FESTA DELLA DONNA / Dina, Emma, Alfonsina e le altre che hanno fatto l’Italia in bicicletta

Alfonsina Strada, la pioniera del ciclismo femminile
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Donne che hanno fatto l’Italia pedalando sulla loro bicicletta, come Dina Croce. Era nata a Santa Giulietta, in provincia di Pavia, il 23 settembre 1922, la più piccola di sei tra fratelli e sorelle. Si unì ai partigiani dopo che vide il padre tornare a casa ridotto male dalle manganellate dei fascisti. Cominciò portando da mangiare ai resistenti che si erano nascosti nell’Oltrepò pavese. Da Milano al comando di Zavattarello erano in tutto 105 chilometri: 105 all’andata e 105 al ritorno. E Dina faceva la spola almeno due volte a settimana, riuscendo sempre a sfuggire alla cattura.

Fu una delle prime a entrare nella Milano liberata il 27 aprile 1945. Di quegli anni diceva: «L’ho fatto perché amavo la vita». È morta il 6 settembre 2020, a 98 anni. Al suo funerale il parroco di Santa Giulietta l’ha salutata ricordandola in bicicletta. «Ciao Dina, continua a pedalare veloce con il sorriso nel cuore». La storia d’Italia è piena di donne partigiane che hanno combattuto come gli uomini, che sono morte come gli uomini, che hanno fatto l’Italia in sella alle loro biciclette. Trentacinquemila donne che a vent’anni misero a rischio la loro vita per garantirci un futuro in un Paese libero e democratico. E che troppo spesso sono state dimenticate della storia.

Donne che hanno fatto epoca, che hanno cambiato le regole, che non si sono piegate a un destino già scritto. Alfonsina Morini era nata il 16 marzo 1891, in una famiglia contadina nel cuore dell’Emilia. Ai suoi non piaceva che corresse in bicicletta, a lei però sì. La fecero sposare convinti che avrebbe messo su famiglia e avrebbe smesso con tutte quelle stranezze, ma lei chiese a suo marito Luigi di non regalarle la collana di perle che le aveva scelto: gli disse che avrebbe preferito una bicicletta da corsa. E lui, che era un uomo buono, le regalò due cose che le sarebbero rimaste per sempre: la bici da corsa e il cognome col quale sarebbe passata alla storia: Strada. Alfonsina Strada fu la prima donna – l’unica, veramente – ad aver corso il Giro d’Italia contro gli uomini. Era il 1924, 99 anni fa. 

Strada – ci sarà un destino nei nomi – si chiamava anche un’altra donna che ha scritto un pezzo di storia. Emma Strada era nata Torino nel 1884. Nel 1908, a 24 anni, fu la prima donna a laurearsi – in ingegneria civile – al Politecnico di Torino. Con il massimo dei voti. La commissione ebbe non pochi imbarazzi: discussero più di un’ora se chiamarla ingegnere o ingegneressa, e alla fine si decise di rispettare la tradizione, l’unica che c’era. Fu così che l’ingegner Strada andò a dirigere i lavori nei cantieri in abito lungo e cappellino. Ma per Torino si spostava in bicicletta. 

Donne che hanno scritto di ciclismo. Nel 1955 Anna Maria Ortese aveva 41 anni, e fu inviata dall’Europeo al Giro d’Italia. Una scrittrice al Giro d’Italia, era il titolo della sua rubrica. Prima donna a seguire il Giro per scriverne. Vasco Pratolini, altro scrittore al seguito della corsa, a Genova la fece salire sulla sua auto non prima di averle chiesto di raccogliere i suoi bei capelli in un foulard, perché una giornalista al Giro non s’era mai vista. Fu lei la prima a parlare di «carovana», termine che ancora oggi usiamo per indicare tutti quelli che sono al seguito di una corsa. Ortese raccontò i due mondi del Giro: c’era quello dei campioni, e quello dei gregari. «Si capiva per lo spazio di un lampo, senza possibilità di equivoci, cosa legava le folle ai capitani e ai gregari: la sete di essere, la voglia di un trionfo immediato, colmo di tutti i sapori terrestri, compresi la paura, la pena, la sorpresa, la caduta finale». 

Il suo nome tutto intero era Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia-Genova, era nata a Torino il 20 novembre 1851. Ma tutti la conosciamo come Regina Margherita. Quella a cui Carducci dedicò un’ode dopo una visita a Bologna, nel 1878. Quella che ha dato il nome alla pizza più buona e più comune che ci sia. Quella che quando era in Italia faceva lunghe pedalate nel parco di Monza. Le piacevano soprattutto le bici di un fabbricante milanese, Edoardo Bianchi, che invitò alla Villa Reale perché le insegnasse ad usarle. La leggenda vuole che il celeste Bianchi sia un omaggio al colore degli occhi della Regina. È invece storia che Bianchi costruì per la sovrana la prima bicicletta da donna, celeste, con lo stemma in oro dei Savoia sul telaio e le manopole d’avorio. Bianchi divenne da allora «Fornitore ufficiale della real casa».

Un’ordinanza del Prefetto di Udine datata 28 agosto 1940, «constatato che si vedono transitare in provincia, soprattutto in bicicletta, giovani donne in tenuta troppo libera e succinta e perciò contrastante con la decenza e la pubblica moralità», ordina «che sia vietato circolare o comunque mostrarsi in pubblico, in costume da bagno, in mutandine o in calzoncini troppo corti, pena l’arresto fino a tre mesi e un’ammenda di lire 2.000».

Carlotta Matteucci era nata a Villanova di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, nel 1904. Aveva avuto cinque figli: la più grande, Irene, era nata nel ‘26, poi erano venuti Allegro, Tranquillo, Luigi e proprio alla fine della guerra era nata Lea. Alla Carlotta piaceva viaggiare, era nata in anticipo sui tempi, non aveva la passione per stare in casa a cucinare o a cucire: così i suoi figli li portava al mare in bicicletta la mattina e li riportava a casa quando faceva buio, trenta chilometri all’andata, e trenta al ritorno. Due sul seggiolino, due dietro, e il più grande qualche metro davanti, sulla sua biciclettina. Aveva trentun anni ed era incinta del suo terzo figlio, Tranquillo. Anche quel giorno aveva preso la bicicletta, era andata a lavare i panni nel fiume di Villanova, il Lamone, quando a un certo punto sentì delle urla: erano tre ragazzini che, nuotando, erano finiti in un gorgo, e non riuscivano a venirne fuori. Lei si buttò e ne prese uno per i capelli: lo salvò, gli altri due annegarono. La Carlotta non aveva pensato ai due figli piccoli che aveva a casa, né a quello che portava in grembo. Ma se fosse annegata nel fiume, mio padre non sarebbe mai nato. E neanch’io.