De Laurentiis: «Fermato dalla pericardite, se non ho smesso devo ringraziare Umberto Di Giuseppe»

De Laurentiis
Al quarto anno tra gli Under 23, Giuseppe De Laurentiis sta finalmente trovando quella costanza che per diversi motivi (perlopiù problemi fisici) gli è spesso mancata (foto: Aran)
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Tra i nomi che potrebbero comporre l’organico della nazionale italiana al Giro Next Gen c’è anche quello di Giuseppe De Laurentiis, una possibilità che lui stesso definisce inimmaginabile fino ad alcuni mesi fa.

«A gennaio di due anni fa, un tampone positivo mi costrinse a fermarmi. Pensavo ad un decorso normale, invece stavo malissimo e non riuscivamo a capire perché. Per farla breve, prima mi venne diagnosticata una pericardite e in un secondo momento alcuni problemi intestinali, principalmente una gastrite, con cui combatto ancora oggi. I dottori mi hanno detto che devo avere pazienza, che guai del genere si risolvono soltanto col tempo. Sto seguendo un regime alimentare particolare, ma vi lascio immaginare quanto complicato possa essere passando di hotel in hotel per le gare».

Insomma, ecco spiegato perché nel 2022 non hai praticamente corso.

«Esatto. Era la mia seconda stagione tra gli Under 23 e avevo certe aspettative, perché la prima pur senza risultati eclatanti era stata soddisfacente: ottavo al Valdarno, decimo alla Ciuffenna, quarto nella Messapica, sedicesimo in un’internazionale come la Ruota d’Oro. Nel 2022 non ho praticamente mai corso e sinceramente pensavo di smettere: se non l’ho fatto devo ringraziare la mia famiglia, il mio preparatore e il grande Umbertone, l’anima della Aran».

Come ti ha convinto?

«Più che convinto, direi che mi ha obbligato. Mi è stato sempre vicino, mi aveva preso in simpatia per la caparbietà con cui avevo ottenuto certi piazzamenti, e non si è mai scordato di me. Ad un certo punto, nel 2023, ha cominciato a dirmi: torna a correre, spesso e volentieri mi manca un uomo e ho bisogno di qualcuno che tappi il buco. Era una scusa, la prendeva larga per sondare il territorio. Se non ricordo male, sono tornato in gara al campionato italiano dello scorso anno».

Quarantottesimo, nell’ultimo gruppo: una rinascita.

«Un risultato anonimo, ma dietro c’è una bella storia di resistenza e testardaggine. Quel giorno si ritirò più di mezzo gruppo, già portare a termine la corsa fu motivo di grande orgoglio. Pensai: se con tutti i problemi che ho avuto sono ancora qui, se nonostante i pochi allenamenti riesco a tenere un ritmo decente, allora devo riprovarci. Non so come andrà a finire la mia storia ciclistica, sono al quarto anno e non mi faccio particolari illusioni, anzi non escludo di buttarmi nei concorsi per diventare carabiniere come mio cugino: ma per il momento ho ancora voglia di pedalare».

I risultati di quest’anno testimoniano un buon colpo di pedale: secondo alla Penna, decimo al Tortoli, quinto al Bresci.

«La stagione era cominciata male, cadevo in continuazione. I rimpianti non mi mancano, perché correre poco mi ha lasciato in dote dubbi e paure. Ad esempio, alla Penna ho staccato Lorello in salita, ma quando l’ho visto rientrare in pianura ho pensato: ora perdo perché in volata mi batte. E difatti è andata così, ad onor del vero anche perché io in volata non me la cavo bene. Mi sento a mio agio in salita e in pianura, ma lo sprint non è proprio il mio elemento. Ma devo migliorare, considerando quante gare dilettantistiche si risolvono in volate ristrette».

Alto e slanciato, sei un passista-scalatore.

«Sì, senza dubbio. Un passista-scalatore che ha sempre vinto abbastanza nelle categorie giovanili, che non ha mai attaccato un granché e che invece, in particolar modo da quest’anno, sta iniziando a buttarsi nella mischia assumendosi i suoi rischi. Adesso sono alto 1,80 e peso 63 chili, ma in passato prima ho sofferto lo sviluppo precoce altrui e poi ho dovuto affrontare un’esagerata perdita di peso: non ero da ricovero, ma non andavo oltre i 58 chili. Pochi, troppo pochi. Un’esperienza negativa che mi ha portato a crescere».

Quest’anno la Aran è tornata su livelli dignitosi: tu e Parravano state raccogliendo parecchi risultati.

«Francesco è la nostra punta di diamante, ha una marcia in più e noi proviamo a supportarlo meglio che possiamo. Non me ne vengono in mente molti più forti di lui nel gruppo dilettantistico italiano. Correre per la Aran è stimolante, è uno dei simboli ciclistici dell’Abruzzo e ci permette di affrontare ad armi pari le migliori squadre italiane: che alcune realtà dispongano di mezzi e possibilità superiori ai nostri è un dato di fatto, penso banalmente al calendario, ma essere continental sulla carta non basta, poi bisogna dimostrarlo sulla strada».

Credi di poter rientrare nella nazionale che parteciperà al Giro Next Gen?

«Se fossi stato scelto, probabilmente saprei già qualcosa in più. Io so che Amadori ha parlato con Umbertone e che era stato fatto il mio nome, di più non so. Spero di rientrarci, ma non ne sono così sicuro. So che il cittì si sarebbe basato anche sulla Coppa della Pace e io, purtroppo, non ho rubato lo sguardo: in pianura è scappata la fuga che si è giocata il successo e io sono rimasto dietro. In ogni caso, sono felice che il peggio sia alle spalle: se non potrò mettermi in mostra sulle strade del Giro, lo farò sicuramente nelle altre gare che mi attendono».