Geraint Thomas è il Giorgio Gaber del ciclismo

Thomas
Geraint Thomas al Giro d'Italia 2023 (foto: LaPresse)
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Cerutti Geraint. No, al bar del Giambellino ci sarà sempre e solo il “Gino” di Giorgio Gaber – anche se, data la predilezione di Geraint Thomas per la birra, l’idea di trovare il gallese in un bar a brindare non è poi così surreale. Attenzione, però, perché l’accostamento Thomas-Gaber è meno assurdo e allucinato di quanto possa sembrare.

Che cos’hanno in comune uno dei più grandi cantautori di sempre e uno dei più grandi ciclisti di sempre? L’ironia. Gaber ne fece la chiave di tutta la sua produzione artistica. I testi scritti a quattro mani con Sandro Luporini, anche i più disfattisti, si possono interpretare solo attraverso questa lente: l’ironia dissacra, razionalizza, aiuta a guardare i problemi dall’alto, e nessuno più di Gaber possedeva questa qualità. Parola di Vittorio Adorni.

Al Giro d’Italia del 1967, l’Airone riuscì a conquistare solo una tappa, non salì sul podio finale (arrivò quarto) e si fece pure male al ginocchio. Nonostante tutto, una foto d’epoca lo immortala raggiante: accanto a lui c’è un giovanissimo Signor G, pronto a riportare il sorriso ad Adorni con il fare giocoso che lo contraddistingue. Quel Giro peraltro si concluse proprio a casa di Gaber, a Milano.

Giorgio Gaber e Vittorio Adorni (1967)

Non si può dire che Milano abbia sorriso alla carriera di Geraint Thomas. Alla Milano-Sanremo il miglior piazzamento è un trentesimo posto, e in due casi su cinque (nel 2013 e nel 2014) Thomas ha addirittura abbandonato la corsa prima di arrivare al traguardo. Niente di particolarmente sorprendente: “G” non è noto per essere uomo da Classiche. Il veterano del Team Sky prima e della Ineos poi ha fatto breccia nel cuore del grande pubblico con la vittoria al Tour de France del 2018. È nelle grandi corse a tappe che lo scalatore si esalta, anche se non sempre tutto va secondo i piani. Anzi.

Un esempio su tutti: il Giro dell’anno scorso. Thomas indossa la Rosa per otto tappe, fino all’alba della penultima; poi bastano meno di 20 km di cronometro per dire addio, proprio all’ultimo, al sogno di aggiungere il secondo tassello al puzzle della tripla corona. Solo chi vanta un grande senso ironico (e autoironico) può sopravvivere sportivamente a una delusione del genere.

Adesso Geraint Thomas ha ormai 38 anni. Avrebbe tutte le ragioni per ritirarsi, specie da quando l’ondata di giovani talenti – Pogacar, Evenepoel, Vingegaard – ha iniziato a divorare qualsiasi corsa senza lasciare briciole. Eppure, il “Signor G” di Cardiff resiste. Come? Chiamando scherzosamente «little bastards» i rampolli che lo mettono in difficoltà, rispondendo con nonchalance «thanks!» al giornalista che lo rimprovera di essere stato il peggiore della sua squadra a cronometro e sorridendo alla vita, nonostante gli acciacchi, davanti a una pinta di lager bionda. Al bar del Giambellino, magari.