TOUR DE FRANCE / Nibali, Aru, la sfida Pogacar-Roglic: a dieci anni dal “debutto”, la Planche des Belles Filles è già un luogo sacro

Fabio Aru trionfa in cima alla Planche des Belles Filles al Tour de France 2017 (foto: Sunada)
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Dieci anni fa, quando entrò per la prima volta nel percorso del Tour de France, fu accolta con curiosità, se non altro per il nome, che sembrava evocare storie di antica leggiadria. Nessuno poteva immaginare che quella montagna dei Vosgi, nota come La Planche des Belles Filles, arrivo odierno della Grande Boucle, avrebbe di lì a poco rubato fama e spazio alle vette leggendarie di Alpi e Pirenei.

Il suo cammino comincia da cinquecento metri di altitudine e termina poco oltre i mille: cosa vuoi che sia? E invece fa male, malissimo, sia nella versione “base” dei primi anni, lunga 5,9 chilometri, sia, a maggior ragione, con l’aggiunta di un chilometro crudele, in gran parte sterrato e con un’ultima rampa al 24%, che ha preso il nome di “Super Planche des Belle Filles” (i francesi sono maestri nell’esaltare il “prodotto”). Tra i suoi segreti c’è proprio la relativa brevità, che induce di solito un ritmo forsennato. Chi non è in giornata rischia il naufragio.

Froome impressionante a Tour de France 2012, Nibali padrone due anni dopo

Proprio come accade quest’anno, in quattro delle sue cinque apparizioni la Planche des Belles Filles è stata collocata nella prima parte del Tour. Il che non le ha impedito di rappresentarne sempre uno dei piatti forti. Nel 2012 spadroneggiò Chris Froome, impressionante nel doppio ruolo di gregario di Wiggins e vincitore in proprio. Con quella strana presa alta sul manubrio e quella pedalata agile che sarebbe divenuta il suo marchio, Froome impose cadenze così serrate da ridurre il gruppo dei migliori a sole cinque unità: lui, Wiggins, Evans, Nibali e il lettone Taaramäe. Poi, garantita al suo capitano la conquista della maglia gialla, andò ad annullare lo sprint di Evans, mangiandolo nettamente negli ultimi trenta metri.

Due anni dopo, edizione 2014, Vincenzo Nibali confermò il suo feeling con la Planche, scalandola con memorabile naturalezza. Fu un trionfo in due atti: con un primo allungo salutò il gruppetto di testa. Poi, una volta raggiunto il fuggitivo “Purito” Rodriguez, lo lasciò sul posto a un chilometro dalla fine, nel tratto più severo. Era un Nibali in assoluto stato di grazia: al traguardo indossò una maglia gialla che non avrebbe più ceduto a nessuno, fino a Parigi.

Il piano perfetto di Aru, l’impresa gialla di Ciccone

E Aru? C’è anche lui nella galleria dei campioni esaltati dalla Planche des Belles Filles. Nel 2017 si presentò al Tour con una bellissima maglia tricolore “old style” e un pensiero in mente: la tappa dei Vosgi. Non aveva fatto ricognizioni, ma attraverso un paziente studio su Youtube aveva analizzato metro per metro le vittorie di Froome e Nibali e messo la croce su un punto preciso, a 2 chilometri e mezzo dal traguardo. Sulla strada però l’azione sembrava proibitiva, perché la Sky, esattamente come cinque anni prima, dettava un ritmo infernale, a beneficio della coppia Froome-Thomas (in giallo). Eppure: nel punto designato, un ripido rettilineo, Aru venne fuori dalla sesta-settima posizione e disegnò uno dei suoi scatti più belli, di fronte al quale la macchina Sky non azzardò reazione. A 27 anni il ragazzo sardo sembrava ormai sulla via della consacrazione, oggi sappiamo che quella è rimasta la sua ultima vittoria, prima di un precoce e tormentato declino.

Nel 2019, a due anni di distanza, il Tour tornò sulla Planche e per gli italiani fu ancora festa. Per l’occasione il calvario fu allungato di un durissimo chilometro di terra e ghiaia. La scena finale fu tutta per la coppia Teuns-Ciccone, ultimi reduci di una lunga fuga. L’abruzzese, galvanizzato dal sogno della maglia gialla, si scatenò, tentando di mettere più metri possibile tra sé e il leader Alaphilippe. Sullo sterrato, Teuns fece l’inferno, Ciccone crollò negli ultimi metri ma la missione era compiuta: dalla vetta della Planche riscese con le insegne del primato.

Pogaçar, un ribaltone entrato nella storia

«Sogno che il Tour de France si decida sulla Planche». Alla presentazione dell’edizione 2020, il direttore del Tour, Christian Prudhomme, non aveva idea di quanto fosse profetico. Per la prima volta aveva piazzato la montagna dei Vosgi alla stretta finale, per di più destinandola ad una crono di 36 chilometri, ultima sfida prima della passerella parigina.

Quello che è successo il 19 settembre 2020, in un Tour differito per l’emergenza Covid, è nella storia del ciclismo. Roglic, eccellente cronoman, aveva la vittoria addosso e un vantaggio di 57” su Pogaçar. Fra sorpresa e sconcerto, il ragazzino cominciò a erodere la dote del leader fin dai primi chilometri. All’attacco della Planche i secondi da recuperare erano solo 21”. Cambiò la bici, butto alle ortiche il computerino di bordo e aggredì con ferocia la salita. Scomposto, distrutto, svuotato, Roglic perse il Tour già a metà ascesa. Al traguardo, il ritardo dal nuovo astro era di quasi due minuti.

Questa la fresca e intensa storia della Planche des Belles Filles, a cui, come dicono Oltralpe, nessuno può più negare le “lettres de noblesse”, il diritto di figurare tra i luoghi sacri del Tour.