GIRO D’ITALIA U23 / Coppolillo: «Al mio amico Cassani dico di non essere troppo drammatico»

Coppolillo
Michele Coppolillo della InEmiliaRomagna
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«Come sto io?», risponde Michele Coppolillo. «Bene, guido una macchina col cambio automatico. Quelli che oggi devono fare il Fauniera stanno peggio. Difficilmente oggi sarà una giornata buona per noi della InEmiliaRomagna, mentre potrebbe esserlo domani».

Coppolillo, soddisfatto del vostro Giro? L’anno scorso avevate vinto la prima tappa vestendo la rosa.

«Ci abbiamo provato, come nostro solito. Vincere una tappa non è semplice, ce ne sono solo sette e le squadre sono 35».

Ti aspettavi di più da Dapporto e Ansaloni, i vostri due leader?

«Qualcosa si può sbagliare tutti i giorni, ma in linea di massima non gli rimprovero nulla. Hanno provato ad andare in fuga, riuscendoci, e ieri Dapporto ha chiuso tredicesimo, tra i primi nella volata degli inseguitori. Il livello è molto alto».

Hai avuto modo di confrontarti con Cassani dopo quello che lui ha detto?

«Siamo amici e lo stimo molto perché ha un’enorme passione per il ciclismo. Ha ragione, non dico di no: noi siamo arrivati al Giro senza nemmeno una corsa a tappe nelle gambe e la differenza si nota».

Però?

«Però secondo me non dobbiamo essere troppo drammatici e giudicare un intero movimento dal risultato di una tappa. Abbiamo vinto gli ultimi due mondiali della categoria, non scordiamocelo».

Ma in salita la differenza è netta, fermo restando che con Frigo, Martinelli e Garofoli la musica sarebbe stata probabilmente diversa.

«Tutti sanno che con le corse a tappe si migliora, ma se in Italia ce ne sono tre in tutto l’anno che colpa abbiamo noi? O che colpa hanno i ragazzi? Più che partecipare a Giro d’Italia, del Veneto e del Friuli, cosa dobbiamo fare?»

Ad alcune continental si chiede di andare di più all’estero, loro che possono permetterselo.

«È vero, sicuramente il confronto internazionale aiuta, ma qui entra in ballo il fattore economico: l’attività di una development straniera, per noi è insostenibile. Possono contare su un budget completamente diverso».

E allora cosa si può fare?

«Come ho detto, non facciamoci prendere dal panico: il materiale umano c’è, va messo nelle migliori condizioni per esprimersi. Occhio a voler colmare il distacco tutto insieme, rischiamo di farci male».

Ti riferisci all’esasperazione?

«Per me c’è già: ormai anche in questa categoria si fanno i rulli prima e dopo la tappa, per fare un esempio. Che dire, se la tendenza è questa dovremo adeguarci, speriamo soltanto di non danneggiare nessuno a lungo termine».

A cosa deve servire il risultato della terza tappa?

«È un campanello d’allarme, il segnale che probabilmente stiamo sbagliando qualcosa. Guardiamoci intorno, vediamo come lavorano gli altri e prendiamone atto. Evidentemente, il modo in cui abbiamo lavorato per tanti anni deve essere rivisto».

Non sembra più un ciclismo per le piccole realtà locali, che per decenni hanno fatto la fortuna del nostro movimento.

«Io credo che, senza il campanilismo, il ciclismo italiano rischia grosso. Ci sono ancora tanti ragazzi che cominciano nelle piccole realtà locali. Però il dubbio viene: come possono resistere nel ciclismo delle development?»

Michele, allora a cos’è servito il Giro?

«A mettere in luce alcune lacune: il confronto internazionale serve proprio a questo. A noi della InEmiliaRomagna, invece, ad affinare la forma per i prossimi appuntamenti: Dapporto e Ansaloni possono essere protagonisti al campionato italiano, e non mi stupirei nel vedere Montefiori lottare coi migliori nella cronometro».