Tour de France, Remco esagera: Vingegaard merita rispetto

Jonas Vingegaard alla ruota di Tadej Pogacar
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Il pubblico che ieri ha seguito la nona tappa del Tour de France – quella caratterizzata dai tratti in sterrato, che ha chiuso la prima settimana di corsa – sembra essersi diviso in due fazioni: chi difende Jonas Vingegaard e chi invece Tadej Pogacar e Remco Evenepoel. Perché? In estrema sintesi, perché gli autori degli attacchi in gruppo sono stati Evenepoel e Pogacar, mentre Vingegaard si è limitato a seguire le loro ruote, senza dare cambi. La cosa ha indispettito il belga e lo sloveno che, nel post tappa, hanno tolto dagli scarpini tutti i sassi ereditati dallo sterrato. Contro il danese, ovviamente.

«È un peccato che quando eravamo in tre Jonas Vingegaard non abbia voluto collaborare per allargare il gap. Avevamo la possibilità di tornare sul gruppo di testa e mettere in cassaforte il podio della generale, ma rispetto le tattiche della Visma, hanno scelto di giocare in difesa. Dobbiamo accettare le tattiche di gara, le situazioni di gara. Ma a volte hai anche bisogno delle palle per correre. E purtroppo forse Jonas non le aveva oggi» ha sentenziato Evenepoel. Più morigerate invece le dichiarazioni di Pogacar.

La critica in sé ci può stare e, se espressa con i toni del capitano della UAE, è legittima. Il carattere del campioncino della Quick-Step non si scopre certo adesso, anzi: una buona fetta di pubblico lo ama proprio perché non ha mai peli sulla lingua e perché del suo passato da calciatore ha mantenuto il fare istrionico. Dovrebbero però esserci dei limiti, quantomeno nel rispetto dell’avversario. “È semplice trash-talking” (quella forma di comunicazione sportiva intimidatoria particolarmente in auge in NBA, ndr), dirà qualcuno. La guerra di nervi è parte dello sport, alimenta l’agonismo ed è elettrizzante, finché resta entro certi confini. In questo caso, c’è un (grosso) dettaglio che sembra sfuggire.

Tralasciando le solite, noiose implicazioni machiste, che senso ha definire “senza palle” un corridore che fino a tre mesi fa era ricoverato in ospedale con una contusione polmonare, più una clavicola e diverse costole rotte? È un miracolo che sia riuscito a uscirne in fretta, figurarsi essere al Tour de France, la corsa più stressante al mondo, appena due mesi dopo essere tornato in sella. Si sta ancora riprendendo dall’infortunio e già ci si aspetta da lui che assecondi gli attacchi – peraltro su un terreno che non lo favorisce affatto – e che abbia la stessa brillantezza di tutti gli altri. Davvero ci si stupisce se Vingegaard pensa solo (e con che coraggio!) a limitare i danni?

L’anno scorso fu Pogacar ad aver avuto problemi con la preparazione del Tour, per via di un infortunio al polso, e tutti sconsigliavano al fuoriclasse da Komenda di bruciare benzina fin dall’inizio, perché poi sarebbe calato nella terza settimana (come poi è accaduto). Adesso con Vingegaard ce ne siamo dimenticati, o crediamo semplicemente che sia una macchina automatizzata senza ferite e sentimenti?