Tour de France 2022 / TOUR mon amour e i vani tentativi di Pinot, il corridore più umano del gruppo

Thibaut Pinot al Tour de France 2022 (foto: A.S.O./Lopez)
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TOUR mon amour è la rubrica di Bicisport sul Tour de France che racconta una storia, un personaggio, un frammento di ognuna delle ventuno tappe della Grande Boucle. Non necessariamente chi ha vinto o chi ha perso, ma chi ha rubato la nostra attenzione o il nostro sguardo anche solo per un attimo.


Da un paio d’anni a questa parte, Thibaut Pinot sta provando a correre esclusivamente per se stesso. Per una vita ha corso per gli altri: per non dare dispiaceri ai suoi tifosi, per non vanificare il lavoro dei compagni di squadra, per dare un senso alla propria carriera (lui che sul braccio destro ha un tatuaggio in italiano che recita “solo la vittoria è bella”). Nel momento esatto in cui ha compiuto trent’anni, quindi il 29 maggio del 1990, Pinot ha capito che la sua infanzia era finito, che il grosso della sua carriera era ormai alle spalle, che non avrebbe mai più potuto realizzare quello che fin lì gli era sfuggito.

C’è stato un periodo, diciamo il primo della sua carriera, in cui Pinot era una vera e propria star. Pare che la gente, al supermercato, guardasse nel suo carrello perché moriva dalla voglia di sapere cosa acquistava (e come si alimentava) la grande speranza del ciclismo francese, colui che prima o poi avrebbe sicuramente riportato a casa il Tour de France (ma Pinot non è Hinault, ci sono voluti anni per capirlo). Ma lui non ha mai voluto la popolarità, che nella maggior parte dei casi gli ha causato soltanto problemi: tutti volevano un pezzo di lui, mentre lui non sapeva nemmeno chi fosse realmente e dove stesse andando.

Il suo palmarès si può tranquillamente definire prestigioso. Al Tour ha raccolto una maglia bianca di miglior giovane e il terzo posto nel 2014, tre tappe (l’Alpe d’Huez nel 2015 e il Tourmalet nel 2019, prima di quell’inaspettato ritiro una settimana più tardi che la stampa francese non esitò a definire “insopportabile”) e diversi piazzamenti di giornata. E ancora una tappa al Giro, due alla Vuelta, la Milano-Torino e il Giro di Lombardia, quando sembrava aver definitivamente superato la paura di vincere. Tuttavia, non ha mai raggiunto quei livelli che in tanti gli avevano pronosticato.

Ad aprile, tre anni dopo l’ultima volta, Pinot è tornato al successo nella quinta tappa del Tour of the Alps. Suo fratello Julien, uno degli allenatori della Groupama-Fdj, non riusciva a capacitarsi dell’affetto che appassionati, corridori e giornalisti provavano nei suoi confronti. Perché delle persone con cui non aveva mai avuto a che fare venivano a congratularsi con lui? A cos’era dovuto? Forse era compassione?

La verità è che la storia di Thibaut Pinot parla ad ognuno di noi. E’ tragica nel senso più classico del termine, ci ricorda che nella vita è più il male da sopportare che il bene di cui godere. Se adoperiamo le categorie con cui solitamente guardiamo e suddividiamo il mondo, Pinot ha fallito. Eppure è amato proprio per questo, perché di fronte ad ogni difficoltà si è abbandonato in un lungo pianto per poi provare a risalire la china: a volte riuscendoci, a volte no. E’ la testimonianza che la vita va avanti, sempre e comunque: anche se non come vorremmo. A differenza di Pogacar, Vingegaard e di tutti gli altri campioni che fanno parte della storia del ciclismo (forti, sicuri dei propri mezzi, consapevoli che la gara persa oggi può essere vinta domani), Pinot dimostra che si può essere atleti di alto livello ed essere umani pensanti – e sensibili, nel senso di sentire e riflettere, non è una parolaccia.

Oggi era la sua ultima chance per provare a vincere una tappa a questo Tour. Non ci è riuscito, trovando prima un Van Aert titanico e poi un Vingegaard insaziabile. E’ arrivato decimo, acclamato sì dai suoi tifosi, ma ancora sullo sfondo: la lotta per la maglia gialla, quella che lui non ha nemmeno mai accarezzato, ha fagocitato tutto il resto. Il tempo a sua disposizione stringe, lui continua a ripetere che una volta terminata la carriera professionistica butterà via il cellulare e si isolerà ancora di più dal mondo. «Vive nell’ultima via, quella più nascosta e difficilmente raggiungibile, che c’è a Mélisey, nell’Alta Saona», disse una volta Marc Madiot, il suo padre putativo.

Nel suo paese ha una fattoria, progetta di costruire un bed and breakfast con la fidanzata, dipinge staccionate e pesca lucci in uno stagno. Ha diverse capre, con le quali sostiene di condividere la stessa visione del mondo (chissà qual è). Durante le settimane più difficili della pandemia, quando parecchi suoi conoscenti e i genitori erano costretti in casa, lui girava per Mélisey distribuendo pane e giornali. A patto che sia mai stato giovane, adesso Thibaut Pinot non lo è più. Più che un uomo in missione, è un eremita alle prime armi che sta prendendo confidenza col silenzio. Come scrisse Gustave Flaubert, “mi sembra d’intraprendere una solitudine senza fine, per andare non so dove. Sono io stesso a essere, di volta in volta, il deserto, il viaggiatore e il cammello”.