La foto di Roglic e una domanda: il ciclismo è diventato troppo pericoloso?

Le ferite di Primoz Roglic al Giro dei Paesi Baschi 2024
Tempo di lettura: 2 minuti

Il ciclismo è andato avanti anni luce rispetto a qualche decennio fa (forse anche solo rispetto a dieci anni fa). Nuove tecnologie, nuovi materiali e nuovi studi permettono alle squadre di avere corridori più performanti e più veloci. Siamo sicuri, però, che in parallelo a queste innovazioni siano stati fatti adeguati progressi anche in materia di sicurezza?

A giudicare dalle continue, drammatiche cadute di cui sono vittima i professionisti, avere dei dubbi è più che lecito. Guardare una corsa una volta era divertente, appassionante, elettrizzante: oggi, guardare una corsa significa soprattutto pregare che nessuno dei propri beniamini finisca a terra o in ambulanza. In quanto a incidenti, i numeri sono impressionanti: siamo passati dai 118 del 2014 ai 295 del 2023. Ormai si possono ritenere fortunati quei corridori che arrivano al traguardo senza clavicole rotte o polmoni perforati. È questo ciò che il ciclismo vuole essere? Una macchina della morte?

Il presidente del sindacato francese dei ciclisti professionisti, Pascal Chanteur, ha richiamato in prima persona l’UCI sull’argomento: «Dobbiamo aspettare l’ennesima morte? Che a un corridore vengano tagliate entrambe le gambe o che perda la vita, perché la gente se ne accorga? Se questa è l’idea, non siamo lontani» denuncia Chanteur. «Non sto dicendo che l’UCI sia responsabile, ma ha la responsabilità di adottare tutte le nostre raccomandazioni per fare progressi sulla sicurezza. Siamo l’unico sport che non sa adattarsi e continuiamo a uccidere persone» conclude il presidente.

Chi ancora crede che non si tratti di un’emergenza a cui dare assoluta priorità, può ricredersi guardando l’ultimo post social di Primoz Roglic: il corridore della Bora-Hansgrohe ha condiviso le immagini delle sue ultime ferite al Giro dei Paesi Baschi. «Souvenir delle tappe 3 e 4 dell’Itzulia» scrive con ironia lo sloveno.