Miholjevic è la pepita del Cycling Team Friuli: «Sogno la Roubaix e mi esalto sotto pressione»

L'espressione incredula di Fran Miholjevic dopo la grande vittoria nella terza tappa del Giro di Sicilia (foto: Marco Alpozzi/LaPresse)
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A sentire Renzo Boscolo, il più esperto dei direttori sportivi del Cycling Team Friuli, era solo una questione di tempo: prima o poi Fran Miholjevic sarebbe sbocciato, imponendosi come uno dei talenti più importanti del dilettantismo internazionale. Quel momento è arrivato. Lo scorso anno raccolse due vittorie, la cronometro dei campionati croati riservata agli Under 23 e il prologo della Carpathian Race, e diversi piazzamenti, quest’anno invece i successi sono già quattro: il Gp Vipava Valley, una tappa al Giro di Sicilia dei professionisti, una frazione e la classifica generale della Carpathian Race, senza dimenticare che nella corsa a tappe polacca ha conquistato anche la classifica a punti e quella dei giovani.

Suo padre, Vladimir, ha corso nella massima categoria dal 1997 al 2012 e attualmente è il responsabile delle performance della Bahrain-Victorious, che giusto lo scorso autunno ha scelto il Cycling Team Friuli, la formazione in cui milita Fran, come squadra di sviluppo. Quanto tempo ancora può rimanere tra gli Under 23 un corridore del genere?

Fran, avete già concordato il tuo trasferimento alla Bahrain-Victorious a partire dalla prossima stagione?

«Ancora no, non è definitivo, ma diciamo che ci sono ottime possibilità. Per me ma non solo: la Bahrain è una realtà molto attenta e interessata ai giovani, e dal Cycling Team Friuli può pescarne diversi».

Hai già avuto modo di dimostrare quanto vali, ma la stagione è ancora lunga e avrai sicuramente altri obiettivi. Quali?

«Sicuramente le tappe del Giro d’Italia. Alla classifica generale non penso e non credo più di tanto, se devo essere sincero. E’ vero che compio vent’anni ad agosto e non conosco i miei limiti, ma il percorso mi sembra molto duro, forse troppo per me. Molto più probabile, invece, che mi metta a disposizione di alcuni miei compagni di squadra, scalatori migliori di me».

Eppure avresti le caratteristiche per distinguerti nelle corse a tappe: hai vinto la Carpathian Race e hai chiuso 2° a San Vendemiano, classica internazionale piuttosto impegnativa.

«Dei grandi giri non parlo nemmeno, sono al secondo anno tra i dilettanti e avrò tutto il tempo per conoscerli. Le brevi corse a tappe non mi dispiacciono, non lo nascondo, ma non devono esserci troppe montagne. Mentre, invece, gradirei sempre una cronometro, specialità che mi piace molto e in cui riesco bene. Peccato che al Giro non ce ne sia neanche una…»

Miholjevic
Fran Miholjevic del Cycling Team Friuli

Quindi che corridore sei?

«Sono alto 1,89 e peso 72 chili. Sono forte in pianura e abbastanza veloce nelle volate a ranghi ristretti. Le salite lunghe e dure, almeno per ora, non sono il mio pane. Al contrario, su quelle più brevi che si trovano nelle corse di un giorno posso dire la mia».

Cosa ti piace della cronometro?

«Così come in salita, anche in una cronometro puoi e devi contare soltanto su te stesso. Non hai scuse e puoi capire qual è realmente il tuo stato di forma. E poi mi appassiona tutto quello che è scientifico e numerico: i dati sulla potenza e sull’aerodinamica, la cadenza e la gestione delle energie, la lotta sul filo dei secondi. Alla salita preferisco la cronometro, senza dubbio».

E tra classiche e corse a tappe, invece, cosa scegli?

«Le classiche. Il mio sogno è vincere la Parigi-Roubaix e fortunatamente ho anche le caratteristiche giuste per poterci provare, un giorno. E’ la corsa di un giorno per eccellenza, non si può desiderare di meglio. Nelle gare del Nord mi manca l’esperienza, ma avrò modo di costruirmela».

Hai mai avuto un campione di riferimento?

«Negli anni passati ammiravo Sagan, un campione che ha segnato un’epoca sia per quello che ha vinto sia per il piglio con cui ha corso. Adesso, sinceramente, sono concentrato soltanto sulla mia carriera. Tutti gli altri, più che dei modelli, sono degli avversari da battere e dei colleghi dai quali rubare e apprendere i segreti del mestiere».

Come ti descriveresti?

«Ambizioso, determinato, professionale. Ho una fidanzata e mi piace passeggiare in montagna, ma per il resto la mia vita è interamente consacrata al ciclismo. E’ la mia passione più grande e voglio che un domani si conosca il mio nome».

Essere considerato un grande talento non ti pesa.

«Assolutamente no, anzi, mi galvanizza. Mi piace essere osservato e temuto, mi piace avere addosso gli occhi altrui. Però bisogna anche essere sinceri: mi sto facendo conoscere soltanto adesso, quindi le pressioni più grandi devo ancora incontrarle».

Diciamo che con la vittoria di tappa al Giro di Sicilia ti sei guadagnato una dose massiccia d’attenzioni.

«Una giornata stupenda, ma non casuale. Io mi sentivo bene e così i miei compagni di squadra, eravamo consapevoli che quella frazione poteva aggiudicarsela uno dei fuggitivi. Il percorso era mosso, dunque perfetto per le mie caratteristiche. Nelle ultime centinaia di metri mi voltavo e guardavo da sotto le braccia perché ero convinto che di lì a poco sarebbe spuntato qualcuno che mi avrebbe ripreso e staccato, invece non è arrivato nessuno e io ho vinto indossando anche la maglia di leader».

Tuo padre cosa ti ha detto?

«Ovviamente era contento, abbiamo un bel rapporto e segue da vicino la mia crescita. Però, e questo ci tengo a sottolinearlo, non è il mio allenatore né ha mai fatto pesare il suo cognome e la sua storia per favorirmi. Io mi sono appassionato al ciclismo grazie a lui, ma in maniera fortuita. Quando era ancora professionista, ad esempio, io le corse in televisione non le guardavo: mi annoiavano».

E poi cos’è successo?

«E’ successo che, una volta ritiratosi, mio padre iniziò a seguire una squadra di triathlon. Era il suo primo giorno di lavoro e io, anche per stare con lui, gli chiesi se potevo accompagnarlo. Da quel giorno mi sono innamorato e non ho più smesso di pensare al ciclismo come ad un’attività fondamentale della mia vita».

Ricordi la tua prima corsa?

«Sì, molto bene. Dovevo avere 12 anni, una sorta di campionato nazionale croato riservato agli scalatori. Ci si giocava tutto su una salita. Io arrivai 2°, ero abbastanza soddisfatto. Ma un anno più tardi, quando battei il ragazzo che mi aveva sconfitto quel giorno, lo ero ancora di più».