Ansaloni: «In Azerbaigian ho vinto stringendo i denti, nel professionismo c’è bisogno anche dei gregari»

Ansaloni
Emanuele Ansaloni al Training Camp di Altea della Technipes #InEmiliaRomagna (foto: Massimo FulgenziPhoto©2023)
Tempo di lettura: 4 minuti

Di norma, il passista-scalatore Emanuele Ansaloni fa fatica a non perdere contatto dai migliori su salite impegnative, lunghe una decina di chilometri e con una pendenza media intorno all’otto per cento. All’Aziz Shusha, invece, la corsa a tappe in Azerbaigian che ha conquistato domenica, questo non è successo.

«E’ stata la maglia di leader a darmi qualche energia in più che non credevo d’avere. Non sono mai andato in difficoltà, mi sono sempre difeso alla grande e dopo due secondi posti di tappa ho centrato l’ultima: la generale l’ho vinta con merito, insomma. E’ stato un bell’insegnamento: forse ho delle risorse a cui potrei e dovrei attingere più spesso, senza aspettare di dover difendere la leadership».

Emanuele, cosa significa disputare una corsa a tappe in Azerbaigian?

«E’ un’esperienza, fosse soltanto perché abbiamo passato otto giorni lontano da casa. E’ un paese che mi ha colpito. Non ho visto vie di mezzo: si passa da Baku, dove siamo atterrati, città ricchissima e che ti stordisce, alla provincia e alla campagna, fatte di vialoni lungo i quali non s’incontra niente e nessuno per venti chilometri, con villaggi estremamente poveri. E’ stata una bella avventura».

E tecnicamente, invece, che gara è stata?

«Il livello è sicuramente più alto in Italia, anche se stiamo parlando di una corsa in cui c’era comunque una concorrenza internazionale e non solo asiatica. Noi parliamo spesso male del nostro movimento, ma io dico che invece siamo abituati fin troppo bene. Le altre squadre, sapendo che siamo italiani, ci hanno lasciato senza tanti complimenti la responsabilità di tenere cucito il gruppo: i miei ragazzi hanno tirato tutto il giorno, tutti i giorni».

E’ stato difficile?

«Più che difficile direi faticoso, senza dubbio. Però insomma, siamo una continental italiana e io un ragazzo del 2000 che vuole passare professionista, non potevamo mica tirarci indietro. Siamo stati bravi, soprattutto a rimanere davanti nei vari ventagli che si venivano a creare sui vialoni che incontravamo quotidianamente. Una vittoria ci voleva».

La tua primavera è stata solida, ma correndo parecchio coi professionisti non c’erano stati molti acuti. Sei soddisfatto?

«Sì, se devo essere sincero. Mi darei un bell’otto pieno: quarto a Reda, secondo alla Zappi, all’attacco per buona parte della giornata all’Appennino. Per me era un mondo nuovo, lo scorso anno non eravamo una continental e io non correvo coi professionisti. Forse c’è qualche pressione in più, ma niente di assurdo. Ambiziosi lo eravamo anche prima, altrimenti non ci sarebbe interessato diventare una continental. Vogliamo sempre le stesse cose: correre, crescere, metterci in evidenza, provare a vincere».

Non hai nessun rimpianto?

«No, nessun grosso rimpianto. Alla Zappi, ad esempio, io e gli altri attaccanti siamo stati in avanscoperta per più di 90 chilometri, giocandoci poi la vittoria. Romele ha lanciato la volata da lontanissimo, non sono mai uscito dalla sua ruota e mi ha battuto nettamente, quindi che rimpianti dovrei avere? Nessuno. Ripeto, sono contento di come sta andando la mia stagione e dopo questo successo in Azerbaigian punto ad una bella estate».

Quali saranno i tuoi prossimi obiettivi?

«Questo fine settimana corro al Giro del Montalbano, poi ho la prova in linea del campionato italiano riservata ai professionisti. Un anno fa, tra i dilettanti, chiusi al terzo posto, ma ora la musica cambia. E’ inutile sognare troppo, sono consapevole di non poter lasciare il segno aspettando il finale, quindi l’obiettivo è quello di entrare nella fuga di giornata e di provare ad arrivare il più lontano possibile. Poi dovrei partecipare al Giro del Veneto e al Sibiu Tour».

C’è una corsa in particolare che ti piacerebbe vincere?

«Varignana, per me quella di casa, sono le salite su cui ho iniziato a pedalare e a sognare di diventare un corridore. Però non voglio fare lo schizzinoso, il mio desiderio è quello di essere più costante che posso da qui fino alla fine dell’anno per strappare un contratto tra i professionisti».

Pensi di poterne far parte?

«Sì, credo di poterci già stare. Adesso tutto sta nel trovare una formazione interessata a darmi una possibilità. Io mi sento più a mio agio a correre coi professionisti che coi dilettanti: c’è un verso, c’è un ordine, c’è meno nervosismo. E’ vero che per passare nella massima categoria servono i risultati, ma io rimango dell’idea che si può far parte del professionismo pur non essendo dei vincenti: servono anche gli uomini squadra, i gregari, gli attaccanti».

Senti la responsabilità di essere il leader della Technipes e un ragazzo di 23 anni alla ricerca del tanto agognato salto di categoria?

«Inevitabilmente sì, ma quella buona. Tutto sommato mi definirei sereno e motivato. So di essere il riferimento della squadra: milito qui da più tempo degli altri, conosco lo staff e so prendere certe decisioni anche nei momenti più concitati. Io credo d’avere un pregio, quello d’essere onesto con me stesso e con gli altri: se sento di star bene non ho problemi a chiedere ai ragazzi di correre per me, le responsabilità non mi spaventano, ma se capisco di non essere in giornata mi metto volentieri a disposizione degli altri. Spero che se ne accorga qualcuno anche tra i professionisti».