Eccolo! Entra a Roubaix, ha lo sguardo duro, fa paura. È bellissimo. E ha vinto

Moser
L'arrivo di Moser al velodromo di Roubaix in maglia di campione del mondo
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Come regalo di Natale per le lettrici e i lettori di Bicisport e nello stesso tempo come ricordo di Mario Sconcerti, che ha contribuito con Sergio Neri alla nascita di Bicisport, vi proponiamo l’ultimo capitolo del libro scritto da Sconcerti per Compagnia Editoriale, per la collana Le avventure straordinarie, dal titolo «Con Moser da Parigi a Roubaix – Racconto di un fantastico viaggio sulle pietre dell’inferno (1978)». Il primo capitolo l’avevamo pubblicato il 24 dicembre. Buona letttura.


Ecco Francesco, questa è la storia. Adesso siamo di nuovo noi. Io in macchina, tu in bici a sette chilometri da Roubaix. Vai tranquillo Francesco perché la radio ha detto che hai un minuto e dieci su quei tre. Dietro De Vlaeminck sorride a Maertens, non sarà troppo convinto lui ma che te ne importa? Vedi la gente ai bordi? È sempre di più. Questa è la città che arriva. Non ci prendono più, Francesco è sicuro. Respira, riprendi pure fiato, goditi la tua Roubaix. Io devo andarmene, ci mandano via, conosci le regole. Non possiamo seguire fino in fondo. Ci vediamo sul prato del velodromo. Io non ho dubbi, e tu?

Non ne ha più nemmeno lui. Lo seguo fino all’ultimo istante dal lunotto di una Peugeot che mi ha eletto improvvisamente a padrone. Il mio amico della France Presse mi dà botte sulle spalle che il digiuno rende energiche. Mi dice «vecchio Mario hai vinto» ed è come mi entrasse adesso per la prima volta la coscienza che con Moser sto vincendo davvero un poco anch’io. C’è uno scambio di possessi in questo strano sport nomade. Fra pochi minuti entrerò sull’erba del velodromo di Roubaix e so che la gente mi verrà incontro chiedendomi l’età esatta di Moser, il nome delle sue fidanzate, semmai ce ne ha, la sua vita, la sua storia; sorridendomi complice, un po’ sinceramente invidiandomi perché è tacito che stasera, adesso, qualunque italiano di quassù vincerà con lui.

Eccoci dentro il velodromo. Vedo di fianco l’auto di Chiappano. Sta portandosi via Saronni. Ha un brutto colpo in una gamba, si è ritirato per quello. Ha la macchina in moto, ma non parte.

– Che aspetti?

– Moser. È giusto. Siamo i suoi avversari, ma oggi è giusto che gli si renda onore anche noi. In silenzio, senza farci vedere. Aspetteremo che tagli il traguardo poi ce ne andremo. Ma questo almeno glielo dobbiamo.

Paradossalmente vincono un poco anche lui e quel Saronni con le lacrime in pelle che si trascina al fianco. Ha il volto buono Saronni, e tutta la rabbia del mondo. Ma non con Moser. Con quelle strade, con quella corsa, con la sfortuna, con la sua età. Era venuto per imparare, adesso sa. Ma non è come se l’aspettava.

Con Moser da Parigi a Roubaix, il libro di Mario Sconcerti pubblicato da Compagnia Editoriale

L’altoparlante dice che Moser è entrato in città appunto, ci saranno ancora 2 chilometri. L’imbonitore sta raccontando alla gente che tipo di campione sia Moser. Ne dice le vittorie, rimbombano nell’aria nomi su nomi. Non ne ricordavo tanti.

Sta per arrivare il vero campione del mondo… – dice. E viene un nodo in gola. Vedo Santini nella sua postazione in alto, sopra la pista. Gli strizzo un occhio. È emozionato anche lui. Vedo Claudio Ferretti. Lui sente molto giornate così.

Ti commuovi?– mi dice.

Mica poco… – rispondo. E ci mettiamo a ridere forte, sguaiati, per dimenticarci che non ne possiamo più. Fisso il punto di ingresso del velodromo. Tra pochi secondi vedrò Francesco spuntare col suo codazzo di trucioli di mota. C’è qualcosa di potente in questa atmosfera improvvisamente calda, improvvisamente di sole, qualcosa che stasera sarà già lontana, ma che adesso sta diventando irresistibile. E questo magone è un peso enorme.

Cerco di capirmi, mi dico che in fondo un’emozione è anche il prezzo dovuto alla fatica di un altro uomo, ma non rende. No, è proprio voglia di urlare, di sfinirsi, di superarsi un momento, vedersi al di là della barriera, riconoscersi finalmente selvaggio e raccontarlo a tutti. Sì, sono io, e allora? Una voglia d’allegria devastante, di tenerezza, di forza, qualcosa di estremo, di violento, ma che per una volta totalmente appaghi. Moser qui può questo.

Francesco Moser a braccia alzate: la Parigi-Roubaix è sua!

Dalle tribune spuntano due tricolori. Una donna piange. Teofilo Sanson anche. È una pioggia di splendidi luoghi comuni. Vedo Negri raggiante, Astori eccitato. Ne hanno viste tante più di me, ma si stanno avvolgendo nella storia con la mia stessa emozione. No, non importa più se è giusto, se è cretino, se è logico. Eccolo. Sta entrando. Ha uno sguardo durissimo, fa paura. Cristo, Francesco abbiamo vinto, vinto, capisciii!

Salto sull’erba, sono incivile e felice. E quando taglia il traguardo mi accorgo che non sono solo a inseguirlo. Noi tutti di questa strana colonia ambulante lo bracchiamo. Lui sembra capire. Si appoggia a noi e allargando le grandi braccia, esausto e felice, sporco e felice, in un silenzio felice fatto di grandi respiri. Abbraccio Vannucci mentre De Vlaeminck vince facile la volata per il secondo posto. Un ultimo sprazzo di dovere mi fa guardare verso la pista. Terzo è Raas, quarto Maertens. E’ stravolto, annientato. Francesco è dovunque, se lo litigano con grandi spinte le televisioni di tutta Europa. Santini e Ferretti hanno ripreso il loro aspetto professionale. Giorgio Vannucci mi guarda piangendo. Ha voglia di dire qualcosa, ma non gli viene. Fa una fatica tremenda.

– Questo è il più grande, il più grande di tutti i tempi… – riesce finalmente a sussurrare.

Faccio sì con la testa. E stasera ci credo.