Domenica 25, a Comano Terme, viene assegnato il titolo di campione italiano professionisti su strada. Sessant’anni fa l’attribuzione della maglia tricolore fu oggetto di una grottesca diatriba che si trascinò a lungo e che vide incredibilmente due atleti, Mealli e Fontana, indossare il simbolo di campione nazionale sul palco delle premiazioni e persino alla partenza del successivo Giro d’Italia. Riviviamo qui ogni momento di quella vicenda, rimasta unica nella storia del ciclismo italiano. Era il 1963.
Il Giro d’Italia di sessant’anni fa nacque davvero sotto una cattiva stella. Già ultrapenalizzato dallo scarso richiamo internazionale (120 partenti, solo 15 corridori stranieri), ignorato e snobbato dai più declamati campioni d’oltreconfine, da Anquetil a Bahamontes, da Gaul a Simpson, Poulidor, Perez-Francés, Janssen e Darrigade, finì sull’orlo del naufragio, una volte partito da Napoli, per una lunga e burrascosa polemica riguardante l’assegnazione del titolo di campione italiano. Il Giro prese il “via” con due tricolori e la contesa, scoppiata tre settimane prima, si inasprì di giorno in giorno fino a provocare decisioni drastiche da parte della giuria e di alcuni team.
Nel 1963 il titolo di campione italiano veniva assegnato al termine di tre prove, Giro della Provincia di Reggio Calabria, GP Industria e Commercio di Prato e Giro della Romagna. La somma dei punti conquistati determinava la classifica. Il casus belli avvenne nel corso della seconda prova, conseguenza anche di un radicalizzarsi delle tensioni che opponevano l’UVI (l’attuale FCI) alla Lega del Professionismo, una strisciante guerra di potere che nonostante gli interventi pacificatori del CONI, assumeva toni roventi e a volte grotteschi ad ogni piè sospinto.
Il motivo del contendere in questo caso affiorò al GP Industria e Commercio, ma fondamentale fu anche l’antefatto. Per la prima prova del tricolore, quella di Reggio Calabria, a causa della mancanza del servizio di radio-corsa gestito dalla Rai, i direttori sportivi chiesero ed ottennero di abolire la norma che vietava il cambio di ruota o di bicicletta tra i corridori, estendendola anche alle altre prove del campionato italiano. Tuttavia, alla vigilia della gara di Prato, mentre la Lega del Professionismo stabilì, per continuità, che era ancora permesso il cambio di materiali tra corridori, l’UVI sancì il ritorno alla norma generale. Durante la corsa, Marino Fontana fu vittima di una foratura e ricevette la ruota dal compagno di squadra Guido Neri. Riuscì a rientrare in gruppo e si classificò al 10° posto, conquistando quei punti che alla fine si rivelarono determinanti. Al termine del GP di Prato, vinto da Vendramino Bariviera, intervenne l’UVI che decretò l’esclusione dall’ordine d’arrivo sia di Fontana che di Neri.

Si correva infine il Giro della Romagna, l’ultima prova. Vinse in volata l’aretino Bruno Mealli davanti a Pierino Baffi e al terzo posto si piazzò proprio Marino Fontana. Non si registrarono cambi di biciclette o di ruote tra corridori, ma al termine della gara le due istituzioni del ciclismo diramarono una doppia classifica finale e, di conseguenza, proclamarono due diversi campioni d’Italia: per l’UVI Mealli, per la Lega Fontana. Classifica secondo la Lega: 1. Fontana p. 35; 2. Mealli 34; 3. Bariviera e Martin 31; 5. Brugnami 30; 6. Carlesi 26. Classifica secondo l’UVI: 1. Mealli p. 34; 2. Bariviera e Martin 31; 4. Brugnami 30; 5. Fontana 28; 6. Carlesi 26.
La polemica divampa. Il dopogara si trasforma in una bolgia tempestosa e al momento della vestizione si apre un siparietto surreale. Fontana ha tra le mani il mazzo di fiori spettante al nuovo campione, il presidente UVI Adriano Rodoni ha tra le mani la maglia tricolore. Adriano Dezan, in diretta Rai, intervista Rodoni (“Il campione italiano non è Fontana”) e poi Strumolo (“Nessun dubbio, il campione è Fontana”). Attimi di esitazione, di tensione. Poi sale sul palco Vittorio Strumolo, presidente della Lega, ha un pacchetto in mano, lo apre, estrae un’altra maglia tricolore e la infila sulle spalle di Fontana, che si allontana beato. Rodoni si gira dall’altra parte, non vuol vedere, non può vedere. Poi Fontana gli dà la mano e il presidente dell’UVI gliela stringe. Mealli, deluso, se ne va in lacrime. Passano dieci minuti e quand’ormai la folla s’è allontanata arriva l’ammiraglia della Cynar. Scende Mealli che si porta sul palco e riceve da Rodoni la maglia tricolore. Per l’UVI è lui il campione italiano. Ora è Fontana in preda all’amarezza. Si conclude così la giornata del 26 maggio 1963, passata alla storia del ciclismo per aver laureato due campioni d’Italia della stessa specialità.

La disdicevole diatriba ha una coda, non è totalmente risolta. Marino Fontana e la sua squadra, la San Pellegrino, non si arrendono. Domenica 19 maggio parte da Napoli il 46° Giro d’Italia, che s’accinge a vivere uno degli episodi più tristi e deludenti della sua storia a causa del paradossale bisticcio tra le due fazioni in cui sono da tempo divisi i dirigenti del ciclismo italiano. Alla vigilia, tutti i team nazionali hanno stipulato una sorta di accordo non scritto in base al quale né Mealli né Fontana avrebbero vestito al Giro la maglia tricolore. Ma poche ore prima del via Rodoni sentenzia: “O Mealli parte in maglia tricolore o tutti i commissari di gara, giuria compresa, dipendenti dall’UVI, lasciano la corsa”. Mealli indugia ad indossarla, ma poi si lascia convincere dai dirigenti della Cynar, che approvano il diktat di Rodoni. E Fontana che fa? Accetta? Manco per niente. Arriva alla partenza con indosso la maglia arancione della San Pellegrino. Anche lui ha in mano un pacchetto. Lo apre, prende la divisa tricolore, sfila quella della società e veste quella di campione italiano. Ma siccome con quella la partenza gli sarebbe interdetta, con furbizia rimette sulle spalle la maglia del suo team. Ma per pochi istanti. Appena s’abbassa la bandierina dello start la toglie e rimane con la fiammante casacca biancorossoverde.

La prima tappa del Giro, che sarà vinta per distacco da Vittorio Adorni, vede quindi in corsa due campioni italiani, due maglie tricolori. A Fontana non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di toglierla. Arriva infatti in tricolore al traguardo di Potenza. La giuria si riunisce immediatamente e dirama questo comunicato: «Visto l’art 13 (comma D) del regolamento che fa obbligo ai corridori di portare la maglia della rispettiva squadra e constatato che alla partenza il concorrente Marino Fontana (San Pellegrino) indossava la maglia della propria squadra e che, dopo un chilometro circa, il corridore’ stesso indossava una maglia tricolore, la giuria diffida formalmente il corridore stesso ad indossare detta maglia per l’ulteriore prosieguo del Giro, con riserva di ulteriori provvedimenti».
Nella prima settimana del Giro le tensioni non si spengono, poi al termine di un vertice tra dirigenti di UVI e Lega, il CONI decide di ratificare il titolo di Mealli e annulla quello di Fontana, facendosi nel contempo promotore di una futura riforma dello statuto che garantisca l’autonomia del settore professionistico. La San Pellegrino non digerisce il verdetto e ritira la sponsorizzazione della squadra, lasciando però ai suoi atleti la facoltà di continuare a correre il Giro. La formazione assume il nome di “Squadra n. 11 Sport” e i suoi componenti vestono per il resto del Giro una maglia nera. Nel frattempo dalla corsa rosa ritira l’unica squadra straniera presente, che ha però come sponsor l’italiana GBC. Temendo di essere squalificati dalla federazione internazionale, Rik Van Looy e i suoi compagni fanno le valigie e lasciano il Giro.
Il Giro del 1963 è vinto da Franco Balmamion, che bissa il successo dell’anno prima. Viene portato a termine da 86 corridori (Zancanaro, della squadra 11, fu terzo), soltanto tre gli stranieri (Alomar, Galdeano e Moresi) che raggiungono il traguardo finale di Milano.
I DUE PROTAGONISTI
Bruno Mealli (nato a Loro Ciuffenna il 20 novembre. 1937), nipote dell’ex corridore degli anni 30 Adallno Mealli e fratello di Franco Mealli, inventore della Tirreno-Adriatico, è stato professionista del 1961 al ‘69. Oltre al titolo italiano, ha vinto 3 tappe al Giro d’Italia, il Giro dell’Emilia e due volte il Giro del Lazio e il Giro della Romagna. Nel 1965 ha vestito per 5 giorni la maglia rosa.
Marino Fontana (nato a Caldogno il 14 marzo 1936) ha corso nella massima categoria dal 1960 al ‘66. Unico successo della sua carriera il Giro di Toscana del 1961. Fu 3° al Giro di Lombardia del 1960 preceduto in volata dal belga Daems e da Ronchini. Scomparso nel 2013, dal 1972 al ’77 è stato d.s. della Jolljceramica, la squadra di Battaglin, Knudsen e Gavazzi.












