TOUR DE FRANCE 2022 / TOUR mon amour e l’avvento di McNulty, che studia per diventare capitano

Tour de France
Brandon McNulty in azione al Tour de France 2022 (foto: A.S.O./Ballet)
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TOUR mon amour è la rubrica di Bicisport sul Tour de France che racconta una storia, un personaggio, un frammento di ognuna delle ventuno tappe della Grande Boucle. Non necessariamente chi ha vinto o chi ha perso, ma chi ha rubato la nostra attenzione o il nostro sguardo anche solo per un attimo.


Brandon McNulty aveva una scelta: non era costretto a diventare un ciclista per sopravvivere. Figlio di R.J, ingegnere programmatore, McNulty è cresciuto a Phoenix, in Arizona, e avrebbe potuto scommettere su una vita agiata. Invece il padre iniziò a portarlo a pedalare in mountain bike e da quel momento in poi il giovane Brandon non ha mai avuto un tentennamento. Una volta R.J lo portò ad una gara che prevedeva una salita dura, troppo dura. Il ragazzo riuscì ad affrontarla soltanto dopo decine e decine di tentativi andati male, con gli altri adulti presenti che guardavano il padre con disprezzo. «Ma come facevo a spiegare loro che non ero io ad obbligarlo, ma lui che ormai ne aveva fatto una questione di principio?», ama raccontare sempre R.J.

E’ la stessa idea che deve aver guidato oggi le mosse della Uae. Pur avendo perso Majka (strappo muscolare), Soler (fuori tempo massimo nella tappa di ieri), Laengen e Bennett (tampone positivo), la formazione emiratina rimane pur sempre quella che annovera tra le sue fila uno dei due corridori più forti al mondo (l’altro è Van Aert, ovviamente) nonché ultimo vincitore delle ultime due edizioni del Tour. Insomma, la maglia gialla la indossa un altro e ai Campi Elisi manca sempre meno: perché lasciare qualcosa d’intentato, perché non provare a lasciare tutto sulla strada, perché continuare a credere che una Boucle nata male non possa d’un tratto risollevarsi? Perché il Tour di McNulty, così come quello di alcuni suoi compagni, non è stato irreprensibile: fino ad oggi, infatti, non sempre era stato in grado di supportare al meglio il proprio capitano.

Quando gli toccò quest’onore, era l’edizione dello scorso anno, McNulty reagì con stupore: «E’ pazzesco che una possibilità e una responsabilità del genere tocchino a uno come me», dichiarò. Pur avendo fatto della confidenza nei propri mezzi uno dei punti fermi della sua traiettoria, in quel momento l’americano si sminuiva. Nel 2016, tra gli juniores, vinse la cronometro dei campionati del mondo rifilando 35” a Bjerg, attualmente suo compagno alla Uae-Emirates e altro grande (e inaspettato, almeno sui Pirenei) protagonista della giornata di oggi. A parecchi tecnici americani rimasero impressi i valori di Van Garderen, di Phinney, di Costa: ma quando cominciarono a familiarizzare con quelli di McNulty, si resero conto che il talento più grande del ciclismo statunitense poteva essere lui.

Per questo suscitò stupore la sua decisione, nel 2017, di accasarsi alla Rally e di non attraversare l’oceano per accettare una delle tante offerte che gli erano giunte dall’Europa. Molto semplicemente, sia lui che il suo entourage (il padre, l’allenatore) capirono che il clima eccessivamente competitivo del ciclismo europeo avrebbe finito per affossare il diciannovenne di allora. Rimase dunque in America, in un ambiente che conosceva e circondato dalle persone che amava. Il talento è talento e prima o poi, non importa dove né come, trova sempre il modo di sgorgare. Al Giro di Sicilia del 2019, ad esempio: McNulty vinse la tappa di Ragusa, si difese il giorno dopo sull’Etna (quarto) e conquistò la classifica generale davanti a Guillaume Martin, Masnada, Vlasov e Visconti. Non al Tour of Oman del 2018, quando cominciò ad esultare certo ormai d’aver vinto la quarta tappa sottovalutando però le pendenze verticali della diga di Hatta Dam, e alla fine vinse Colbrelli.

Chi lo segue da vicino non ha dubbi: prima o poi arriverà il suo momento. Dove? Nelle corse a tappe, probabilmente, lui abile in salita e forte sul passo (terzo nella cronometro di Valdobbiadene al Giro del 2020, secondo in quella dei Paesi Baschi dello scorso anno). Quest’anno ha continuato a familiarizzare col successo. Ne ha centrati tre e dopo il primo, il Trofeo Calvia di fine gennaio, disse che non è mai troppo presto per cominciare a vincere (e infatti nei quaranta giorni successivi ha vinto anche alla Faun-Ardèche e nella quarta tappa della Parigi-Nizza). Già sesto nella prova in linea delle Olimpiadi della passata stagione, oggi ha trovato le risposte che cercava per quanto riguarda le sue attitudini nelle corse a tappe: nella diciassettesima tappa, la seconda pirenaica, è arrivato terzo, anticipato soltanto dal secondo e dal primo del Tour de France.