Cancellara lancia la Tudor: «Diventeremo grandi facendo maturare con calma i giovani»

Fabian Cancellara in una foto d'archivio
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Nel 2023 la Svizzera tornerà ad avere una formazione professionistica. Non accadeva dal 2016, l’ultima stagione della IAM. A lanciare un progetto credibile ci ha pensato Fabian Cancellara, partendo dalla struttura già esistente della Swiss Racing Academy (una continental) e annunciando l’ingresso tra le professional. Già dall’aprile di quest’anno la formazione ha cambiato nome, diventando Tudor Pro Cycling Team.

«Non diventeremo i migliori nel giro di qualche mese – spiega Cancellara – Faremo quello che potremo col budget che avremo. E prima ancora dei soldi conta la struttura, la mentalità. E vi garantisco che è quella giusta. Non abbiamo fretta, io sono il primo a credere nel valore della pazienza, ma allo stesso tempo vogliamo vincere: magari non oggi, magari non subito, ma è quello il nostro obiettivo».

Lo sponsor è di quelli importanti, Fabian: Tudor, storico marchio di orologi affiliato a Rolex.

«Sono felice di essere riuscito a coinvolgere uno sponsor del genere. Da parte loro c’è la volontà di immergersi nel ciclismo, è uno sport in cui credono davvero, non si limitano a sborsare tanti soldi per apparire sulla divisa. Ci siamo incontrati a metà strada, entrambi vogliamo mettere in piedi un progetto globale e che duri nel tempo».

Cosa intendi con “globale”?

«Lavoreremo a stretto contatto con gli sponsor, appunto. Ma non solo: anche con la Federazione, anche coi giovani corridori svizzeri. Sarò di parte, ma io credo che per un’azienda non ci sia uno sport migliore del ciclismo nel quale investire. Sei letteralmente immerso nell’ambiente, trasmetti un messaggio di semplicità e di vicinanza al pubblico. Crei un collegamento coi tifosi, così come possono fare le squadre di calcio. Io credo che ogni appassionato sia un ambasciatore».

E poi, da leggenda nazionale, ci sarà la soddisfazione di riportare tra i professionisti una squadra del proprio paese.

«La mia speranza più grande è che la Tudor funga da stimolo: ai bambini che sognano di diventare professionisti, agli sponsor che vogliono investire, agli organizzatori locali che vogliono allestire una piccola gara. Però ci tengo a precisare che questa non è la squadra di Fabian Cancellara: non sono un padrone, non so se mi spiego».

Qual è il tuo ruolo? Come dobbiamo considerarti?

«Il presidente e il mentore, disposto a dare qualche consiglio a chi vorrà ascoltarmi senza avere la pretesa di insegnare il mestiere. Sarò vicino alla squadra, ovviamente, ma non apparirò molto. Se salirò in ammiraglia sarà per godermi la gara, non per dare ordini. Se mi farò vedere alle corse non sarà per salire sul palco e incassare applausi. Se i giornalisti mi cercheranno per un’intervista potrei anche parlare, ma preferirei che a farlo fossero i direttori sportivi e i corridori».

Alex Baudin vincitore della terza tappa del Giro della Valle d’Aosta

Che fine farà la struttura giovanile della ex Swiss Racing Academy?

«Avremo la nostra development e il motivo è molto semplice: non tutti i corridori attualmente presenti nell’organico sono pronti per diventare dei professionisti. Io voglio che crescano coi loro tempi e senza bruciare le tappe. Se un giorno meriteranno la massima categoria, dovranno arrivarci pronti».

Che idea ti sei fatto del ciclismo giovanile odierno?

«Vedo ragazzi molto preparati e molto vulnerabili. Possono contare su dei mezzi atletici notevoli, ma non hanno la maturità tale per sfruttarli come potrebbero. E poi, si capisce, tanti di loro non sanno reagire alle difficoltà perché nelle categorie giovanili erano abituati ad infilare un successo dietro l’altro. Tanti ragazzi, convinti di far prima, hanno preso l’ascensore, ignorando che invece avrebbero fatto molto meglio a prendere le scale. Io capisco che Evenepoel e Ayuso siano dei modelli affascinanti, ma non possono diventare l’esempio da seguire».

Perché?

«Perché potenzialmente sono dei fuoriclasse. Eppure, volendo fare una riflessione ancora più accurata, Evenepoel ha già dovuto attraversare diversi momenti difficili nonostante sia un predestinato. Lui ha saputo risollevarsi dalla brutta caduta di due anni fa, dimostrandosi più forte anche delle critiche di chi lo avrebbe voluto dominante fin da subito. Le lacrime dopo la vittoria alla Liegi volevano dire questo, alla fine. Ecco, ma come avrebbe reagito un qualsiasi altro ventenne nei panni di Evenepoel?».

Che spazio avranno i giovani nella Tudor?

«Importante, ovviamente. E’ bello che una squadra giovanile possa contare su uno sbocco professionistico. Ma come ho detto prima, chi passa nella massima categoria con noi dovrà essere pronto. Anche a costo di rimanere più tempo tra gli Under 23. Ricordo che quando correvo io, nemmeno tanti anni fa, i corridori maggiormente richiesti erano quelli esperti, maturi, affidabili. Adesso si vanno a cercare gli juniores. E’ proprio cambiato il paradigma».

Lorenzo Rinaldi (foto: Rinaldi)

Questa inversione di rotta cos’ha causato?

«Mi dicono che adesso il gruppo è diventato ingestibile. Non ci sono regole e bisogna stare sempre attenti. I giovani, di solito inesperti ed esuberanti, hanno preso ancora più coraggio perché si sentono richiesti, importanti, coccolati. E spesso già in grado di vincere nonostante il salto di categoria. Tant’è che non frenano e si buttano in qualsiasi varco, come se tutto fosse lecito. E poi c’è l’altra faccia della medaglia, ovvero quei corridori che maturano con più calma e rischiano di rimanere a piedi. In questi anni, se non ci fosse stata la presenza della Swiss Racing Academy, tanti ragazzi avrebbero già smesso».

Non sarai il team manager, ma ricoprirai comunque un ruolo dirigenziale. Quanto ha influito il rapporto profondo che ti ha sempre legato a Luca Guercilena, a capo della Trek-Segafredo?

«Tanto, direi. Più mi avvicinavo alla fine della mia carriera e più m’incuriosiva capire come funziona una squadra professionistica. A Luca ho fatto tante domande e lui, con pazienza, mi ha sempre risposto. Ma devo qualcosa a tutte le guide che ho avuto. Alla Mapei il motto era: vincere insieme. Alla Fassa Bortolo c’era Ferretti a farci sentire dei soldati: «Oggi andiamo in guerra», ci diceva. Con Riis, invece, ho iniziato ad approfondire le dinamiche psicologiche ed emotive, senza dimenticare l’importanta dei materiali. Alla Trek, invece, ho conosciuto il marketing americano. Da questo punto di vista non posso lamentarmi».

Su quali corridori punterete?

«Non voglio sbilanciarmi né fare proclami. Siamo quasi in dirittura d’arrivo con l’allestimento della squadra e della struttura, ma preferisco far parlare il tempo e le ufficialità. Posso dire che conteremo ancora su Robin Froidevaux, il campione svizzero, e già questo non è poco. Più svizzeri avremo in organico e nello staff e più sarò contento, ma riconosco anche che ormai il mondo è cambiato ed è inevitabile parlare inglese e ingaggiare corridori stranieri. Anzi, può essere un arricchimento».

Vi siete posti degli obiettivi precisi?

«No. Come dicevo, non possiamo pensare di arrivare e dominare. Sarebbe da arroganti. Dobbiamo lavorare in prospettiva e avere pazienza. Sarebbe bello partecipare alle corse di casa, come lo Svizzera e il Romandia. Personalmente sogno la Strade Bianche: sai che soddisfazione tornarci in questo nuovo ruolo dopo averla vinta tre volte da corridore?».