Cretti: «Se adesso posso puntare all’italiano e ad una tappa del Giro, devo ringraziare Provini»

Cretti
Luca Cretti con la maglia della Petroli Firenze
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Finché non è passato tra i dilettanti con la Beltrami – era il 2020 – Luca Cretti non aveva mai militato in squadre di primo piano. Eppure, nelle categorie giovanili, la vittoria è sempre arrivata. Nel 2019, all’ultimo anno tra gli juniores, indossò la maglia della nazionale e chiuse 12° al Lunigiana e 11° al Buffoni. Un percorso sereno, lineare e costante che rivendica come giusto.

«Mi sono sempre considerato un buon prospetto, mica un fuoriclasse. Avevo l’impressione che l’ambiente giusto per me fosse, ad esempio, la Massì Supermercati tra gli juniores: una squadra organizzata che io posso soltanto ringraziare, ma non un riferimento assoluto della categoria. Una realtà valida che potesse permettermi di crescere coi miei tempi, insomma».

E poi, appunto, nel 2020 il passaggio tra i dilettanti con la Beltrami. Forse l’annata peggiore per entrare a far parte di una nuova categoria.

«A volte ci ho pensato anche io, ma col tempo ho capito che forse non è così: io, alla fine, ero al primo anno e non avevo la stessa urgenza di mettermi in mostra che invece, giustamente, sentivano i ragazzi più grandi di me. Senza pandemia saremmo stati tutti meglio, ma non sono io quello che può lamentarsi di più».

Tuttavia, i tuoi primi due anni da dilettante sono stati complicati: non sei andato oltre qualche piazzamento raccolto nel 2021.

«E’ vero, io stesso mi aspettavo di più. Ogni tanto mi chiedo cosa possa essere andato storto, ma non riesco a trovare una risposta. Non c’è stato un fatto preciso che mi ha impedito di allenarmi e correre bene. Evidentemente non era l’ambiente giusto per me, non saprei cos’altro dire. Può succedere».

E così hai deciso di accasarti alla Petroli Firenze di Matteo Provini: non una continental come la Beltrami, ma comunque un’ottima squadra diretta da una figura esperta.

«Mi sono trovato bene fin da subito, quasi quasi rimpiango di non esserci approdato prima. Il gruppo è affiatato e ambizioso e buona parte del merito è di Provini. Partiamo sempre per trionfare, vogliamo essere protagonisti e non comparse. Io, pur avendo raccolto ottimi risultati nelle categorie inferiori, mi sono reso conto di non aver mai pensato da vincente».

Anche se non è facile avere a che fare con lui.

«No, perché è esigente e sa essere duro. Ma è quello di cui hanno bisogno dei ventenni come noi. I battibecchi ci sono, anzi, sono all’ordine del giorno, ma non ce n’è uno che non sia costruttivo. Magari non s’impara a diventare un campione, ma di sicuro si può imparare a pensare da vincenti. La mentalità giusta è quella che ci sta instillando Provini».

I ragazzi della Petroli Firenze di Matteo Provini. Luca Cretti è il secondo da sinistra.

Tant’è che il 27 di marzo, quindi all’inizio della stagione, hai conquistato la Bolghera inaugurando una primavera solida e convincente: 8° a Pontedera, 5° alla Penna e alla Medicea, 2° al Città di Empoli.

«Sono molto soddisfatto, non lo nascondo. Più che altro mi rincuorano i piazzamenti nelle classiche internazionali: 17° al Piva, 19° al Belvedere, 11° al Liberazione, 14° al Marmo. Rimpianti per non essere entrato tra i primi dieci? No, sinceramente no. Ero sempre nel primo o nel secondo drappello degli inseguitori, quindi la possibilità c’era, però non essendo veloce ho dovuto accontentarmi».

Quindi come ti descriveresti?

«Un corridore che si difende tanto in salita quanto sul passo, ma non particolarmente svelto in volata. Quelli come me devono attaccare il più possibile e provare ad arrivare da soli. Menomale che prendere l’iniziativa mi piace. Come dicevo, Provini mi ha fatto capire che non bisogna mai partire battuti e che prima o poi, se si è nel vivo della corsa, l’occasione giusta arriva».

A chi ti ispiri? Oggi un attaccante come te ha soltanto l’imbarazzo della scelta.

«Sarà scontato, ma dico Van der Poel. Oltre a vincere e a piazzarsi con regolarità negli appuntamenti più adatti alle sue caratteristiche, riesce ad essere davanti anche in quelli apparentemente più ostici per lui: penso alle salite del Giro, ad esempio. Ammirevole, davvero».

E l’idolo d’infanzia chi era?

«Ivan Basso. Strano, vero? Un campione molto diverso da Van der Poel: per alcuni anni uno dei passisti-scalatori più forti al mondo, capace di vincere due edizioni del Giro. E, a differenza dell’olandese e di tanti altri, molto più calcolatore e attento alla gestione delle energie. Io ero piccolo, lo vedevo trionfare in maglia rosa e mi legai definitivamente a lui».

A proposito di Giro d’Italia, sabato scatta quello riservato agli Under 23. Ci sarai?

«Sì, ci sarò. E’ uno degli appuntamenti più attesi e prestigiosi della stagione, quindi vogliamo lasciare il segno. Sosterremo Porta, il nostro uomo per la classifica generale, e proveremo a metterci in proprio nelle tappe vallonate per cercare il successo personale. Sono i percorsi che prediligo, non a caso se dovessi scegliere una corsa tra i professionisti andrei sulla Liegi-Bastogne-Liegi. Anzi, due: Liegi e Amstel Gold Race».

E poi c’è il campionato italiano, un appuntamento che solitamente si disputa su percorsi mossi.

«Anche quello è un obiettivo. La speranza è quella di uscire bene dal Giro: sia fisicamente che moralmente. Se così fosse, essere tra i protagonisti al campionato italiano diventa quasi inevitabile. Ma di obiettivi ce ne son tanti: la maglia azzurra, ad esempio».

L’hai già indossata tra gli juniores, non sarebbe la prima volta.

«No, ma ormai sono passati tre anni e sarebbe il caso di ritornarci, magari di farla diventare una bella abitudine. Vestire nuovamente la maglia della nazionale è forse l’obiettivo più importante della mia stagione. Come dicevo, sono un corridore generoso e adatto a parecchi percorsi: se riuscirò a dimostrare il mio valore sono sicuro che Marino Amadori mi prenderà in considerazione».