
No, nemmeno Paolo Rosola aveva immaginato una stagione così felice per la General Store. D’Aiuto ha sfiorato una tappa all’Orlen Nations Grand Prix e ha vinto a Capodarco. Bortoluzzi ha chiuso terzo alla San Geo e primo al General Store, la gara di casa. Kevin, figlio di Paolo, ha rotto il ghiaccio sulle strade della Coppa della Pace. Menghini ha centrato quattro affermazioni: Firenze-Empoli, Polese, Fiorano e San Luigi. Cocca ha anticipato tutti al Ciclismoweb Criterium, idem Dal Cappello al Cleto Maule. Milosevic ha portato a casa una tappa al Tour of Albania e la prova in linea dei campionati serbi riservata agli Under 23. Peschi è arrivato secondo alla Milano-Busseto e terzo alla Coppa della Pace, Cirlincione quinto al Marmo, quarto sul Monte Cengio e primo a Rovescala, Palomba quinto alla Firenze-Empoli, settimo al Piva e ottavo al Liberazione.
«Quando sono arrivato due anni e mezzo fa – ricorda Rosola – ho avuto la fortuna di trovare una dirigenza ambiziosa e disposta a darmi fiducia. Voglio ringraziarli ancora una volta, mi hanno dato spazio dopo la brusca chiusura della Gazprom. Due anni e mezzo fa, dicevo, abbiamo gettato le basi, perché secondo me senza fondamenta non si va da nessuna parte. Intendo dire che abbiamo costruito uno staff affiatato, competente e fisso: non ci sono pensionati e amici degli amici che danno una mano quando possono, con tutto il rispetto. Quattro direttori sportivi, due preparatori, meccanici, massaggiatori. E poi quattro ammiraglie, due furgoni, un furgoncino, un camper. Ai ragazzi non manca niente e possono fidarsi ciecamente del personale. Non abbiamo niente da invidiare alle development: anzi, solo il modo in cui vengono trattate».
Spiegati meglio, Paolo.
«Da parte del professionismo c’è sempre meno rispetto nei confronti di squadre come la nostra. Mi è venuta la nausea da quante richieste ho mandato agli organizzatori stranieri: niente da fare, prediligono i vivai anche se si presentano con le seconde o terze linee. Per non parlare della quantità e della qualità dei corridori che ingaggiano: ognuno pensa al proprio orto, di fare razzia e di non lasciare quasi nulla alle formazioni meno ricche non se ne curano mica».

Ma qualcuno dei tuoi ragazzi dovrà pur passare professionista, no?
«Mi piacerebbe dirti di sì, ma la realtà è che la vedo dura. Menghini, D’Aiuto, mio figlio Kevin secondo me meriterebbero una chance nella categoria superiore. Menghini ha dimostrato di poter vincere, D’Aiuto ha intuito e sfrontatezza, Kevin ha lavorato come un mulo per i suoi compagni in gruppo e in fuga e quando ha avuto la possibilità di mettersi in proprio ha battuto tutti alla Coppa della Pace, non alla gara del paese. Ma sai cosa mi dicono i direttori sportivi italiani del professionismo?».
Prego.
«Che la dirigenza delle squadre, ovviamente straniera e foraggiata da sponsor stranieri, non ripone molta fiducia nei nostri corridori. “Paolo, è il mio parere contro quello di tutti gli altri”, mi dicono diversi colleghi. Non so se crederli o meno. Se fosse davvero così, allora ai piani alti non contiamo davvero più niente. Io sto dalla parte di Velasco, per me un maestro e un riferimento: non credo nella maniera più assoluta che in Italia sia scomparso il talento, ma ti pare? Nel caso specifico, ci mancano un paio di team nel World Tour, così da innescare un circolo virtuoso. Penso anche ai tanti buoni elite italiani che purtroppo rimarranno a piedi».
Cosa dici ai tuoi ragazzi quando affrontate l’argomento?
«A malincuore, ma ho messo loro la realtà davanti agli occhi. Chi non è convinto non perda ulteriore tempo, chi si rende conto che potrebbe non passare professionista cominci a guardarsi intorno. Nel ciclismo italiano, specialmente in quello giovanile, c’è bisogno di idee e forze fresche. Meccanici, massaggiatori e in particolar modo direttori sportivi servirebbero come il pane».

A proposito di direttori sportivi, per il prossimo anno avete ingaggiato Daniele Calosso.
«Sapevamo che voleva cambiare aria dopo tanti anni alla Rime e non ce lo siamo fatti sfuggire. È un direttore giovane e bravo, in più entrerà a far parte di un ambiente solido ed esperto che potrà insegnargli ancora molto. E poi sarò sincero, io a febbraio compirò 68 anni e inizio a credere d’aver fatto il mio tempo. Resterò senz’altro dietro le quinte e in appoggio alla società, ma defilandomi dal palcoscenico principale delle gare e dell’ammiraglia. Capisco sempre meno la direzione che ha imboccato il ciclismo, ma allo stesso tempo non voglio diventare uno di quei vecchi che borbotta e basta. Mi sento Don Chisciotte contro i mulini a vento».
Cosa ti dà più fastidio?
«Che a volte mi si dica: correte poco all’estero. Per forza, le richieste d’invito ci vengono rifiutate e dovremmo pagare migliaia d’euro ogni volta. O pago lo stipendio ai corridori, o fornisco loro delle belle biciclette, o andiamo a correre all’estero: questa è la realtà dei fatti. Dopodiché, avendone fatto parte so benissimo come funziona il mondo dei professionisti. Alcuni dei miei corridori potrebbero entrarci e ricoprire dignitosamente un certo ruolo, ma non viene data loro una chance perché ci sono decine di atleti che ormai hanno trovato la loro dimensione e le squadre continuano a tenerli perché costano il giusto e non danno problemi né grattacapi. E di posti non se ne liberano».
Sei d’accordo con chi vorrebbe abolire il dilettantismo?
«Come potrei esserlo? Ognuno ha i suoi tempi, col talento puro e basta nello sport non si va da nessuna parte. Io vedo tanti juniores validi che hanno comunque bisogno di un paio d’anni tra gli Under 23 per completare la loro maturazione. Mentre, al contrario, non vedo un esercito di ventenni che vince regolarmente tra i professionisti».













