Matteo, l’altro Milan: «Jonathan mi dice di stare più tranquillo, io intanto sogno le classiche»

Matteo Milan al Gp Liberazione 2022
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Dei suoi inizi in mountain bike, Matteo Milan ricorda un lampo.

«Nei brevi circuiti che ci facevano fare da bambini, io ero nettamente il più veloce in quei tratti in cui era presente il pubblico. Mi esaltavo, non saprei dirlo diversamente: sentire il mio nome gridato dai tifosi presenti mi spingeva, letteralmente. Poi, non appena il pubblico svaniva, io rallentavo: come se m’interessasse meno, come se non fossi incentivato. Il ricordo più netto degli inizi è questo. Alla strada sarei arrivato soltanto più tardi, tra gli esordienti».

Dobbiamo immaginare un Matteo Milan esuberante, allora?

«No, anzi, il contrario. Giù dalla bici sono tranquillo, non amo discutere e cerco di andar d’accordo con tutti. Qualcuno che non mi sta simpatico c’è, che discorsi, ma è la pacatezza a contraddistinguermi. In bici, invece, la musica cambia: sono più concentrato e determinato, voglio lasciare il segno».

Quest’anno, il tuo primo tra gli Under 23 col Cycling Team Friuli, ci sei riuscito: prezioso per la conquista del campionato italiano cronosquadre, primo alla Festa Patronale, terzo nella Coppa del Mobilio. Tutto in dieci giorni, tra l’1 e l’11 ottobre.

«Un bel finale di stagione, molto meglio di quello che avevo immaginato. Alla Festa Patronale ho battuto corridori validi e più esperti di me come Porta, Cavallo, Fiaschi e Nencini, mentre nella prova in linea della Coppa del Mobilio ho perso in volata soltanto da Epis e arrivando comunque davanti ad atleti veloci come Rocchetta e Coati. Sentire la fiducia e il supporto del Cycling Team Friuli è stato bello. Mi sono sbloccato al campionato italiano cronosquadre, dopo la conquista del tricolore mi sentivo sereno e in grado di accettare qualsiasi cosa fosse arrivato».

Hai qualche rimpianto?

«No, nessuno, assolutamente. Non ho buttato via delle corse, se mi stai chiedendo questo. Certo, avrei voluto vivere una prima parte di stagione più regolare, ma sapevo che l’impegno della scuola avrebbe finito per prendere il sopravvento. Non ho corso per tre mesi, praticamente. E poi, dopo un periodo d’altura, ci si è messo pure un tampone positivo. Ma nelle ultime settimane mi sono riscattato, sono contento di come ho reagito. Per un primo anno non è mai scontato vincere».

Hai vinto in solitaria, sei forte sul passo e ti sei piazzato in volata. Come dobbiamo considerarti?

«Questione delicata. Sono alto 1,85 e peso 76 chili, quindi credo d’essere portato più per le classiche. Che, tra l’altro, sono le corse che mi piacciono di più: si decide tutto in un giorno, può succedere qualsiasi cosa, non c’è modo di recuperare. Davvero si respira un’atmosfera differente. E se proprio devo sognarne una, dico la Roubaix. Però non mi dispiacciono nemmeno le gare a tappe. O quantomeno, al Giro del Friuli mi sono accorto che il recupero non mi manca».

Un aspetto fondamentale per chi vuole provare a fare classifica.

«Ribadisco, mi piacciono di più le classiche e credo di esserci maggiormente portato, però non nascondo l’ipotesi di volermi misurare nelle corse a tappe già nel 2023. Provare a vincere una frazione, magari capire fino a dove posso spingermi in classifica generale. Di sicuro non voglio ancora specializzarmi: sono poco più che un ragazzino, ci penseranno il tempo e le esperienze ad indicarmi la strada».

Il Cycling Team Friuli con la maglia tricolore dopo aver vinto la cronosquadre ai Campionati italiani 2022. Da sinistra: Buratti, MIlan, De Biasi e Olivo (foto: Photors)

Da questo punto di vista sarà utilissima la presenza di tuo fratello Jonathan, professionista alla Bahrain Victorious.

«Senza dubbio. Abbiamo uno splendido rapporto e tra di noi non c’è competizione. Anche se è forte e corre già nella massima categoria, non lo invidio: è un termine che non mi piace. Io ho i miei pregi, lui ha i suoi. Siamo entrambi giovani (Jonathan è del 2000 mentre Matteo è del 2003, ndr) e quindi i margini di crescita non ci mancano. Parliamo spesso di ciclismo, ma fortunatamente anche di altro. Gli voglio bene, davvero».

Qual è il miglior consiglio che ti abbia mai dato?

«Di non andare nel panico se qualcosa non va come avevo immaginato e di rimanere più tranquillo prima della partenza, il momento che personalmente soffro di più. Nella mia testa immagino mille scenari diversi, con l’unica conseguenza di stressarmi inutilmente. Jonathan, invece, a differenza mia si muove con più leggerezza e incoscienza. A me in volata capita di pensare: ma tra quei due ci passo o no? Lui si butta e basta, peraltro senza mai fare danni perché è molto corretto».

Secondo te è corretto considerarlo un velocista puro?

«Magari puro no, perché comunque ama le classiche del Nord e in pista ha dimostrato di saper andare fortissimo sul passo. Ma di certo è un corridore particolarmente veloce».

Se tuo fratello è una sorta di riferimento, chi è il tuo idolo?

«E’ sempre stato Peter Sagan, un’anomalia nel ciclismo odierno. Ha insegnato a più di una generazione che il ciclismo non è soltanto fatica e sofferenza. Si può anche vincere e regalare spettacolo senza dover essere per forza seri, ecco».

Tuo fratello corre nella Bahrain-Victorious, di cui il Cycling Team Friuli è il vivaio. Pensi mai al professionismo?

«Poco, perché sono ancora giovane e ho appena cominciato a farmi conoscere. È bello sapere che una squadra importante ci segue da vicino, ma né noi siamo obbligati a firmare per loro né è scontato il nostro passaggio alla Bahrain. Dipende anche dalle loro esigenze, da quello che cercano in quel momento».

Dopo il diploma pensi all’università o punti tutto sul ciclismo?

«Mi sono diplomato all’alberghiero e non ho ancora scartato l’ipotesi dell’università, perché nella vita non si sa mai. Vorrei continuare studiando alimentazione, ho capito cosa significa mangiare correttamente e quanto importante sia per noi atleti. Diciamo che per un paio d’anni mi concentrerò sul ciclismo, poi tirerò una riga e valuterò dove sono arrivato».