù da gare .2. Mi viene in mente il Giro del Friuli, ad esempio. All’estero ci sono diverse gare a tappe di quella categoria a cui partecipa qualche Professional e per il resto tutte continental. Mi sembra un compromesso più che giusto. È quello a cui ambisco io quest’anno, anche se la Gallina-Ecotek-Lucchini non è una continental: andremo anche all’estero, dove proverò a mettermi in mostra cercando di attirare l’attenzione di qualche formazione semiprofessionistica».