Zamperini: «Appena tre gare a tappe in tutta la mia vita, i margini di crescita non mancano»

Edoardo Zamperini ha dovuto lasciare la Ronde de l'Isard a causa di una caduta che gli ha procurato la frattura della clavicola
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Settimo al Belvedere, quarto al Recioto, sesto al Piva e diciottesimo a San Vendemiano: un’ottima serie di piazzamenti, quella raccolta da Edoardo Zamperini nelle classiche internazionali venete, che tuttavia può essere interpretata in una maniera oppure in quella opposta, con soddisfazione ma anche con rammarico.

«Se guardo il bicchiere mezzo pieno – spiega Zamperini – sono contento perché ho tenuto testa ai ragazzi della Visma, della Vf Group-Bardiani e della Mbh Bank-Colpack Ballan, quasi più professionisti che dilettanti, pur non avendo avuto le loro possibilità. In tanti, dopo Belvedere e Recioto, mi hanno fatto notare che più di un mio avversario aveva appena terminato la Coppi e Bartali. Certi discorsi non li capisco, sinceramente: sono dei giovani professionisti che corrono tra i dilettanti, cosa c’è di strano? Io stesso, se corressi in certe formazioni, non ci penserei due volte ad approfittarne».

Insomma, al terzo anno tra gli Under 23 hai ancora diversi margini di miglioramento.

«È proprio questo a galvanizzarmi. Si dice che una gara a tappe cambi la cilindrata del motore, no? Ecco, io ne ho affrontate appena tre in tutta la mia carriera. Eppure, nonostante questo, nelle ultime settimane ho dimostrato di poter lottare ad armi pari contro elementi molto validi. Se un giorno dovessi passare professionista, potrò crescere ancora parecchio».

Fino allo scorso anno alla Zalf, Zamperini nel 2023 ha conquistato un bel successo internazionale sulle strade del Gp Kranj (foto Prijavim.Se)

A San Vendemiano non sei riuscito a recuperare terreno su Kajamini, uscito in avanscoperta prima di te. Quanto può aver influito la sua partecipazione al Giro d’Abruzzo dei professionisti?

«Sicuramente tanto. Lo dicono i risultati. La corsa è finita venerdì, sabato Galimberti della Biesse-Carrera ha trionfato in solitaria a Pontedera e domenica Kajamini ha fatto il vuoto a San Vendemiano. Entrambi, ovviamente, erano in Abruzzo. Però, a dirla tutta, io a San Vendemiano ho sofferto il primo, vero caldo della stagione. Mi era già capitato lo scorso anno. Ognuno reagisce a modo suo, probabilmente chi ha corso in Abruzzo si era già temprato».

Però hai attaccato. Perché?

«Per difendermi. Inspiegabilmente, fino al giorno prima stavo bene, poi in gara battiti altissimi e mi staccavo durante ogni scalata di Ca’ del Poggio. Mi sono detto: se continuo a rimanere nel gruppo dei migliori, mi staccano di nuovo. Così ho attaccato tra penultimo e ultimo giro, nella speranza di guadagnare una trentina di secondi che mi permettessero di gestire l’ultima arrampicata. Io sono uno che in corsa usa molto la testa, avevo fatto i conti giusti, peccato che i crampi mi abbiano bloccato. Ho chiuso soltanto diciottesimo, di sicuro la giornata più brutta della mia stagione. Mi dispiace».

Avevi iniziato col settimo posto al Belvedere.

«Che stavo bene lo avevo intuito la settimana prima, terzo a Mercatale in una giornata strana, c’era Guzzo in fuga e giustamente non avevo piena libertà di manovra, poi anche a lui sono presi i crampi e abbiamo terminato terzo, quarto, quinto e settimo. Al Belvedere ho un rimpianto: ho sbagliato ad imboccare l’ultima curva. Andava presa interna, io l’ho presa all’esterno e inevitabilmente mi sono ritrovato stretto alla transenne. Colpa mia».

Una parte del merito dei bei risultati che sta raccogliendo la Trevigiani è di Filippo Rocchetti, il giovane direttore sportivo della squadra veneta, in foto con Davide De Pretto al Giro Under 23 del 2022, quando erano ancora entrambi alla Zalf

Poi quarto al Recioto, la gara di casa.

«E infatti mi è dispiaciuto non riuscire a salire sul podio, avrebbe avuto un altro sapore. Grazie ad una grande discesa, nel finale mi sono riportato sugli immediati inseguitori di Pinarello e Pescador, che ormai erano lanciati. Allo sprint, l’austriaco Putz mi ha battuto nettamente, quindi è inutile perdere tempo a chiacchierare».

Dopodiché, sesto al Piva.

«Avevo una gamba strepitosa, Belvedere e Recioto mi avevano dato quel che mi mancava. È stato bravo Novak a cogliere l’attimo, cosa vuoi che ti dica. Dietro, i due ragazzi della Vf Group-Bardiani guardavano me, ma io non volevo tirare come un forsennato col rischio di portare in volata uno come Crescioli, ad esempio, che nove su dieci mi avrebbe anticipato. Ho rischiato, rimanendo a ruota e sperando che chiudessero gli altri. Così non è successo, purtroppo, ma sono normali dinamiche di corsa. A volte va bene, a volte va male».

Eri l’unico non continental a giocarti vittorie e piazzamenti.

«Non mi stupisco, ormai lo vedete anche voi come funziona il ciclismo oggi: continental e specialmente development la fanno da padrone. Il fatto che io fossi lì in mezzo certifica la bontà del lavoro della Trevigiani e di Rocchetti. Ormai in Italia ci sono talmente tante continental che questa parola ha perso pure di significato. Quelle che fanno risultato e che provano a farsi vedere coi professionisti sono sempre le solite. Preferisco mille volte correre per una squadra di club come la Trevigiani, che a breve ci porta all’estero per la Ronde de l’Isard e la Freccia delle Ardenne, che per una di quelle continental che corrono coi professionisti di tanto in tanto senza mai farsi vedere».