Ruanda, si torna a sparare: e il 23 febbraio scatta il Tour

Ruanda
La situazione al confine tra Ruanda, dove a settembre si svolgeranno i Mondiali, e Congo è sempre più critica
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Il prossimo 23 febbraio scatterà il Tour du Ruanda, un’occasione per studiare le strade che a settembre vedranno i migliori corridori del panorama internazionale sfidarsi per la vittoria dei Mondiali su Strada. Se potessimo parlare solamente di ciclismo e di quanto sia importante questa opportunità per l’Africa, sarebbe tutto più semplice. Purtroppo, però, dobbiamo fare i conti con la realtà.

La situazione al confine tra il Paese e il Congo appare sempre più delicata. In un articolo dello scorso 30 gennaio vi abbiamo raccontato le origini del conflitto, analizzando come mai le azioni dei ribelli del movimento M23 nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo vedano implicate anche le forze ruandesi.

Il Ruanda, che si stima aver inviato fra i tremila e i quattromila soldati in territorio congolese, è stato descritto da tutto il mondo (soprattutto dalle potenze europee) come Paese aggressore. Non a caso il suo presidente Paul Kagame non ha alcuna intenzione di ritirare gli aiuti economici e militari al movimento ribelle. Ricordiamo che Kigali, proprio lì dove si svolgeranno i Mondiali, contesta al governo congolese di offrire rifugio al vecchio potere Hutu, responsabile del genocidio ruandese di metà anni ’90 nei confronti dell’etnia Tutsi, oggi al potere.

Ruanda, la situazione oggi

La situazione dopo due settimane non sembra essersi calmata. Era stato trovato un accordo di tregua molto faticosamente, ma soltanto dopo 48 ore si è tornati a sparare. Come spesso accade in questi casi, entrambe le fazioni si sono accusate reciprocamente di aver rotto il cessate il fuoco e i ribelli hanno preso il controllo di un’altra cittadina, Nyabibwe.

Il Ruanda, dal canto suo, parrebbe “sfruttare” le zone occupate per estrarre minerali e risorse naturali importantissime per l’economia del Paese, esportandole successivamente entro i propri confini. Parliamo di coltan, litio, cobalto, rame, diamanti e oro. Un “piano” perfetto, verrebbe da dire, se non fosse che questo rischia di far saltare in aria tutti i progetti sportivi (e non solo) pensati negli ultimi anni per dare a Kigali l’immagine di un territorio sicuro e moderno.

Le ricadute sul ciclismo

Oltre al ciclismo, con il Tour du Ruanda e i Mondiali, sarebbe a rischio anche il progetto di Kagame e Stefano Domenicali di riportare la Formula 1 in Africa. Tutto risulta essere più complicato dalle forti condanne di paesi come il Belgio, ex colonizzatore proprio di quei territori. Bruxelles, nonostante la decolonizzazione, continua a far valere il proprio peso geopolitico nell’area, non a caso è stato e continua ad essere il primo accusatore del governo ruandese.

Il ministro degli esteri Maxime Prevot ha parlato di «sospensione degli aiuti e del dialogo politico», ma anche di «sanzioni». Non è una mossa politica, bensì di sicurezza, ma come possiamo interpretare il fatto che la squadra più importante invitata al Tour du Ruanda, la belga Soudal Quick-Step, abbia rinunciato a prendere parte alla corsa il prossimo 23 febbraio?

A proposito di Tour du Ruanda. Considerando che la quarta tappa con arrivo a Rubavu si concluderà a dieci chilometri dal confine con la Repubblica Democratica del Congo, sono da capire le preoccupazioni delle squadre invitate. Proprio lì dove i corridori taglieranno il traguardo, si potranno sentire gli spari dei fucili provenienti da Goma, la città in mano ai ribelli M23. Non il massimo, bisogna dire.

L’evoluzione del conflitto, i rischi del Mondiale in Ruanda

Difficile capire come procederà il conflitto. La speranza è che presto si possa arrivare ad un cessate il fuoco, ma sappiamo bene quanto siano lontane le speranze della comunità internazionale dalla realtà effettuale. L’inviato ruandese all’Onu, James Ngango continua a ribadire che il Congo stia preparando un attacco al vicino e per questo motivo è giusto «difendere i propri confini».

Il rischio di un’escalation è forte e le parti in causa sembrano sorde alle richieste del mondo. È chiaro che in un simile scenario parlare di sport è davvero difficile. I Mondiali in Ruanda sono davvero a rischio.