Giampaolo Cheula non è più il team manager della Aries, piccola squadra dilettantistica piemontese che nel corso della passata stagione si è tolta diverse soddisfazioni: al di là dei piazzamenti, il successo di Simone Impellizzeri al Città di Lucca e soprattutto quello di Fabio Garzi a Mercatale. Evidentemente questo non è bastato per meritarsi una riconferma.
«Se devo essere sincero mi è dispiaciuto e ci sono rimasto male – racconta Cheula – perché la bontà del lavoro svolto mi sembrava indubbia. Ma se la società ha deciso altrimenti non posso fare altro che prenderne atto. Credo dipenda anche da un discorso di sponsor, infatti il nome della squadra è cambiato, diventando Petrucci Parkpre-Team Aries. Seppur con dispiacere, me ne farò una ragione e andrò avanti».
Adesso cosa fai?
«Lavoro, banalmente. Sono un imprenditore, ho un’azienda di produzione di biciclette, la Lepontia, e recentemente sono stato scelto dalla Giovani Giussanesi, formazione juniores, per ricoprire il ruolo di direttore sportivo accanto a Danilo Napolitano, anche lui ex professionista come me. Infine, ho dato disponibilità per entrare a far parte del comitato tecnico piemontese, ruolo tuttavia non eccessivamente impegnativo. La famiglia ringrazia, sarò più presente. E alla fine della fiera dico anche che mi sta bene riprendere fiato: l’annata con la Aries è stata impegnativa».
Cos’è che ti ha soddisfatto maggiormente?
«La costanza, il piglio con cui abbiamo interpretato le gare, in Italia e all’estero: cercando di metterci in evidenza, subendo il meno possibile le manovre altrui. È gratificante, per me, aver ricevuto un grande interesse da parte sia degli atleti che avrebbero voluto entrare nell’organico, sia dagli organizzatori stranieri pronti ad invitarci nuovamente».
Hai qualche rimpianto?
«Hanno vinto Impellizzeri e Garzi, mi dispiace che non ci sia riuscito Carrò. Se lo sarebbe meritato, ha dimostrato il suo valore da febbraio ad ottobre. Alla Vuelta a Navarra ha chiuso secondo nella generale battuto soltanto da Aznar, che dal primo gennaio è professionista con la Kern Pharma. È arrivato secondo anche alla Zanè-Monte Cengio e al Giro del Valdarno, terzo nell’ultima tappa del Giro del Veneto. È un peccato che non abbia mai alzato le braccia al cielo».
Cosa gli è mancato?
«Deve migliorare nella tattica. Non essendo veloce cerca di arrivare da solo, ma non può pensare di attaccare in continuazione. I percorsi duri gli si addicono, però prima o poi le energie presentano il conto. In un primo momento, diciamo lo scorso anno, centrare il piazzamento poteva bastare: serviva per farsi notare e per prendere fiducia. Poi servono le vittorie, il terzo o il quarto posto non basta più. E per vincere, talvolta, bisogna rischiare di perdere».
Ha scelto di proseguire in una continental, la MG.K Vis: ha fatto bene?
«Ma sì, certo, è normale che voglia alzare il tiro e misurarsi anche coi professionisti. Ha 23 anni, è il momento giusto. Un’altra grande soddisfazione è quella d’aver lanciato tre atleti in altrettante continental: Carrò alla MG.K Vis, Impellizzeri alla Beltrami e il greco Drakos alla Novapor Speedbike. Garzi, invece, è rimasto alla Aries e credo proprio che sarà il corridore di riferimento».
E voi avevate mai pensato di allestire una continental?
«Ci vogliono soldi e idee chiare, di mettere in piedi un progetto raffazzonato e mediocre non importava niente a nessuno. Chi gestisce una continental deve andare a correre tra i professionisti e organizzare un’attività di alto profilo, non fare razzia di successi nelle prove regionali e nazionali. Quando siamo andati a correre all’estero, specialmente in Francia, ho potuto constatare proprio questo: laggiù le squadre giovanili più importanti si concentrano sulle gare internazionali e professionistiche, lasciando perdere le altre. Non capiscono che quelle regionali e nazionali sono fondamentali per i team più piccoli».
Che futuro immagini per squadre come la Aries?
«Bella domanda. Sicuramente non semplice. Io coi ragazzi parlavo chiaro. Spiegavo loro che non potevamo permetterci stipendi e rimborsi spese, ma in cambio avremmo potuto garantire un calendario più che dignitoso, con alcune puntate in Francia e in Spagna che avrebbero permesso ai corridori di confrontarsi anche con realtà diverse da quella italiana. Forse, rivedendo la partecipazione delle continental alle corse regionali e nazionali, si garantirebbe la sopravvivenza alle formazioni più piccole, i cui sponsor traggono linfa vitale dalle affermazioni sul territorio. Di certo c’è più gusto a dover mettere insieme un organico non di prime scelte».
È la storia dei tuoi tre anni alla Aries, no?
«Esatto. Carrò ha preso consapevolezza strada facendo, Impellizzeri prima di venire alla Aries militava nella Garlaschese e a me stupì questo ragazzo che nonostante una squadra piccola e dei mezzi tutto sommato normale riusciva a concludere le prove internazionali nei primi quaranta. Erano piccoli segnali che bisognava saper osservare e cogliere. Ad intuire il valore dei primi dieci non ci vuole nulla, son tutti capaci, e per ingaggiarli bastano i soldi, non l’esperienza e l’intuito. Ma c’è anche chi ha fatto un buon lavoro costruendo una squadra in maniera completamente diversa».










