GIRO D’ITALIA U23 / Hayter si racconta: «Non dovevo nemmeno esserci, ma aspettate a dire che ho vinto la maglia rosa»

Hayter
Leo Hayter in maglia rosa sulla salita di Colle Fauniera (foto: IsolaPress)
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Leo Hayter ricorda il luogo, non esattamente l’estate: l’Herne Hill Velodrome, sud di Londra, lui doveva avere undici o dodici anni. I suoi genitori lo lasciavano lì col fratello maggiore (di tre anni), Ethan. La loro speranza era che Leo, iniziando a fare attività fisica, lasciasse perdere i videogiochi e la vita sedentaria: per l’età che aveva, era fin troppo in carne. Là, durante quegli interminabili pomeriggi passati a pedalare, conobbe un amico, Tom Gloag, uomo di fiducia di Pidcock al Giro del 2020 e quarto lo scorso anno. La sua prima gara, Leo la vinse grazie ad un errore dell’amico: fuga a tre, Gloag toccò la ruota del terzo facendo finire a terra entrambi, Leo si ritrovò da solo e tirò dritto fino all’arrivo. Inizialmente spaesato, poi con una strana sensazione addosso: che vincere fosse molto bello.

E’ stato il quarto ad arrivare ai 2.480 metri del Fauniera. Un saggio di lucidità degno del professionismo, categoria della quale entrerà a far parte verosimilmente già dal prossimo anno. Ha dosato talmente bene le energie da conservarne almeno una stilla per gridare a chiunque gli si avvicinasse di lasciarlo stare, che era ancora perfettamente in grado di reggersi in piedi, non c’era bisogno di sorreggerlo. A chi gli si fa intorno, Hayter non chiede se ha conservato la maglia rosa. «So già di esserci riuscito, voglio sapere il vantaggio preciso», risponde ad uno degli addetti della sicurezza che ovviamente non sa cosa rispondergli.

«Più dura oggi o l’altro giorno? Fisicamente, la frazione di Santa Caterina Valfurva è stata molto esigente. Alla fine avevo i crampi ovunque. Mentalmente, tuttavia, quella di oggi è stata la più complicata. Non potevo più pensare di nascondermi, di giocare al ribasso, di correre come se tra vincere e perdere il Giro non ci fosse nessuna differenza. Oggi mi sono sentito il leader: quello più marcato e più braccato. Direi che mi sono amministrato bene, non posso che essere soddisfatto».

Ma non ha mai temuto che la maglia rosa gli scappasse di mano? Che uno tra Martinez e Van Eetvelt lo ribaltasse? Oppure il corridore che Hayter temeva di più era se stesso e il modo in cui avrebbe potuto reagire alla tensione e agli sforzi precedenti?

«Se pensavo di poter vincere il Giro? Assolutamente no, non dovevo nemmeno esserci, ero una delle riserve. Nessuno lo credeva possibile: né io né Merckx, il mio direttore sportivo. Però, col passare dei giorni, non ho mai dubitato di me stesso: altrimenti adesso non sarei ancora il leader».

Il suo corridore preferito è sempre stato il fratello maggiore, Ethan. L’ha sempre reputato troppo forte per potercisi paragonare, mentre non lo ha mai rinnegato come guida. I consigli preziosi che gli ha dato lui, non glieli ha mai dati nessun altro. La corsa dei sogni, invece, è il Lombardia. Hayter che, avendo vinto anche la Liegi-Bastogne-Liegi di categoria lo scorso anno, fino a una settimana fa era infatti considerato un potenziale campioncino per le classiche, essendo più bravo in salita ma meno veloce in volata rispetto al fratello maggiore.

«Essere accostato in continuazione a lui non mi pesa più di tanto. Ci vogliamo bene, ci sentiamo tutti i giorni, tra di noi c’è un rapporto profondo e schietto. Nel 2021, quando abbiamo corso insieme per le prima volta in assoluto alla Coppi e Bartali, non mi sembrava vero. Tuttavia, non mi dispiace dimostrare d’essere qualcosa in più del fratello di Ethan. Non mi definirei ancora popolare, questo no, ma di certo fa piacere essere acclamati e riconosciuti per aver realizzato qualcosa che ha richiesto tanto lavoro e tanti sacrifici. E sono contento anche d’aver dato un senso al lavoro dei miei compagni, senza i quali non sarei andato da nessuna parte. Coordinarli è stato facile: io sono sempre rimasto lucido, loro si sono rivelati forti e compatti. Mi sono fidato di loro e ho fatto bene».

Adesso nel suo futuro sembra esserci di tutto: il Tour de l’Avenir, il professionismo, il Giro d’Italia dei professionisti. «Soltanto partecipare sarebbe un sogno», dice lui, «ma nel ciclismo mai dire mai». E allora vatti a fidare delle parole di un ragazzo di vent’anni (ne compirà ventuno il 10 agosto) che era venuto alla corsa rosa degli Under 23 per provare a vincere una tappa e invece ne ha vinte due consecutive (una, la più dura, rifilando cinque minuti al secondo) e ha la maglia rosa cucita sulle spalle. «No, questo non ditelo: non ho ancora vinto il Giro. Dite che ho quasi vinto il Giro, se proprio volete».

E comunque non sono state sempre rose e fiori. Lo scorso anno, ad esempio, attraversò un momento buio: staccò dal ciclismo per l’intero mese di maggio, non voleva saperne, poi andò fuori tempo massimo nella prima tappa del Valle d’Aosta e a fine anno rescisse con la Dsm, aggiungendosi all’infinita lista di professionisti che lo avevano anticipato.

«Ma di questo argomento preferirei non parlare», glissa. Ma questo è il suo passato e un giovane del passato non deve farsene nulla. Di questo Giro, bellissimo e di altissimo livello nonostante le difficoltà degli italiani, rimarrà un’immagine: l’inchino inaspettato, elegante e suggestivo di Leo Hayter a Santa Caterina Valfurva, nel giorno in cui un giovane e incerto (perché reduce da una primavera travagliata) uomo da classiche si è scoperto solido scalatore da grandi corse a tappe, (quasi) capace di vincere un Giro al quale non doveva nemmeno partecipare.