Tour de France 2022 / Le pagelle: Philipsen re degli sprinter. E’ stato un Tour da favola per tutti ma non per noi

Tour de France
Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard e Wout Van Aert, i grandi protagonisti di questo Tour de France (foto: A.S.O./Ballet)
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E adesso via col blues da Tour de France. La dolce nostalgia per quei pomeriggi sul divano a guardare i paesaggi francesi, quei fiumi tutti belli, tutti sinuosi, tutti pieni d’acqua, che ti chiedi come mai ché da noi anche il Po ormai sembra un torrentino, quei castelli eleganti e severi, quei borghi puliti, quei santuari arroccati fra cielo e terra. E tutti quei camper che sono sempre gli stessi dagli anni Ottanta, i francesi non sono come noi, non hanno la frenesia dell’ultima moda, non buttano le cose vecchie, le tengono finché funzionano (voto 9). I vecchi sdraiati sulle seggioline da campeggio, i bambini con le maglie a pois distribuiti dai magazzini Leclerc tutti i giorni quando passa la carovana, due ore prima della corsa, spettacolo prima dello spettacolo, gioco, divertimento, memoria di un mondo fermo a decenni fa. Nostalgia di un paese intero che onora ogni anno la sua corsa buttandosi sulle strade per vederli passare. Loro, i corridori. 

Un Tour come questo cambia tutto, ci ha già cambiato senza che ce ne siamo magari accorti: d’ora in avanti vorremo di più, non ci accontenteremo di vedere qualcuno vincere, vorremo il cuore, l’anima, vorremo quello che abbiamo ammirato senza mai stancarci in queste tre settimane. Ancora e ancora. Vorremo i corridori come Tadej Pogacar (voto 9), che non hanno paura di perdere, non si risparmiano, non fanno calcoli, non gliene frega niente di saltare in aria. Corridori come Wout Van Aert (che voto gli vuoi dare? 10 basterà?) e Mathieu van der Poel (voto 4, Tour sbagliato, Tour da dimenticare, eppure lui non lo dimenticherà: imparerà): sì, li mettiamo insieme anche nel Tour che li ha visti più lontani, eppure hanno tanto in comune, sono fatti della stessa materia dei sogni, l’unica cosa che li spaventa è la noia, e allora vanno all’attacco, anche quando non avrebbe senso, quando non conviene, quando… stiamo ancora ragionando come dieci anni fa, è l’abitudine, ormai in corsa non si fanno più calcoli, non si usano tattiche, ormai i corridori se ne fregano, prendono e partono. 

Di un Tour come questo avremmo nostalgia per anni, se non fossimo sicuri che arriverà la prossima corsa a oscurarlo, a metterci i brividi. Una tappa come quella dell’Alpe d’Huez, con Tom Pidcock (voto 7,5) che in discesa ci prende il cuore e ci fa tremare, con Chris Froome (voto 7: lui è di un altro ciclismo, ma è troppo intelligente per non averlo capito, e ha portato i suoi bambini sulle strade del Tour, con le seggioline gialle da campeggio, le maglie gialle oversize, i cartelli pitturati col suo nome, come veri francesi, perché è così che si vive il Tour, da francesi), Froome che va romanticamente in fuga sulla salita che lo ha sempre respinto, anche quando era padrone, e questa volta arriva sul podio, come nelle favole. 

La favole, come no. Non poteva che essere un Tour così quello che è partito dal paese del più famoso raccontatore di storia del mondo, Hans Christian Andersen, quello della piccola fiammiferaia e del brutto anatroccolo, della regina delle nevi e della sirenetta. Non poteva che essere un Tour così quello che è stato presentato a Tivoli, il parco dei divertimenti più famoso d’Europa. E’ stato il loro Tour, quello dei danesi (voto 10 ai primi tre giorni e alla loro incomparabile passione per il ciclismo): da Jonas Vingegaard (voto 10 per la manifesta superiorità, 10 per aver avuto la miglior squadra, 7 per essersi concesso poco fuori dalla corsa, ma da uno che fino a qualche anno fa si faceva mangiare dallo stress non potevamo pretendere di più), a Magnus Cort Nielsen (voto 8) che si è regalato più di una passerella, a Mads Pedersen (voto 7,5) che una volta di più ha dimostrato di non essere soltanto una beffa sul traguardo di Harrogate. 

Un Tour che ha costruito le sue favole anche su quello che è stato un immenso dolore: Fabio Jakobsen e Dylan Groenewegen che vincono una volata per uno, un giorno dopo l’altro, sono la dimostrazione più efficace della vita che va avanti (voto 10). Comprensibile che per il velocista della QuickStep dimenticare tutto sia impossibile, ma siamo sicuri che l’altro olandese non abbia sofferto abbastanza, con tutto il gruppo che lo vede come un potenziale assassino?

Favole come quelle dei coraggiosi che hanno vinto andando all’attacco troppo da lontano (Bob Jungels, 7,5, alle Portes du Soleil) o quando non era roba loro (Michael Matthews, 7,5, che con il colpo di Mende si assicura altri tre anni di contratto). Favole al contrario come quella di Michael Morkov (voto 8, per la carriera e non solo), altro danese nel Tour dei danesi: i quasi 200 chilometri che percorre a quaranta gradi, in crisi, sotto il sole a picco della Rodez-Carcassonne, e il suo arrivo fuori tempo massimo, da solo, lui che per tutta la vita ha aiutato gli altri a vincere, ci hanno rubato il cuore.

Come ce lo ha rubato Hugo Houle (voto 10), che da dieci anni correva alla ricerca di un giorno come quello di Foix, da dedicare al fratello che guardava i Tour de France con lui sul divano e che un giorno ha dovuto trovare morto sul ciglio di una strada, investito da un ubriaco. O come lo strano Tour da comprimari degli Ineos, che fanno parlare più per la storiella del gilet di Geraint Thomas che per il suo solidissimo podio (voto 8: una delle poche certezzea). O come Vingegaard che aspetta che Pogacar si tiri su e lo raggiunga, e Pogacar che allunga la mano per dirgli grazie. Abbiamo visto tutto, compreso Filippo Ganna inseguire Tadej Pogacar sui Campi Elisi quando mancavano poco più di 5 chilometri al sipario. Fino all’ultima volata presa da Jasper Philipsen (voto 9, è lui il velocista più forte del Tour) nello splendore di Parigi. 

Quante favole più contenere un Tour, dietro al duello per la maglia gialla, agli arrivi allo sprint, alle fughe per la vittoria? 

Prendete Caleb Ewan, l’australiano (voto 3 per i risultati, 9 per la perseveranza, che non era mai stata considerata una sua caratteristica): miglior piazzamento il nono posto nella terza tappa, eravamo ancora in Danimarca, poi è caduto nel corso della tredicesima, si è fatto male a un ginocchio e a una spalla, il resto del Tour è stato un calvario. Chiude all’ultimo posto, Lanterne rouge, a 5 ore, 41 minuti e 33 secondi da Vingegaard, indietro quasi di una tappa: la sua costanza sarà comunque premiata da uno degli sponsor ufficiali della corsa, lastminute.com. Una somma, calcolata in base al chilometraggio che divide la Lanterne rouge dalla maglia gialla, sarà devoluta in beneficenza all’associazione Envol (voto 10, ça va sans dire), che aiuta i bambini malati e le loro famiglie. Quanto a Ewan, vince una vacanza: quella di cui tutti abbiamo un gran bisogno a fine Tour.

I francesi alla fine hanno avuto il loro vincitore, quel Christophe Laporte (voto 7,5) che ha portato altra acqua al mulino della Jumbo salvando le statistiche dei transalpini ma non quelle degli spagnoli (voto 3 per lo splendido anonimato) e non le nostre, no. Finiamo senza una vittoria, con il primo degli italiani trentunesimo (Simone Velasco, voto 7: dovremmo punire lui che è stato il più bravo?) a due ore e rotti dalla maglia gialla. Qui si chiude questa storia, non senza nostalgia, ma sul Tour degli italiani (voto 3, e forse siamo generosi) apriremo presto le danze: analisi, commenti, approfondimenti, prospettive. Non andate via.