Ursella: «Dopo sette settimane con il gesso ho dovuto ricominciare da capo»

Lorenzo Ursella ha scelto il Team DSM Development per approdare tra gli Under 23 in questa stagione (foto:© Patrick Brunt)
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27 aprile, terza tappa del Tour de Bretagne. A venti chilometri dalla partenza c’è una caduta che coinvolge molti corridori nella pancia del gruppo. Un contatto all’apparenza banale si trasforma in un brutto incidente. Si sentono le urla, lo stridere dei freni. Anche quelli della bici di Lorenzo Ursella che riesce a bloccarsi in tempo mettendo il piede a terra. Stava tirando un sospiro di sollievo quando un altro corridore non si ferma tempestivamente e scivola proprio su di lui travolgendolo. Il piede di Lorenzo fa crac: frattura del malleolo e sette settimane con il gesso. Inizia a riprendere la bici solo a inizio luglio, ma c’è da iniziare da capo.

Prima della caduta Ursella a gennaio si era trasferito al Team DSM Development dopo aver militato da juniores nella Borgo Molino. In questa categoria era considerato uno dei nostri migliori talenti. Si è ritrovato così sotto la luce dei riflettori nel vivaio della squadra World Tour olandese, ma l’avventura tra gli Under 23 ha subito presto un brusco arresto. Lorenzo, dopo quattro mesi di stop, è tornato alle gare a inizio settembre al Flanders Tomorrow Tour, ritirandosi dopo la prima tappa. «Il rientro è stato duro, ma era una gara di prova in anticipo rispetto al ritorno stabilito nel programma. Mi è servita per capire a che punto sono con la preparazione e anche come come sto mentalmente dopo un incidente simile – afferma con consapevolezza Ursella – Ho ancora tanto da lavorare e abbiamo stabilito un nuovo programma per cercare di finire al meglio la stagione. Lavorerò anche in proiezione della prossima».

Ad inizio stagione ci avevi confidato che se un tuo pregio è la determinazione, un difetto è l’abbattersi facilmente quando le cose vanno male. È stato quindi molto difficile per te recuperare dall’infortunio?

«Non è stato semplice, ma il primo passo era accettare quello che era successo. Lasciare tutto proprio quando stavo cominciando ad ambientarmi è stato un brutto colpo. Mi hanno operato lì in Francia e poi sono tornato in Italia per non tornare più in Olanda al quartier generale della DSM dove abitiamo noi corridori. Anche se affrontare il recupero a casa mi ha certamente aiutato».

Nel recupero ti hanno seguito dall’Olanda i tuoi preparatori di riferimento oppure ti hanno lasciato abbastanza libero?

«Mi hanno lasciato più libero per la riabilitazione della caviglia, poi quando ho iniziato a riprendere la bici mi hanno seguito in tanti e per bene dall’Olanda».

Come ti stai trovando al Team DSM Development? Sono troppo metodici, come si sente in giro? Soprattutto in riferimento ai primi mesi della stagione trascorsi lì a Deventer.

«Sono precisi, ma senza esagerare. Non c’è troppa severità e si respira un’aria tranquilla. Fanno prendere ad ognuno i propri tempi e ti lasciano lavorare con serenità. Ti insegnano questo lavoro al meglio ed è il motivo per il quale ho scelto questa squadra».

Quali sono state le prime difficoltà che hai incontrato approcciando agli Under 23?

«La prima è sicuramente stata il ritmo gara. Nonostante da junior andassi forte, ho avuto comunque difficoltà a concludere le corse in questa nuova categoria. Ho avvertito immediatamente la differenza. Poi in Olanda ci sono caratteristiche climatiche a cui non ero abituato. Per esempio più vento e più freddo ad inizio stagione e quando il livello si alza anche questi fattori pesano».

Oltre il ciclismo, iniziare a gestire la tua vita da solo al quartier generale del Team DSM Development è stato complicato?

«No, sapevo a cosa andavo incontro. Ero ben consapevole che sarei dovuto andar via da casa a vivere da solo. Mi ero preparato per quanto possibile e mi sono abituato fin da subito lì anche se non ci sono stato molto. Poi quando non avevo gare tornavo per un po’ a casa. Ma non è stato un periodo sofferto».

Con l’organico della formazione World Tour hai avuto modo di confrontarti?

«Sì, con i professionisti ho avuto modo di confrontarmi nei due ritiri pre-stagione. Poi è accaduto raramente perché la squadra adotta le restrizioni per il Covid, quindi Under 23 e professionisti sono separati. Nel programma iniziale avrei dovuto anche fare alcune gare con loro, ma poi con l’infortunio è saltato tutto».

C’è qualche ragazzo in squadra con il quale hai legato di più? Con Lorenzo Milesi? L’unico italiano con te.

«Con Milesi ho legato sicuramente bene, perché essendo italiano abbiamo un rapporto più semplice. In squadra poi c’è un bel gruppo, anche se non ho avuto l’occasione di stringere un rapporto forte con qualcuno».

A inizio febbraio ci dissi che ti sentivi un velocista, non puro, che resiste sui percorsi mossi. Confermi queste caratteristiche? Prima dell’infortunio hai lavorato su alcuni aspetti in particolare?

«Per il momento ho lavorato sulle mie qualità per migliorarle. Ad inizio stagione con la squadra abbiamo concentrato il lavoro su aspetti fuori dalle mie caratteristiche. Ho imparato quindi molto su come stare in gruppo, su come fare meno fatica».

In quest’ultimo aspetto ti ha aiutato il ciclismo su pista? Disciplina dove, tra l’altro, hai ottenuto ottimi risultati.

«La pista mi è stata d’aiuto per leggere la corsa, per comprendere le situazioni in gara ed evitare pericoli. Ma certamente anche nello stare a ruota sprecando meno energie».

Sappiamo che con il c.t. Marco Villa ad inizio anno c’era l’intenzione di portare avanti anche la pista insieme alla strada. L’infortunio ha bloccato tutto oppure ci sono ancora nel tuo programma le gare con la bici a scatto fisso?

«Dopo le prime gare su strada, vedendo che facevo fatica, ho deciso di accantonare per il momento la pista. Una scelta fatta per lavorare al meglio su strada. Dopo l’infortunio ho sentito Villa ma non avendo certezze sul mio recupero non abbiamo stabilito nessun programma».

Per concludere, a livello umano come hai vissuto questa stagione che ormai sta volgendo a termine? Le esperienze che hai affrontato senti che ti hanno fatto crescere personalmente oppure ti senti soprattutto privato di tanti momenti che avresti potuto vivere?

«Sicuramente a causa dell’infortunio mi sono perso tante cose, a partire dal creare un vero rapporto con la squadra. Quattro mesi via sono stati tanti. Ma comunque sono cresciuto a livello personale eliminando qualche mio difetto. Ad esempio in passato ho lavorato sempre senza confrontarmi spesso con gli altri, con una guida, mentre, soprattutto durante il recupero dall’infortunio, la squadra mi ha fatto capire quanto è importante questa cosa. Mi hanno spinto a comunicare con loro, a informarli su tutto quello che facevo».