GIRO D’ITALIA U23 / Fabio Vegni, direttore di corsa nel nome del padre: «Lui e Babini mi hanno cresciuto buttandomi nel fuoco»

Vegni
Fabio Vegni, direttore di corsa del Giro d'Italia U23
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La frase di rito che ormai lo accompagna dovunque può sembrare esagerata, ma è vera: Fabio Vegni è davvero il direttore di corsa più giovane d’Italia, essendo nato nel 1992.

«Il più giovane tra quelli abilitati per il professionismo, specifichiamolo – puntualizza lui – Lo sono da quattro anni. A diciotto ho fatto il primo corso da direttore di corsa regionale, poi ho completato anche gli altri due livelli di abilitazione. Ormai vengo introdotto così dovunque vada, diciamo che ci ho fatto l’abitudine. Da una parte fa piacere, dall’altra mi piacerebbe una fucina di talenti più attiva: è fondamentale introdurre in questa categoria delle personalità che cambino il modo di pensare. E questo, solitamente, è un merito delle nuove leve».

Su questo è d’accordo anche tuo padre Mauro Vegni?

«Non sono convinto. Lui appartiene ad un’altra generazione e oltretutto è anche conservatore. Però è la verità, non c’è niente da fare: cambiano le strade, cambia il ciclismo, cambia l’approccio alla corsa da parte dei corridori. E allora non può non cambiare di conseguenza anche l’interpretazione di questo ruolo».

Che consigli ti dà tuo padre?

«Consigli pochissimi, se devo essere sincero. Non gli appartengono. E’ sempre molto disponibilie, questo sì, ma più che consigliarmi ama mettermi alla prova. Lo stesso piglio di Raffaele Babini, ex direttore di corsa del Giro d’Italia Under 23 e attualmente una delle figure di riferimento per quello dei professionisti. Un amico e un maestro che mi ha trasmesso tanta passione e tanti insegnamenti senza gelosia».

In che maniera ti hanno cresciuto?

«Buttandomi nel fuoco e dandomi parecchie responsabilità, senza tuttavia lasciarmi da solo. Se non si fossero comportati così, probabilmente adesso non sarei qui. Mi reputo molto fortunato: sia per essere il figlio di Mauro Vegni, sia per aver potuto vivere in diretta ma senza doveri certe situazioni complicate che mi hanno permesso di rubare tante accortezze».

Quali giornate complicate ti vengono in mente?

«Indirettamente, la tappa di Val Martello al Giro del 2014: una giornata portata a compimento soltanto grazie alla compattezza e alla professionalità di tutte le figure coinvolte e dislocate sul percorso. Direttamente, una frazione del Giro d’Italia Under 23 di qualche anno fa. Eravamo nelle Marche, una strada molto liscia venne resa ancora più viscida da alcune gocce di pioggia e nello spazio di pochi minuti due cadute spezzarono il gruppo. Neutralizzammo la corsa, permettendo ai soccorsi di fare il loro lavoro, e in meno di mezz’ora ripartimmo».

C’è un errore che ancora oggi ti fa rammaricare?

«Fortunatamente, e lo dico davvero senza superbia, quel momento non è ancora arrivato. Ma non ne faccio un tarlo, per me soltanto chi non lavora non sbaglia. Diciamo che io faccio il possibile affinché tutto fili liscio: faccio molte riunioni, ripeto le linee guida fino allo sfinimento fin dalla colazione, tant’è che in molti mi dicono che sono pedante». 

Quali caratteristiche deve avere un direttore di corsa?

«Sarebbe ipocrita se non citassi l’importanza dello staff e di ogni figura coinvolta. Certo, la conoscenza tecnica della materia serve, ma un direttore di corsa bravo e moderno deve assolutamente saper lavorare in gruppo: delegando, responsabilizzando, seguendo e ascoltando. Un’informazione preziosa può arrivare da chiunque, mai sentirsi dalla parte della ragione a prescindere». 

Quant’è difficile mantenere la calma?

«Diciamo che essere calmi di natura aiuta molto. Soprattutto, bisogna farsi vedere calmi. Io sono la figura che molti prendono come riferimento, sono quello che ha più responsabilità: se gli altri mi vedono nel panico, allora la situazione rischia davvero di degenerare. Le mie giornate sono lunghe e in balia dell’imprevisto. Considera che sono fuori di casa dal 2 maggio perché ero anche al Giro dei professionisti, ma ormai non riuscirei a immaginarmi a casa nei mesi di maggio e di giugno».

Quali corse sogni di dirigere?

«Su tutte, il Giro d’Italia dei grandi. Però, grazie ancora alle occasioni datemi da Babini, ho potuto misurarmi ai mondiali di Imola del 2020, e agli europei di Trento e ai campionati nazionali dello scorso anno. Bellissime esperienze: i miei compiti rimangono gli stessi, ma è chiaro che tra i professionisti c’è una tensione maggiore, visto che gli interessi in ballo sono diversi».

E la prima gara che hai diretto la ricordi ancora?

«Ad Anagni, sulla Casilina, una corsa di allievi. Mentre le cinque da vicedirettore che servono per completare l’iter le feci in Lombardia. Quel giorno non posso scordarlo: è stato quello in cui ho conosciuto mia moglie. Mentre, invece, non ho mai capito il momento esatto in cui mi sono appassionato al ciclismo».

Nessun ricordo?

«Tutti mi raccontano che il mio primo pass lo staccai a due anni, ai mondiali di Agrigento del 1994. Per il resto non saprei, dev’essere stato un processo. Per il momento sono soddisfatto d’aver portato a termine serenamente il mio sesto Giro d’Italia Under 23 consecutivo».