Daniel Martin si espone sul ciclismo odierno: «In corsa non si usa più il cervello e i giovani non hanno il tempo per crescere»

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Daniel Martin al Giro d'Italia 2021 in una foto d'archivio
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Daniel Martin si è ritirato nel 2021 con la maglia della Israel Premier-Tech, ma non ha mai smesso di dire la propria su quello che accade nel ciclismo. Oggi l’ha fatto ai microfoni dell’Irish Indipendent, andando controcorrente alle opinioni comuni. «Tutti dicono che ora ci sono le corse migliori di sempre – ha attaccato Martin – ma io invece le trovo noiose da guardare perché nessuno commette più errori. Tutto è così studiato al dettaglio che non si vedono più corridori avere brutte giornate. Tutto è perfetto dal punto di vista della nutrizione e dell’allenamento e manca l’elemento umano».

Proprio su quest’ultimo aspetto l’ex corridore irlandese si è soffermato: «Non hai bisogno di avere un cervello oggi per essere un professionista. Quando ho iniziato c’era più libertà di espressione, la libertà di attaccare. Ora tutto questo lo ritrovo solo in Tadej Pogacar. Lui è la scheggia impazzita che attacca quando gli va, mentre il resto del gruppo procede in modo studiato e controllato. Ricordo perché non sono mai voluto entrare nel team Sky, visto che mi piace lo stile offensivo. Ho sempre riportato la mia filosofia al motivo per cui corro, per divertirmi. Se devo vivere come un frate per essere un buon corridore, allora non voglio. Magari se fossi andato a Tenerife e avessi vissuto in un vulcano in altura per tre settimane prima del Tour ogni anno sarei andato un po’ meglio, ma forse non mi piacerebbe più il ciclismo».

La ricerca continua della perfezione, quasi meccanica, ricade, per Martin, negativamente sulla crescita dei giovani: «Ho sentito storie di sedicenni che si allenano trenta ore a settimana. Si allenano già come dei pro. Corridori come me avevano un stile sostenibile che ti permetteva di restare competitivo per molti anni, ma quei giorni sono finiti. Nel ciclismo moderno non sarei mai riuscito a fare la carriera che ho fatto, perché non avrei avuto tempo di crescere. Quanti corridori talentuosi perderemo ora?».