I riferimenti di Romele: «Vorrei essere un campione come Van der Poel e una bella persona come Gimondi»

Primo piano di Alessandro Romele con il Team Colpack-Ballan (foto: Team Colpack-Ballan)
Tempo di lettura: 4 minuti

«Quando leggo certe critiche a Van der Poel – dice Alessandro Romele, l’anno scorso campione italiano tra gli juniores e da questa stagione tra gli Under 23 con la Colpack – mi sento chiamato in causa. Non perché sia un egocentrico, so benissimo che lui è un fuoriclasse e io tutt’al più un giovane di belle speranze, ma perché mi vengono fatte le stesse osservazioni da una vita: corre male, tatticamente è un disastro, spreca troppe energie e via discorrendo».

Non sei d’accordo, Alessandro? Diciamo che se esistesse un manuale di ciclismo, difficilmente si troverebbe scritto che per vincere bisogna correre alla sua maniera.

«Non è questione d’essere d’accordo o meno. Io la guardo da un altro punto di vista: e se Van der Poel, come tra l’altro lui stesso ha spiegato, corresse in questo modo per divertirsi, per divertire e perché non ne può fare a meno? La vittoria è importante, certo, ma non credo sia tutto. E in qualche modo bisogna pur divertirsi, altrimenti il ciclismo rimane uno sport disumano e basta».

Quindi ti sarà piaciuto vederlo così tanto all’attacco durante l’ultimo Giro d’Italia.

«Guardate quanti tifosi ha conquistato, insieme a Nibali è stato il corridore più sostenuto e applaudito. E poi, all’atto pratico, ha dimostrato d’essere un campione: ha vinto la prima tappa, è arrivato terzo nell’ultima, ha tirato una volata a Mareczko, è andato all’attacco sulle Alpi e Dolomiti. È forte, vincente, spettacolare e naif: cosa si può desiderare di più?»

Insomma, Romele il tuo modello di riferimento è lui. Ne hai altri legati ai ricordi d’infanzia?

«Uno dei miei primi allenatori, sicuramente quello che mi è rimasto più impresso, è stato Marco Serpellini, ex professionista di Lovere, in provincia di Bergamo, dove vivo io. Mi ha insegnato tanto, per me è stato un onore crescere potendo contare su una persona che ha partecipato al Giro e al Tour. E se posso fare un altro nome, dico Felice Gimondi».

Una figura importante dello sport italiano. Cosa ti affascina di lui, considerando che stiamo parlando di un campione degli anni ’60 e ’70?

«Pur trattandosi di un fuoriclasse, a me di Gimondi ha sempre affascinato la sfera privata, familiare. Non tanto quello che ha fatto in bici, per il quale nutro ovviamente la massima stima e ammirazione, ma per quello che ha saputo costruire nella vita di tutti i giorni. Un uomo rigoroso e con dei principi saldi, magari severo ma non cattivo. Ha saputo rimanere coi piedi per terra nonostante tutto quello che ha vinto. Una bella persona, un esempio da seguire».

Romele, ti rivedi in qualcuno anche come corridore?

«Sono alto 1,86 e peso sui 75 chili, diciamo che la stazza mi avvicina più alle classiche che alle salite dei grandi giri. Le due corse che sogno di vincere sono la Parigi-Roubaix e la Strade Bianche, ma tra le due sinceramente non saprei scegliere. Ci metto anche la Milano-Sanremo, anche se leggermente sotto».

Romele in azione con la maglia della Colpack-Ballan (foto: Team Colpack-Ballan)

Correre con sfrontatezza e generosità è un pregio o un difetto?

«Dipende dal punto di vista. Io sono fatto così, non ci posso far niente, mi piace muovermi da lontano e improvvisare. Tentare l’impresa. Però mi rendo conto che le energie non sono infinite e che forse dovrei imparare a gestirle meglio. La voglia di imparare non mi manca, fortunatamente. Anzi, sono talmente tanto pignolo da voler migliorare anche in quello che mi riesce già bene. Ecco, questo può essere un difetto».

Perché?

«Perché non ci si gode niente, si analizza ogni circostanza con freddezza: vantaggi e svantaggi, cosa va e cosa non va. Dovrei imparare ad apprezzare maggiormente quello che riesco a fare. Accontentarsi non è una bestemmia. E poi, come a volte mi è stato fatto notare, quando c’è da soffrire devo stringere i denti e non mollare. A gettare la spugna non si va da nessuna parte, me ne rendo conto».

E tu dove vuoi andare? Quali obiettivi ti sei posto almeno per quest’anno, il tuo primo tra gli Under 23?

«Intanto fatemi diplomare. Frequento l’indirizzo sportivo del liceo scientifico, inevitabilmente dovrò proseguire all’università magari dopo un anno sabbatico dallo studio. Per questa stagione, ad essere sincero, non mi sono posto particolari obiettivi. Già essere entrato a far parte della Colpack non è poco: stiamo parlando di un’eccellenza internazionale, direi quasi una Professional mascherata. Covi e Ciccone, soltanto per citare due nomi che recentemente hanno vinto una tappa al Giro, sono cresciuti nella Colpack. E quanti altri ancora».

Sei soddisfatto di questa prima parte dell’anno?

«Direi di sì. Non ho corso tanto ma è tutto programmato, ci sarà tempo e modo per darsi da fare. Senza dimenticare che tra gennaio e febbraio, per via di un’operazione alle tonsille, mi son dovuto riguardare. Se proprio vuoi sapere una corsa in cui vorrei far bene, dico il Trofeo Città di Brescia: l’ho sempre seguito in televisione e si corre di sera, è un evento unico».

Romele, grazie al tuo modo di correre, lo scorso anno hai conquistato la vittoria più importante della tua giovane carriera: il campionato italiano tra gli juniores.

«Prima mi avvantaggiai con Scalco, un ragazzo veneto. Poi, una volta ripresi da altri contrattaccanti, ho accelerato nuovamente in un tratto di pianura e me ne sono andato da solo. Non mi hanno più ripreso. La vittoria la dedicai a mio nonno, che non ho mai conosciuto ma che considero il mio angelo custode. Non ho mai sofferto tanto quanto quel giorno, una fatica terribile. Ecco, quel giorno è finita la prima parte della mia carriera. Un punto di partenza, mica d’arrivo».