TOUR DE FRANCE / TOUR mon amour e la freschezza di Simmons, il più giovane al via della Boucle

Quinn Simmons all'attacco con Fuglsang e Van Aert (foto: A.S.O./Pauline Ballet)
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TOUR mon amour è la rubrica di Bicisport sul Tour de France che racconta una storia, un personaggio, un frammento di ognuna delle ventuno tappe della Grande Boucle. Non necessariamente chi ha vinto o chi ha perso, ma chi ha rubato la nostra attenzione o il nostro sguardo anche solo per un attimo.


A casa Simmons (a Durango, in Colorado) vige una regola: non vince mai il più piccolo, ma chi se lo merita. Quinn racconta che con suo padre, non così più grande di lui da accantonare qualsiasi velleità agonistica, ha lottato per anni: prima senza batterlo, poi riuscendoci. È lo stesso destino toccato in sorte al fratello minore, Colby, che di familiari da sconfiggere se n’è ritrovati non uno, ma due. Per questo motivo, chi ha provato a chiedere a Simmons da chi e da quale parte gli arrivano le pressioni maggiori ha avuto in risposta una frase del tipo: «Da nessuno, se non da me stesso. Sono la mia più grande fonte di aspettative. Io salgo in bici per vincere».

Più o meno lo stesso pensiero di Van Aert, partito per la Binche-Longwy con la volontà di piegare al suo volere anche la tappa più lunga del Tour. Simmons gli ha preso la ruota fin dalla prima pedalata e l’ha mollata soltanto a circa trenta chilometri dall’arrivo, quando la maglia gialla ha decretato che l’educazione sentimental-ciclistica del corridore più giovane del Tour de France poteva terminare. Essendo alla prima partecipazione, Simmons per il momento può ritenersi soddisfatto: ha pedalato per qualche ora al fianco di uno dei due corridori più forti al mondo (l’altro è Pogacar) e di Fuglsang, un senatore che una buona parte degli addetti ai lavori prende in considerazione sempre troppo poco nonostante tra il 2017 e il 2020 abbia vinto una Liegi, un Lombardia, una frazione alla Vuelta e due edizioni del Delfinato.

Se dopo questo concentrato apprendistato Simmons sarà effettivamente cresciuto o meno, di certo non lo si potrà capire né dalla stazza (già notevole a 21 anni, è alto 1,82 e pesa circa 70 chili) né dall’aumento della peluria, lui sfoggiando già una delle barbe più folte del gruppo. D’inverno ama sciare e al ciclismo si è appassionato per vie traverse, cominciando a pedalare in mountain bike. La seconda o la terza corsa su strada che abbia mai fatto, non se lo ricorda con esattezza, è stata la Gand-Wevelgem riservata agli juniores nel 2018: terzo, anticipato di soli due secondi da Manfredi e Waerenskjold; una settimana dopo, settimo alla Roubaix di categoria, da quel giorno la sua corsa preferita, lui che si definisce un uomo da classiche e che, se potesse scegliere, vorrebbe diventare un’entità non del tutto definita a metà tra Boonen e Cancellara.

Da quella primavera in poi, un’escalation di trionfi. Il più grande il mondiale tra gli juniores nel 2019, azione solitaria di trenta chilometri e Martinelli, secondo, lasciato a 56″. Il contratto per passare professionista con la Trek-Segafredo l’aveva già firmato ad agosto. Tra i professionisti due vittorie, una frazione e la generale del Giro di Lussemburgo dello scorso anno, e parecchi segnali interessanti: sesto a Plouay nel 2020, terzo nella diciannovesima tappa della Vuelta nel 2021, settimo alla Strade Bianche e primo nella classifica degli scalatori della Tirreno-Adriatico quest’anno. E una sospensione inflittagli dalla squadra nella passata stagione, dopo che aveva commentato con una frase a dire della Trek “divisiva, incendiaria e dannosa” una dichiarazione su Donald Trump di una giornalista americana. «Devo necessariamente accettare la decisione della mia formazione, ma sappiano che non sono d’accordo», dichiarò allora.

Si potrebbe dire che la tappa di oggi al Tour de France è stata colorata e movimentata come un carnevale, visto che a Binche si tiene quello più celebre del Belgio. Oppure che Van Aert non è assolutamente paziente e scaltro come Sébastien Le Prestre de Vauban, uno degli ingegneri militari più abili della storia, colui che ha progettato la cittadella di Longwy. Ma legata alla località di partenza c’è un’altra storiella che vale la pena raccontare. Nel 1840 venne spedito ai librai e ai bibliotecari un catalogo che annunciava un’asta di libri rari che si sarebbe tenuta di lì a pochi giorni a Binche. Tutte quelle persone che si presentarono per l’evento rimasero a bocca asciutta: in mezza giornata scoprirono che non esisteva né lo studio del notaio menzionato, né la via dove esso avrebbe dovuto trovarsi, né la biblioteca che – si diceva – aveva acquistato la collezioni di libri incriminata, né tantomeno il conte di Fortsas la cui morte sembrava aver innescato tutto questo. Si trattò di una burla, uno scherzo messo in piedi da un antiquario e ufficiale in pensione. E’ quello che si augurano gli avversari di Pogacar, pur senza crederci molto.