TOUR DOWN UNDER 2023 / Boaro, un gregario in missione: «Per aiutare i miei capitani sono rimasto senza mangiare né bere»

Boaro
Manuele Boaro al Tour Down Under 2022
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In cuor suo Manuele Boaro spera soltanto una cosa: di poter tornare al Giro d’Italia, visto che non partecipa ad una grande corsa a tappe dal 2020 (da quando si ritirò da quella rosa nel corso della diciottesima tappa). Fino a quel momento le aveva portate tutte a termine: sette volte il Giro, tre volte la Vuelta. 

«E’ che il tempo è passato in fretta e io, il 12 marzo, compirò già trentasei anni – spiega Boaro – Personalmente me ne sento molti meno, se potessi decidere io continuerei altri dieci, fino a quarantacinque. Ho passione, motivazione, desiderio. Ma non dipende soltanto da me. Alla fine della stagione il mio contratto con l’Astana scade e non so ancora cosa succederà: la squadra vorrà rinnovarlo oppure dovrò cercare un’altra sistemazione? Vedremo. Partecipare al Giro, invece, potrebbe essere più semplice: se andrò forte e fornirò delle belle prestazioni, tenermi fuori sarà impossibile».

Boaro, ma allora secondo lo stesso ragionamento non dipende da te anche il rinnovo o meno del contratto?

«Certo, ma soltanto parzialmente. La verità è che il ciclismo di oggi cerca la gioventù e la freschezza. Perché investire su un anziano come me quando, senza spendere una cifra esorbitante, si può sperare di mettere le mani su un talento che promette bene? Prima, in gruppo, c’erano parecchi corridori di trent’anni o più. Da qualche stagione, invece, l’inerzia è drasticamente cambiata».

E questo cos’ha comportato?

«Che sono i giovani a stabilire le regole. Pogacar ha ventiquattro anni, Evenepoel ventidue, Ayuso venti. E questi sono soltanto alcuni dei più rappresentativi, di ragazzi che ne hanno meno di venticinque ce ne sono una marea. E quindi si corre in maniera più scapestrata e imprevedibile, capita di vedere il leader della corsa che prova ad entrare nella fuga di giornata, bisogna portare pazienza quando si sentono certi discorsi e si vedono certe manovre».

Ma non tocca a voi senatori alzare la voce?

«La fate facile, voi. Intanto bisogna esserci portati di carattere e trovare il momento giusto, altrimenti si fanno delle piazzate inutili. E poi, se ho capito l’antifona, una buona fetta dei giovani del gruppo ci mette un attimo a mandarti a quel paese. A loro non sembra di fare niente di sbagliato perché sono talmente tanti che si fanno forza l’un l’altro. Alcuni di loro corrono insieme da una vita e hanno sempre fatto così, categoria dopo categoria. Se ripenso al mio arrivo tra i professionisti…».

Era il 2011 e passasti con la Saxo Bank di Riis e Contador.

«Dopo quattro stagioni tra i dilettanti e una tra gli elite. Potevo passare anche prima, d’altronde nel 2005 vinsi la cronometro dei campionati italiani tra gli juniores e nel 2007, al secondo anno tra gli Under 23, il Liberazione. Mi dissero che c’era l’interessamento della Bardiani, ma non avendo ricevuto offerte ufficiali e volendo puntare al World Tour andai avanti a testa bassa. Ero nella Zalf, poi andai alla Trevigiani. E alla fine, nel 2010, mi dissero che Riis era rimasto colpito dalle mie doti contro il tempo».

Che impressione ti fece?

«All’inizio mi metteva in soggezione. Era carismatico e intelligente, sensibile ed esigente: era pronto a darti tutto quello che aveva, ma non voleva essere preso in giro. Non c’era verso di fregarlo, sapeva sempre tutto. Io con lui rigavo dritto, avevo intuito che standolo a sentire sarei arrivato lontano. Nelle riunioni tecniche della squadra non volava una mosca, e poi era onnipresente: calendario, preparazione, materiale. Voleva che ognuno di noi, dal primo all’ultimo, potesse contare sullo stesso materiale: ci faceva sentire importanti».

Qual era il suo pregio?

«Sapeva creare il gruppo. Ogni anno, nel primo ritiro invernale, arrivava la sera in cui diceva: ragazzi, fuori c’è un pullman che ci aspetta per andare a cena fuori e poi in discoteca. Il suo messaggio era: la stagione è lunga, sfruttiamo questo momento per conoscerci meglio, ma una volta sfogati e divertiti non ci sono più scuse. Al primo ritiro in assoluto arrivai magrissimo, volevo colpirlo. Per due giorni facemmo tutt’altro, se non ricordo male rafting. In lui non c’era assolutamente niente di casuale».

E poi c’era Contador.

«Il più grande capitano che abbia mai avuto insieme a Nibali. Subito dietro questi due metto Sagan. No, non mi posso lamentare. Il Giro del 2015 fu forse il momento più alto: guidammo la corsa per tutto il tempo, Alberto vinse e io l’ultimo giorno conobbi Chiara, che sarebbe diventata la mia compagna. Nella tappa del Mortirolo, dopo averlo guidato fino ai piedi della salita, Contador trovò il modo e il tempo di dirmi grazie: un signore, non immagina quanto piacere mi fece».

Con gli anni ti sei ritagliato un ruolo importante: quello del gregario fidato. Non hai nessun rimpianto? In fondo hai sfiorato due cronometro dei campionati italiani e hai centrato tre affermazioni nella massima categoria.

«Io volevo concentrarmi sulle cronometro e poi, per il resto, aiutare la squadra. E’ quello che ho fatto per diverso tempo. L’unico dispiacere può essere la cronometro dei campionati italiani persa nel 2011, da neoprofessionista, contro Malori per soli sette secondi. Eravamo rivali anche tra gli Under 23, tra noi c’è un buonissimo rapporto. Lui, a differenza mia, ha fatto quel salto di qualità che gli ha permesso di imporsi anche in campo internazionale. Non mi vengono in mente altri rimpianti».

Nemmeno quello, più banale, di aver abbracciato il gregariato troppo presto?

«Ma per ogni corridore arriva il momento in cui deve decidere cosa vuole fare. Io non mi vergogno di fare il gregario perché so quanto sia fondamentale per mettere i capitani nelle condizioni migliori per vincere. Me lo ha insegnato Matteo Tosatto, il mio riferimento. Alla Saxo Bank mi prese sotto la sua ala, insegnandomi tutto. Ricordo che mi presentava ai grossi calibri dicendo: lui è Manuele Boaro, abitiamo a due passi, è un bravo ragazzo ma ha ancora tanto da imparare, se dovesse sbagliare qualcosa venite da me e ci penso io».

Ti è mai successo?

«Soltanto una volta, quand’ero ancora stagista nel 2010, Luca Paolini mi redarguì per un’entrata azzardata. Gli bastò dirmi: ehi giovane, e poi fare un gesto. Come a dire: basta. Io mi scusai e finì lì. Ma non si trattava di inutile nonnismo, come sostengono in molti. C’erano delle regole, delle leggi non scritte, ed era giusto rispettarle. Io avevo paura a pedalare accanto a Cancellara o Petacchi, perché se disgraziatamente fossi caduto avrei rovinato la stagione a due grossi campioni».

Sei sempre in testa al gruppo. Perché?

«La verità? Perché non riesco a partire in fondo, è più forte di me. Ho bisogno di essere in testa, di vedere chi scatta e cosa succede. Mi piace il ruolo del regista, credo di essere bravo a comunicare con l’ammiraglia. E se mi capita mi butto in fuga».

Cosa significa fare il gregario?

«Andare sei o sette volte al giorno all’ammiraglia, dare al capitano la borraccia fresca oppure l’ultima barretta se lui l’ha persa e dover convivere con la crisi di fame, calmarlo nei momenti di maggior concitazione. Ormai siamo rimasti in pochi a farlo: quasi tutti sono convinti di poter raggiungere qualche risultato e in più il sistema dei punteggi non aiuta, con squadre che buttano nella mischia tutti quelli che se la sentono. Ma il gregariato non sparirà, un leader avrebbe sempre bisogno di qualche scudiero che lo scorta. Ad esempio, io portavo con me un particolare gel che Contador voleva sempre: quando ne aveva bisogno, ecco che io ce l’avevo».

Ma quali erano i tuoi idoli e le tue corse preferite nell’infanzia?

«Marco Pantani, ricordo i bar pieni di persone e i posti di lavoro che si fermavano quando correva lui. Qualcosa di simile è successo con Nibali, che ho trovato prima alla Bahrain e poi all’Astana: mi sembrava che i tifosi fossero venuti soltanto per noi, o meglio, per lui. Per quanto riguarda la gara preferita, non ho dubbi: la Milano-Sanremo, che sotto sotto sogno ancora di vincere pur essendo assolutamente consapevole che è praticamente impossibile».

Qual è stata l’emozione più grande della tua carriera?

«Ho sempre lavorato volentieri per tutti i miei capitani, sono stato più fortunato di altri perché con loro ho vinto e ho sentito di aver lavorato per qualcosa di concreto. Non saprei scegliere, davvero: forse il Giro del 2015 con Contador, ma non vorrei fare classifiche. Però posso dirti qual è adesso una delle mie gioie più grandi».

Prego.

«Tornare a casa dopo quindici o venti giorni e riabbracciare Matilde e Sofia, sei e tre anni, le mie bambine. Un momento che non so descrivere, ma che amo immaginare quando si avvicina. Non mi vergogno a dirlo: mi piace dormirci insieme nel lettone, spesso e volentieri sono via e il tempo passa così in fretta. E’ come per il gregariato: se uno non approfitta dei momenti in cui sta bene, allora cos’altro può fare?».