Salvoldi: «Per i nostri giovani problemi di preparazione ma anche di regole che limitano l’attività. E la scuola non aiuta»

Dino Salvoldi
Dino Salvoldi in una foto d'archivio agli Europei di Trento
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Ma allora i giovani devono arrivare «integri» al professionismo o devono «farsi il motore»? Intorno al Giro Under 23 si è creato un giro di parole, a testimonianza di come il ciclismo stia a cuore a molti. Ancora di più quando si parla di giovani. Non poteva mancare, proprio per questo, la voce del tecnico che è stato da poco spostato sugli Juniores dopo aver costruito per anni con pazienza il successo del ciclismo femminile azzurro. Dino Salvoldi fa molte premesse, allarga parecchio il discorso, e non vuole cadere in generalizzazioni che rischiano di portare ulteriore confusione, invece di individuare possibili soluzioni, «probabilmente è un discorso più complesso, non si può limitare soltanto all’aspetto dei percorsi».

Parte col freno a mano tirato, dicendo che si sta abituando alla categoria, che sta imparando, che è un po’ tutto nuovo, «però l’impatto è stato buono, il seguito anche. Ora vedremo. Il nostro è un lavoro che purtroppo si giudica sui risultati, anche se è molto più largo di così».

La preparazione secondo Salvoldi

Salvoldi parte dalla preparazione. «Anch’io nella mia più che mediocre carriera di atleta, da allievo e da junior facevo salite da quindici, venticinque minuti, medio-lunghe insomma: non era assolutamente considerato esasperazione, era una parte normale di ogni settimana di allenamento. Per quello che sto vedendo dai programmi di allenamento, ma avverto che sto generalizzando, non è così per tutti, ho visto in più di un caso come manchi proprio dal punto di vista della preparazione quella parte dell’allenamento che riguarda il volume e la qualità aerobica. Si ricerca una condizione atletica costante, quella che consenta un rendimento tale da potersi piazzare in modo continuativo.

«C’è meno attenzione invece a quella che è la realtà fuori dai nostri confini, alla costruzione di tutte le componenti dell’allenamento che vanno a formare l’atleta: in particolare c’è poco lavoro su quella che i preparatori chiamano Z3, il lavoro cioé che va a stimolare la qualità aerobica. Tradotto: in gara i nostri soffrono tantissimo nelle cronometro e nelle salite lunghe, quelle da affrontare a pendenza costante, dove è decisiva l’abitudine a farle.

«Ecco perché a crono prendiamo dai 7 agli 8 secondi a chilometro in qualsiasi tipo di crono, piazzandoci oltre il trentesimo posto: siamo troppo lontani da troppi corridori, non è pensabile che nessuno dei nostri abbia queste qualità, si vede che non vengono allenate. Lo stesso si può dire per le tappe con salite lunghe: quando si stacca l’ultimo dei nostri, ce ne sono ancora 40 davanti. Questo ha molto sorpreso anche me, è evidente che c’è un problema di preparazione».

Non vale per tutti, generalizzare non serve, però questo è il cuore del problema. Perché succede? Salvoldi va avanti. «Sono gli allenamenti più faticosi da fare: mentalmente, non solo fisicamente. Ma se vogliamo competere a livello internazionale, bisogna saperlo. Bisogna fare i conti con un ciclismo globale, con atleti selezionati abituati a competere tra loro, dunque il livello è inevitabilmente più alto. E’ una concezione mentale che in altri sport in Italia esiste, nel ciclismo no. Se limiti le possibilità di confronto non crei danno ai numeri della categoria, ma limiti gli atleti più bravi che il confronto potrebbero sostenerlo, che un futuro potrebbero averlo».

Il metodo juniores

Salvoldi sta studiando il nuovo mondo che gli è stato affidato, e molto ha già capito. «Nella categoria Juniores, a differenza di quanto mi era stato preannunciato da molti, non ho trovato quell’esasperazione che pensavo. Ho trovato persone preparate, consapevoli del lavoro che svolgono. E’ chiaro che la nostra storia, la nostra struttura è diversa dalle altre, da quelle che ci sono all’estero. A volte le nostre squadre per sopravvivere hanno bisogno di risultati a livello territoriale, probabilmente non c’è  neanche tutto questo interesse a confrontarsi all’estero, d’altra parte prima non era indispensabile».

Salvoldi prova a individuare una strada, se non una soluzione. «Ci sono movimenti paralleli al nostro, penso a quello francese, dove oltre alla nazionale c’è qualcosa che noi quest’anno abbiamo messo in atto: un’attività internazionale importante, grazie a squadre regionali o dipartimentali e poi ai settori giovanili di club come FDJ o Ag2R. Sono tutti modi di promuovere il confronto, anche noi potremmo farlo con le rappresentative regionali. E’ chiaro che l’input lo dobbiamo dare noi, in federazione: poi se ci saranno squadre più lungimiranti che lo fanno da sole ben venga. Bisogna anche tenere conto che da noi ci sono limitazioni di regolamento nel far correre i ragazzi, e sono limitazioni che penalizzano i migliori: li teniamo a correre a un livello più basso di quello che potrebbero sostenere, e alla fine viene fuori questa differenza fra i nostri corridori e gran parte del resto del mondo, soprattutto su certi tipi prestazione».

Salvoldi non vuole sentire parlare di fenomeni. «Fenomeno può essere uno, o due. Ma qui non è questione di Pogacar o di Evenepoel, qui è una generazione: sono 50, allora è un sistema, mica un fenomeno. Ed è un fenomeno generale, che sta anticipando tutte le carriere degli sportivi in tutte le discipline. Ormai lo hanno capito tutti gli addetti ai lavori che nella nuova generazione non ci sarà un Nibali che correrà fino a 40 anni. Ma c’è un problema di regole e uno di preparazione, e dobbiamo prenderne atto. Ci sono squadre che andrebbero più spesso a correre all’estero, ma da noi c’è un regolamento che dice che l’atleta junior non può fare più di 2 gare a tappe (tutte gare di 4 giorni con una crono) con la nazionale e 2 con i club o le rappresentative regionali: quindi non più di 4 gare a tappe l’anno. Gli altri non hanno questi limiti».

Salvoldi, il problema scuola

Ultimo problema: la scuola. «Esistono protocolli di collaborazione ma collaborare non basta: bisognerebbe anche condividere, credere in pieno nell’attività sportiva e invece – sto sempre generalizzando, si capisce – in Italia la scuola penalizza chi fa un’attività sportiva. E soprattutto un’attività come il ciclismo che è uno sport che necessita di ore di luce e di condizioni climatiche particolari rispetto ad altri sport. Anche questo è un limite sul quale poter lavorare». Nessuno ha soluzioni in tasca, ma i problemi sono tutti sul tavolo, bisogna cominciare a capire che strada prendere.