Matteo, l’altro Fiaschi: «Volevo essere Kittel, ma intanto ascolto i consigli di mio fratello Tommaso»

Fiaschi
Matteo Fiaschi della Firenze Petroli Hopplà
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Se Matteo Fiaschi potesse avere un fisico diverso, sceglierebbe quello di Marcel Kittel: alto, biondo, possente. E invece deve fare i conti con la realtà: è alto 1,70 e pesa 65 chili. Ormai se n’è fatto una ragione, d’altronde le sue misure sono indicativamente le stesse di Cavendish ed Ewan, quindi non ha scuse: le volate si possono vincere anche se non si è alti, biondi e possenti.

«Io ho iniziato a prendere coscienza del ciclismo negli anni d’oro di Nibali, ma è Kittel il nome della mia infanzia. Non ci assomigliamo in niente, se non nelle caratteristiche: siamo entrambi velocisti puri. E’ un peccato che si sia ritirato ancora così giovane».

Sei piuttosto giovane anche tu, Matteo: nato l’8 giugno del 2002, 19 anni, alla seconda stagione tra gli Under 23.

«Sì, infatti mi rendo conto d’avere tanti margini di miglioramento e una marea di esperienze da fare. Ad esempio, non ho mai affrontato una corsa a tappe e sono curioso di vedere come reagirà il mio corpo. Potrei partecipare al Giro d’Italia, ma non è ancora ufficiale. Di certo sarebbe una bella esperienza e proverei a vincere una frazione».

Non hai nemmeno mai corso coi professionisti, giusto?

«No e sinceramente non vedo l’ora, ma ho avuto modo di parlarne con amici e colleghi che corrono nelle professional e mi sono fatto spiegare bene di cosa si tratta. E’ un mondo diverso, basta dire questo: cambiano le pressioni e le aspettative, i chilometraggi e le tattiche».

In tuo fratello maggiore Tommaso hai un riferimento affidabile: si è ritirato alla fine dello scorso anno dopo una bella carriera tra i dilettanti.

«E’ del 1997, ha cinque anni in più di me. Era considerato un grandissimo talento, tra gli juniores vinse il Buffoni e si mise in mostra al Lunigiana. Tra gli Under 23 ha raccolto tanti piazzamenti, forse gli è mancato qualche successo di prestigio. Ha avuto sfortuna anche nella scelta delle squadre, probabilmente ha commesso qualche errore di valutazione. E’ un peccato che non sia arrivato a correre coi professionisti, se lo sarebbe meritato».

Parlate di ciclismo? Anche lui era piuttosto veloce.

«Parliamo parecchio di ciclismo, a dir la verità. E’ vero, anche lui era veloce, ma a differenza di me scollinava molto più facilmente le salite. Io mi reputo un velocista puro, lui invece era uno sprinter atipico. Di consigli me ne dà tanti: su come alimentarmi e prepararmi, sul posizionamento in gruppo, sui percorsi delle gare, che lui conosce avendole affrontate in diverse occasioni».

Il terzo posto di Mattia Fiaschi al Circuito del Porto (foto: Rodella)

E magari sulla volata, perché no: è il tuo terreno preferito.

«In molti mi chiedono: ma non hai paura? Io sinceramente non so cosa rispondere: è l’unico modo che ho per vincere una corsa, è quello che ho sempre fatto e che so fare. Quindi no, non ho paura. Le spallate fanno parte del gioco, così come le altissime velocità. Menomale che c’è l’adrenalina in circolo, altrimenti se ci rendessimo conto di quello che facciamo forse tutti noi tireremmo i freni».

Qual è la volata perfetta per Matteo Fiaschi?

«Quella che sogna ogni velocista puro: un treno che ti guida alla perfezione e un ultimo uomo che ti pilota e ti lancia a 200 metri scarsi dall’arrivo. Delle volate di Kittel mi piaceva proprio questo: vedere come lavorava la Quick-Step, come si muovevano nelle ultime battute di gara, come reagiva Kittel ad un imprevisto o alle mosse degli avversari».

In questa prima parte di stagione sei entrato tra i primi dieci in otto occasioni e ti sei ritirato in una sola occasione, al Marmo. Qual è il rimpianto maggiore?

«Mi sarebbe piaciuto vincere il Circuito del Porto, è una delle classiche per eccellenza riservate ai velocisti tra i dilettanti, però non ho particolari rimpianti e son pur sempre arrivato 3°. Dopo il 4° posto al Visentini, invece, ero dispiaciuto e arrabbiato nero. Ero convinto di vincere, ero in testa fino a 100 metri dall’arrivo e con un buon vantaggio, e invece mi hanno rimontato».

Non sarà stato contento Matteo Provini. Come ti trovi con lui?

«Dire che non era contento è un eufemismo. Con altre parole assai più colorite mi ha detto che volate del genere non si possono sbagliare e perdere. Averci a che fare non è semplice, ci vuole scorza e non bisogna essere permalosi. Però non ho mai incontrato un direttore sportivo più appassionato e genuino di lui. Tiene veramente ai suoi corridori e li aiuta come può. E’ in buona fede ed è nel ciclismo da una vita, come si fa a non fidarsi di uno come lui?»

Quali obiettivi ti sei posto per quest’anno?

«Il mio sogno è passare professionista, ma se sarà destino verrà col tempo, non devo riuscirci già quest’anno. Sinceramente non mi pongo obiettivi, se non quello di crescere costantemente e di imparare dagli errori fatti. Io ho sempre pensato che i limiti ce li impongono il tempo e le circostanze. Ecco, lascio che siano questi fattori a farmi capire fin dove potrò arrivare: io, per il momento, di limiti preferisco pensare di non averne».