Giro d’Italia, Caruso lancia Tiberi: «Ha dimostrato che un giorno può vincere le corse a tappe»

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Damiano Caruso al termine del Giro d'Italia 2024
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Damiano Caruso non ha vissuto esattamente il Giro d’Italia che sognava. Le prime due settimane sono state molto complicate con le due cadute che gli hanno impedito di correre come avrebbe voluto, all’attacco per vincere una tappa e al fianco di Antonio Tiberi, l’uomo di classifica della Bahrain-Victorious.

«Dietro al Giro ci sono mesi e mesi di preparazione – spiega Damiano rilassandosi dopo il gran finale di Roma – Non volevo ritirarmi, nonostante i dolori. Ho cercato di stringere i denti e soffrire per qualche giorno, finché le cose non sono migliorate. Difficilmente in quelle condizioni sarei riuscito a vincere una tappa, così ho preferito stare al fianco di Antonio quando la strada iniziava a salire».

Sei stato una sorta di scudo per Antonio.

«Era il mio compito. Siamo venuti qui con una squadra non eccessivamente forte in salita. Quando iniziava la selezione con lui rimanevamo solo io e Zambanini. Edoardo però non è uno scalatore puro, ha cercato di fare quello che ha potuto. Lasciare solo Antonio non era un’opzione».

Questo ha un po’ chiuso le tue possibilità, non trovi?

«Probabilmente sì, ma non mi dispiaccio di questo. Siamo venuti qui con un obiettivo, quello di fare almeno una top-ten in classifica generale. Le cose sono andate oltre le aspettative e io sono felicissimo. Pensate in una tappa come quella del Grappa se io non fossi stato accanto a lui e avesse avuto un problema meccanico. Le ammiraglie erano a 3-4 minuti da noi e qualsiasi intoppo avrebbe vanificato il lavoro di tre settimane».

Non ti aspettavi un Tiberi così competitivo?

«Ho sempre saputo fosse un corridore eccezionale. Si vede che ha qualcosa in più rispetto ai suoi pari età: fa parte di quel ristretto numero di corridori classe 2000, 2001, 2002 che può già ambire ad alti traguardi. Io l’ho vissuto molto da vicino in questi mesi e mi sono accorto delle sue qualità, ma c’erano molti dubbi sulla sua tenuta nella terza settimana, dopotutto era alla prima esperienza da capitano. Mi ha impressionato, sono sincero: ogni giorno sembrava stare meglio e questo è un gran segno».

Ha le caratteristiche perfette per un uomo da corse a tappe.

«Esatto, quella è la sua strada. Lui poi ha un grandissimo vantaggio, ovvero che a cronometro va davvero forte. Sappiamo bene quanto le prove contro il tempo siano importanti nel ciclismo di oggi, dove i distacchi sono limitati. Non guardate Pogacar, prendete la classifica alle sue spalle: Martinez, Thomas, O’Connor e Antonio sono tutti lì».

Senza quella foratura ad Oropa sarebbe salito sul podio?

«Non possiamo saperlo, certo è che quel problema gli ha fatto perdere tempo prezioso in classifica. Credo che sia tutta esperienza che sta accumulando: forse si è fatto prendere dalla frenesia di rientrare e ha speso un po’ di più del dovuto, pagando poi quelle energie mancanti nel finale. Sicuramente non aveva molto meno di chi lo ha preceduto nella generale».

Ma un Pogacar simile te lo immaginavi?

«Che fosse il più forte al via e che avrebbe vinto con un ampio distacco, lo sapevamo tutti. Alla partenza abbiamo disegnato due scenari: quello in cui Tadej avrebbe corso da cannibale, cercando di vincere ogni tappa, e quello in cui si sarebbe risparmiato in vista del Tour de France, lasciando spazio agli avversari. Ha scelto la prima opzione, come dargli torto».

Credi nelle sue possibilità di doppietta?

«Perché non dovrei? Lo avete visto? Ha una marcia in più, vince con facilità e sembra sempre riposato. Penso non ci sia anno migliore di questo per fare la doppietta Giro-Tour. Non dimentichiamo che in Francia non sappiamo come arriverà Vingegaard, che è il suo rivale numero uno, l’unico che è riuscito a batterlo negli ultimi due anni. Evenepoel e Roglic sono fortissimi, ma su un livello più in basso. E vi dirò di più: in caso di vittoria al Tour, volerà anche in Spagna per vincere la Vuelta».