TOUR DOWN UNDER 2023 / «Difficoltà, problemi fisici, brutti pensieri: io, Fabio Felline, vi racconto la mia carriera»

Felline
Fabio Felline con la maglia dell'Astana al Tour Down Under 2023
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«Mi chiamo Fabio Felline e sono nato a Torino il 29 marzo del 1990. Quando sono passato professionista nel 2010 con la Footon-Servetto non avevo nemmeno vent’anni. C’era chi mi considerava il nuovo Bettini, il ciclismo italiano cominciava a perdere qualche colpo e già si sentiva il bisogno di trovare gli eredi al trono. Qualcuno mi pronosticò la Sanremo, la Liegi, il Lombardia; il mondiale, perché no. Ricordo che pensai: bene, io sarei già contento di vincerne una di queste quattro, per tutti gli altri sarò un incompiuto perché non sono riuscito nelle altre tre. Sì, col senno di poi devo dire che di alcune pressioni avrei fatto volentieri a meno. Che tempi, a ripensarci: adesso più di uno juniores ha trovato un contratto nel World Tour, all’epoca mi multarono perché non avevo i requisiti minimi stabiliti dall’Uci, i tre anni di esperienza internazionale (uno da juniores e due da dilettante, mentre io ne avevo due tra gli juniores e uno tra i dilettanti).

«Nessuno mi leva dalla testa che la nostra generazione sia rimasta vittima di un equivoco: approdati in un professionismo sempre uguale a se stesso, ci siamo dovuti abituare ad un’improvvisa accelerazione proprio nei nostri anni più prolifici. Quanti miei coetanei si sono già ritirati: Aru, Dumoulin, Pinot lo farà alla fine di questa stagione. E quanti altri hanno iniziato a tentennare quando ormai il loro destino sembrava quello dei campioni: Quintana, Bardet, Chaves. Come ogni altra generazione prima della nostra, per esprimerci al massimo avremmo avuto bisogno di un decennio senza grossi scossoni. All’inizio, quando eravamo dei ragazzi, ci dicevano di portare pazienza, ché tanto prima o poi il nostro momento sarebbe arrivato. Era vietato rischiare, forzare, esagerare. Abbiamo fatto giusto in tempo ad assaporare il gusto della vittoria, prima che un’altra generazione ci demolisse facendo esattamente tutto quello che era stato vietato a noi. Ci hanno spazzato via o quasi, per quanto dura l’affermazione possa sembrare.

«Nel 2010, quando passai professionista, tutti mi dicevano che ero forte, ma allo stesso tempo non potevo né dovevo fare molto. Irrobustirmi, prendere legnate, imparare il mestiere. Era davvero un altro mondo. Quando dovevo fare quattro ore d’allenamento, guardavo l’orologio e dicevo: sono le dieci, torno alle due. Il potenziometro l’ho scoperto nel 2014, quando sono arrivato alla Trek: alla quinta stagione tra i professionisti. Quell’anno nella preparazione avrebbe dovuto seguirmi Guercilena, ma siccome era preso tra tanti impegni finii per portarla avanti quasi tutta da solo. Ma non ero in grado, vivevo alla giornata. Loro avevano i loro allenatori, ma io volevo una figura più vicina. Così, nel 2015, visto che il mio contratto era in scadenza, dissi alla squadra: signori, io ho bisogno di una persona che mi segua e che ne capisca, uno che mi stia più vicino. Per me quella persona era Leonardo Piepoli, che allora non era ancora stato sdoganato, a differenza di adesso. Mi presi il rischio di appoggiarmi a un esterno che comunicava con la squadra.

«Quando si venne a sapere questa cosa, tanti iniziarono a pensare male di me: chissà cosa va a fare da lui, diceva qualcuno. Quando gli spiegai con quale leggerezza avevo lavorato fino a quel momento, Piepoli sbiancò: ma come, non è possibile, un talento come te così a digiuno di conoscenze? Mi chiese quali corse volessi vincere, io gli risposi. Lui incalzò: mi domandò se in allenamento avessi mai fatto certe distanze, se accumulassi mai un tot di metri di dislivello. Gli risposi la verità: no, perché pensavo di logorarmi. Al che lui, giustamente, mi chiese: e allora come pensi di conquistare certe gare? Io: dando il massimo, quello che non ho. Lui: sono frasi fatte, tu pensi che i campioni vincano perché danno quello che non hanno? No, loro vincono anche perché si preparano come cristo comanda. Aveva ragione lui, il ciclismo stava cambiando e io non me n’ero accorto.

«Ma parlare di me e della mia storia significa anche ricordare tutti i problemi fisici che ho avuto da un certo momento in poi. Nel 2011, intanto, la squadra in cui correvo, la Geox, chiude. Io mi metto in contatto con Gianni Savio e lui è un signore, perché mi offre lo stesso ingaggio e gli stessi anni di contratto che mi mancavano di là. Dal 2010 al 2013 ho sempre vinto almeno una gara all’anno. Dopo la chiusura della Geox sarei potuto andare alla Liquigas, ma l’esperienza in una grossa formazione mi aveva destabilizzato mentre ripartire da una realtà piemontese e allo stesso tempo di buon livello fu una prospettiva troppo allettante. Nel 2014 sbarco alla Trek. Nel 2015 faccio quinto al Laigueglia, ottavo alla Strade Bianche, terzo al Critérium International, vinco una tappa ai Paesi Baschi, chiudo settimo al Brabante, quinto all’Eneco Tour e alla Tre Valli Varesine e trionfo a Fourmies battendo Boonen e Bouhanni. Nel 2016 non vinco, ma raccolgo parecchi piazzamenti. Alla Vuelta ne centro così tanti che vinco la classifica a punti. Nel 2017 mi sento vicino alla consacrazione: al debutto conquisto il Laigueglia, poi arrivo quarto all’Het Nieuwsblad, tredicesimo alla Strade Bianche, undicesimo ad Harelbeke, diciannovesimo al Fiandre, sedicesimo alla Liegi e quarto al Romandia dopo aver vinto il prologo. Il calvario mi aspettava e io non potevo saperlo.

«Si chiama toxoplasmosi ed è una delle infezioni più banali che un corridore possa prendere. Io mi sentivo strano, mi ero presentato al Tour più magro del previsto e durante la corsa francese mi ero gonfiato a sproposito. C’era qualcosa che non andava. Mi ritiro dalla Boucle e finisco l’annata senza acuti. Che malattia bastarda: a riposo i miei valori si aggiustavano, non appena mi impegnavo invece si sballavano subito. Nel 2018, dopo l’abbandono dai Paesi Baschi, mi fermo per un particolare ciclo di cure con un antibiotico. Finalmente mi sento meglio. Al termine della seconda tappa della Vuelta sono sesto in classifica, con la possibilità di giocarmi una frazione e magari di risalire in generale. Qualche giorno dopo, forse per una mancata segnalazione da parte di un addetto, Campenaert cade e coinvolge anche me. Costola incrinata: non mi ritiro, anzi, finisco la Vuelta, ma devo scordarmi qualsiasi ambizione personale. Chiudo l’anno col terzo posto nella cronometro dei campionati italiani e il quinto nel Giro di Turchia, all’epoca ancora nel World Tour.
All’inizio del 2019, in ritiro, ci stavamo allenando per le discese
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«Io ero già bravo, ho voluto esagerare e sono finito a terra. Sbatto il ginocchio destro. Non è niente, mi dicono. Invece è qualcosa, eccome: mi lesiono il tendine, anche perché continuo a correrci sopra. Devo nuovamente fermarmi, mi ritiro dalla Liegi e rientro a tutti gli effetti allo Svizzera. Faccio quattordicesimo, che per uno come me, non di certo uno scalatore avvezzo a fare classifica, non è male. Vado al Tour e chiudo una tappa al quinto posto. Al BinckBank, nell’ultima tappa, scendo dall’ottavo all’undicesimo posto della generale perché rimango coinvolto in una caduta con Hirschi e Kung e prendo un buco di tre secondi. Nel 2020 cambio, vado all’Astana. E’ l’anno della pandemia. Eppure faccio quinto e nono in due frazioni del Down Under, vinco il Pantani e chiudo terzo in una tappa del Giro. Nelle ultime due stagioni, fortunatamente, non mi è successo niente di grave: soltanto qualche influenza di cui avrei fatto comunque volentieri a meno.

«Se qualcuno mi dovesse chiedere se sono arrabbiato, non avrei problemi a rispondere: sì, e tanto. Avrò commesso anche qualche errore e sicuramente non diventavo un fuoriclasse, ma quanti altri si sarebbero ritirati al posto mio? Io ci ho pensato spesso, almeno tre o quattro volte. Ti metti in discussione, smetti di credere in te stesso: è inevitabile. Come se non fossi già abbastanza riflessivo di mio. Iniziai a dirmi: i campioni non cadono né s’ammalano mai, quelli che stanno male sono sempre gli stessi, si lamenta sempre chi non ha i mezzi. Per poi passare subito a farmi forza, perché sono orgoglioso e so di avere del talento. Il fatto è che un paio d’anni fa mi sono detto: ma voglio continuare a provarci oppure mi rifugio nel gregariato d’alto profilo? L’ho fatto, ma affinché un gregario risalti ci vogliono i risultati dei capitani: l’Astana negli ultimi tempi ha vinto poco e quindi sembra che Felline sia scomparso. Che si sia adagiato, come sostengono tanti. E invece ho una voglia di spaccare il mondo che non immaginate nemmeno.

«Lo spazio per provarci c’è, la stagione è lunga e non abbiamo dieci capitani. Il problema è la mia testa, adesso. Avendo fatto il gregario ho smesso di pensare in una certa maniera. Dovrei vincere una gara, così da sbloccarmi. Ricordo quando Contador mi diceva: Fabio, quando mi fanno male le gambe attacco, perché se soffro io vuol dire che soffrono anche gli altri, magari becco il momento giusto e li stacco. Mi dava morale, era un grande leader e io stavo attraversando un bel momento. Adesso, se le gambe mi fanno male, penso subito: eccoci, è una giornataccia. Se fossi stato più debole o meno talentuoso, forse oggi sarei in depressione. Oppure se fossi stato circondato da persone meno sensibili. In tanti mi dicono: se smetti tu deve fermarsi più di metà gruppo. Certo, dico io: ma tu ti basi su quello che sai e vedi in allenamento, un manager invece guarda i risultati e si rende conto che io non ne ho raccolti troppi, anzi. 

«Il mio rimpianto più grande? Nove podi e nessuna vittoria in un grande giro, quando tanti altri corridori hanno vinto una tappa al primo tentativo utile. Tanti di loro si sono già ritirati, per dire. Cosa chiedo? Tempo, fortuna e tranquillità. Sento di avere ancora tanto da dare, magari dovrò riabituarmi a correre in un certo modo, ma posso farcela. Fa fatica a vincere Sagan, che è Sagan. Matthews è al settimo cielo se nella sua stagione arriva una frazione del Tour, lui che secondo me poteva conquistarne una marea e invece ha dovuto combattere coi migliori Sagan, Van Aert e van der Poel. Se è dura per questi, accetto che sia durissima per me. Intanto il 29 maggio del 2021 è nato mio figlio Edoardo. Forse, se non ho ancora smesso, lo devo anche a lui. Un giorno mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: ma se io mi fermo adesso, così, da un giorno all’altro, per rabbia delusione o ripicca, che insegnamento lascio a mio figlio? Io voglio fargli capire che nella vita c’è anche da lottare, e allora lotto io per primo: per dare il buon esempio. Magari gli dirò: tuo padre ci ha provato, ce l’ha messa tutta, ma per mille motivi è andata male. Già così è un’altra storia, no?».