TOUR DOWN UNDER FEMMINILE 2023 / Silvestri, chi sei? «Sono cresciuta ammirando Guderzo e sognando la Strade Bianche»

Silvestri
Debora Silvestri ha vestito per la prima volta la maglia della Zaaf al Tour Down Under 2023, andando anche all'attacco
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Debora Silvestri non ricorda esattamente se fosse la prima o meno, ma di sicuro in una delle gare della sua primissima infanzia batté i maschi.

«Ci facevano partire sempre qualche secondo prima di loro, ma io essendo parecchio competitiva non mi sono mai arresa e alla fine ce l’ho fatta. Però ai maschi devo tanto: è grazie a mio padre se mi sono appassionata ed è grazie ad una squadra locale di bambini che ho cominciato a pensare di voler gareggiare. Li guardavo allenarsi, poi entravo nel circuito con mio padre e facevamo finta di giocarci una gara in volata».

Chi ammiravi allora?

«Le gare le guardo da qualche anno soltanto, non è che fossi una di quelle col professionismo in testa da sempre. Col tempo, tuttavia, ho trovato due riferimenti: Tatiana Guderzo ed Elisa Longo Borghini».

Con la prima hai corso alla Fassa Bortolo.

«Sì, anche se per pochi mesi. L’avevo conosciuta l’anno prima, agli europei di Trento del 2021. Correre con lei è stato un onore. La ringrazio per avermi lasciato sbagliare e per avermi insegnato l’umiltà: nonostante lei e Longo Borghini siano due campionesse, si allenano come se fossero entrate in gruppo ieri».

Cosa ti è rimasto impresso di Tatiana Guderzo?

«Oltre all’esempio, intendi? I racconti sulla sua carriera, ne ha talmente tanti. Me n’è rimasto impresso uno: lei che, alla vigilia di una gara importante con la nazionale, s’impunta per farsi accompagnare a comprare lo smalto. Una donna, prim’ancora che un’atleta».

Quando hai capito di valere più di tante altre?

«Non c’è stato un momento preciso e a dire la verità, forse, non ci credo nemmeno adesso. Per tanti anni mi sono allenata all’acqua di rose, come veniva, senza troppe conoscenze. All’epoca mi bastava».

Quindi dovresti avere parecchi margini di miglioramento.

«Me lo auguro. Credo di sì, visto che ho cominciato a fare sul serio soltanto quando sono approdata alla Fassa Bortolo nel 2020. Mi piace definirla un’esperienza sportiva e allo stesso tempo umana. Eravamo una famiglia, è con loro che ho cominciato a prendere consapevolezza dei miei mezzi».

Anche se purtroppo la passata stagione è stata drammatica, per te.

«Sono caduta al debutto stagionale in Belgio, alla fine di febbraio. Camminando sentivo dolore, pedalando mi passava tutto: è incredibile come noi corridori in bici ci dimentichiamo di tutto. Ma la settimana dopo, alla Strade Bianche, accusavo dei dolori lancinanti».

Cos’era?

«Una microfrattura del bacino. Dopo essermi fermata per qualche settimana, sono rientrata alle gare e ho chiuso sesta al Liberazione. Ma alcuni giorni dopo mi sono dovuta nuovamente fermare: la scompensazione per l’infortunio al bacino mi stava dando problemi».

Poi sei andata in altura per preparare il Giro.

«E una moto mi ha investito lungo la discesa dello Stelvio. Ultima gara stagionale disputata il 5 giugno. Praticamente ho buttato via un anno».

Ma al Down Under sei andata all’attacco, anche per dare qualche segnale a te stessa.

«Purtroppo nella prima tappa sono caduta a terra nella concitazione dei ventagli, una ragazza mi ha falciato e non c’era nulla da fare. Il giorno dopo ho voluto attaccare per ritrovare certe sensazioni: non bisogna piangersi addosso».

Nel frattempo hai cambiato squadra, entrando a far parte della Zaaf. In Australia vi siete ben comportate: Coles-Lyster quarta nella prima tappa, per De Francesco stesso risultato nella seconda e nella terza.

«È stata una sorpresa, non me l’aspettavo. La squadra è nuova, non abbiamo fatto ritiri e le ragazze australiane le abbiamo conosciute soltanto qui al Down Under. Stiamo aspettando le risposte agli inviti mandati, ma sicuramente correremo parecchio in Italia».

Quali corse sogni?

«Mi reputo una passista-scalatrice e per quant’è unica e spettacolare sogno la Strade Bianche. Ho un solo rimpianto: avere 24 anni e non sapere ancora che direzione può prendere la mia carriera. Avrei voluto capirlo nel 2022, ma gli incidenti me l’hanno impedito».

Come ti descriveresti?

«Testarda, determinata, in grado di leggere bene la corsa. Tra i difetti ci metto la mia lingua lunga, a volte dovrei mordermela e stare zitta. E poi mi auguro di imparare a gestire meglio le mie emozioni: a volte mi agito, altre mi arrabbio proprio».

Ti piace far parte di questo ciclismo femminile?

«Sì, perché finalmente il mondo si sta accorgendo di noi. Facciamo gli stessi sacrifici degli uomini, se non si fosse capito. Tuttavia, un movimento cresciuto così in fretta ha scavato un divario ancora più profondi tra le grandi e le piccole squadre. Questo, nel giro di qualche anno, può diventare un gran bel problema».

Sei ancora giovane, ma sai già cosa vorresti fare una volta che la tua carriera sarà terminata?

«Ho studiato cucina all’Alberghiero e mi piace il settore della ristorazione, quindi già questo potrebbe essere uno spunto. Però mi piacerebbe anche rimanere nel ciclismo. Come direttrice sportiva in ammiraglia? Ecco, per rispondere a questa domanda sono ancora troppo giovane…».