Quartucci vuole il professionismo: «Provini mi ha fatto capire che posso farne parte»

Quartucci
Lorenzo Quartucci in maglia Petroli Firenze-Hopplà-Don Camillo. Dal 2023 sarà professionista con il Team Corratec
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Due volte decimo, una volta nono, una volta ottavo, due volte settimo, una volta sesto, una volta quarto, una volta terzo, due volte secondo e tre volte primo: insomma, quest’anno Lorenzo Quartucci ha partecipato a quattordici corse e non è mai uscito dai primi dieci. Se questa continuità l’avesse trovata prima, probabilmente sarebbe già tra i professionisti, visto che è nato nel 1999 ed è dunque al quinto anno nella categoria.

«Mi sono dato un ultimatum: se non dovessi riuscirci quest’anno, molto probabilmente smetterò. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma almeno una chance credo di meritarmela. Vinco, mi piazzo, sono con continuità nel vivo della corsa. Per ora non si è mosso niente, ma con l’aiuto del mio procuratore, Paolo Alberati, spero di trovare una sistemazione. Mi sento pronto».

Lorenzo, cosa ti ha impedito nelle passate stagioni di correre bene come quest’anno?

«Matteo Provini, molto semplicemente. Da quando, nell’inverno, sono arrivato alla Petroli Firenze, la mia carriera è cambiata. Prima ero un buon corridore assolutamente inconsapevole dei propri mezzi, adesso invece sono un ventitreenne che è convinto di poter far parte del professionismo».

Di Provini parlate tutti bene: cos’ha di diverso dagli altri direttori sportivi?

«Per l’amor di dio, non vorrei passasse il concetto che tutti gli altri sono degli incompetenti, ci mancherebbe altro. Però, almeno per me, è il migliore. E’ severo, non cattivo, e ha una passione spropositata per il ciclismo. Mi ha insegnato a credere in me stesso, facendomi capire come sfruttare al massimo le mie potenzialità».

Se non dovessi passare professionista hai già pensato ad un’alternativa?

«Mio padre ha un’attività, accomodano e vendono macchine: potrebbe essere un’idea, anche se ad essere sincero non credo che possa piacermi molto. Invece sarebbe bello rimanere nell’ambiente ciclistico. Magari come direttore sportivo tra gli esordienti o gli allievi. Oppure, perché no, come meccanico: un amico ha un negozio e non avrebbe problemi ad assumermi».

Lo scorso anno, a metà stagione, hai lasciato la Zalf per la D’Amico. Come mai?

«Preferisco non approfondire troppo la questione, si riaccenderebbero polemiche di cui faccio volentieri a meno. Volevo cambiare aria, diciamo così».

Ti ispiri a qualche corridore in particolare?

«Se devo essere sincero no. Ho tifato Nibali, essendo di Sansepolcro ho avuto l’opportunità di pedalare con Capecchi e Bennati, ma non posso dire di rivedermi in uno di loro. Sono adatto perlopiù ai percorsi vallonati, infatti amo le gare nervose e piene di strappi. Sarei curioso di misurarmi con le pendenze del Muro di Huy, ad esempio».

Un uomo da classiche, insomma.

«Sì, senz’altro. Mi reputo un corridore comunque completo: domenica sono arrivato da solo a Malmantile, l’anno scorso arrivai terzo in volata al Liberazione. Sono veloce pur non essendo un velocista puro, reggo bene sulle salite brevi e ho uno scatto che può far male».

In quali corse punti a metterti in luce per guadagnarti il passaggio tra i professionisti?

«In nessuna in particolare. Non mi piace concentrarmi troppo su una gara, il rischio è quello di rimanerci troppo male se qualcosa dovesse andare storto. Mi interessa far bene più volte che posso. Sempre, se fosse possibile. Infatti la mia corsa preferita è quella che vinco».

Come ti descriveresti?

«Testardo e ambizioso, tant’è che non mi accontento mai. Io credo che questo sia l’atteggiamento giusto, però devo riconoscere che in alcune circostanze mi si è ritorto contro. Grazie a Provini, tornando al discorso di prima, ho imparato anche a correre qualche rischio. Adesso attacco, provo a far andare la corsa come dico io. In passato, al contrario, esitavo troppo».

Ti è dispiaciuto non far parte della nazionale volata ad Orano per i Giochi del Mediterraneo? Potevano rientrarci anche gli elite come te.

«Un po’ di dispiacere c’è stato, non lo nascondo. Sto correndo bene e sono convinto che avrei potuto dare il mio apporto. Però non voglio lamentarmi, Amadori ha fatto le sue scelte e io ne prendo atto. Anzi, ha messo insieme un bel gruppo, tutti corridori validi, nulla da dire. Vorrà dire che mi concentrerò su altri obiettivi».

Provini dice che ti piace fare fatica come pochi altri. Cosa vuol dire?

«Difficile spiegarlo. Sì, fare fatica mi affascina: il sudore che cola, le gambe che fanno male, il fiato che manca. Mi fa sentire vivo, mi permette di trovare quell’adrenalina che ad esempio non trovavo nel calcio quando ci giocavo. Il bello del ciclismo, per me, sta nel testa a testa: la squadra conta, ci mancherebbe, ma a differenza del pallone nella maggior parte dei casi è il singolo che risolve la faccenda. Mi piace battere gli avversari soffrendo più di loro. E mi piace constatare che tutti gli sforzi che faccio portano a qualcosa: alla vittoria, intendo».