Tiralongo rivoluziona la Palazzago e coltiva un sogno: «Aiutare il Sud costruendo una grande squadra»

Tiralongo
Paolo Tiralongo, direttore sportivo del team Under 23 della Palazzago (foto: Palazzago)
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Dopo aver appeso la bici al chiodo e aver appreso le basi da diesse nella UAE Emirates, Paolo Tiralongo ha cominciato questa stagione il suo secondo anno da diesse del Team Palazzago. Una squadra rivoluzionata, che sta seminando oggi per raccogliere domani. Tiralongo ci illustra il progetto e svela la sua missione futura.

Ciao Paolo, che aria si respira in casa Palazzago?

«Quest’anno abbiamo stravolto la squadra, compiendo una scelta per il futuro della Palazzago. L’organico è nuovo e composto interamente da ragazzi di primo e secondo anno. Eccezione fatta per un élite, Gerardo Sessa, e un ragazzo di quarto anno, il marocchino Imad Sekkak, che vive in una comunità. A lui e a tutti gli altri ragazzi diamo una grande opportunità. Tanti provengono dal sud Italia, dove sappiamo quanto sia difficile emergere. Ora in diversi sono in preda ai malanni di stagione, ma non ci allarmiamo. Questa stagione sarà di rodaggio».

Tiralongo, quali sono gli obiettivi del Team Palazzago?

«Siamo una squadra senza grandi ambizioni. Avendo tanti corridori alle prime esperienze da Under 23, il lavoro attuale è in prospettiva futura. Certamente andremo alle corse dando il nostro meglio, ma l’obiettivo primario è crescere i ragazzi e fornirgli la ricetta per un buon ciclismo. La maggior parte di loro va a scuola, quindi non abbiamo grosse pressioni, e fino a giugno la priorità è lo studio. In estate, da giugno fino a ottobre, chi avrà la volontà e le potenzialità si metterà in luce nelle tante gare alle quali parteciperemo».

Raccontaci l’organico. Ci sono dei leader? Qualche talento in particolare da segnalarci?

«Tutti i ragazzi in squadra sono delle scommesse. Non ci sono dei leader, ma solo dei capitani temporanei, in base al determinato stato di forma in quel momento. Li seguo sempre in allenamento e sarà lì che sceglieremo eventuali gerarchie per le corse vicine. Poi mi piacerebbe che in questa stagione Gerardo Sessa, al primo anno élite, riuscisse a vincere almeno una gara perché se lo merita. Gli anni scorsi ha avuto molta sfortuna, ma in quest’inizio di stagione è già stato protagonista diverse volte, come per esempio alla Coppa San Geo».

Quali sono le difficoltà che stai incontrando dopo aver rivoluzionato l’organico e aver compiuto, come l’hai definita tu, questa scelta per il futuro?

«La difficoltà maggiore non è stata e non è nel rapporto con i corridori, tantomeno nella loro scelta. Abbiamo fatto fatica, invece, nel trovare un marchio che ci fornisse le biciclette e uno sponsor nuovo che regga e creda in questo progetto. Inoltre, come adesso, visto il periodo, credo sia complicato anche per le altre squadre, non è stato facile trovare la componentistica per le bici data la scarsità di materia prima. Ma sono tutte difficoltà alle quali abbiamo sopperito».

L’anno scorso avevi spiegato sulle nostre colonne il tuo trasferimento dalla UAE Emirates alla Palazzago come un passaggio da diesse a insegnante. Come sta procedendo il percorso in questo ruolo?

«Per un diesse tra professionismo e dilettantismo le differenze sono tante. Tra i pro’ si è in tanti e ognuno ha un ruolo più specifico, qui invece hai in mano più compiti e quindi anche più responsabilità. Come dissi già a voi in quell’intervista, tra gli Under 23 si deve essere un tuttofare. Si insegna praticamente tutto sul ciclismo e sulla vita da corridore e si danno delle indicazioni per provare a farli crescere il più possibile, sia atleticamente che umanamente. Non è un ruolo semplice, ma mi sto trovando bene e anch’io stesso imparo e continuo a scoprire sempre cose nuove. In più provo a importare qui quello che ho appreso alla UAE, tra programmi più precisi o presentazioni dei percorsi delle gare più accurate».

Tiralongo, cos’è che ti ha spinto maggiormente a fare il mestiere di diesse?

«Il mio sogno è quello di costruire una squadra nel Sud Italia, dove ci sono molti talenti che purtroppo per mancanza di fondi e strutture sono costretti a prendere la valigia e partire al Nord, come feci io. Poi però molti di loro non riescono a stare lontano da casa, sentono la mancanza degli affetti e finiscono per perdersi, pur essendo degli ottimi prospetti. Questo non è bello, perché alla fine è giusto dare l’opportunità a tutti di poter almeno provare a fare quello che più piace nella vita. Aver vissuto, come tanti altri, quest’esperienza in prima persona mi spinge a dare il meglio per realizzare in futuro un progetto che nasca dal Sud. Sarebbe bello contribuire anche all’organizzazione degli eventi, visto che da Roma in giù le corse per dilettanti sono pari a zero, come se il Sud Italia non esistesse».

In sostanza valorizzare il Sud Italia ciclistico.

«Sì, mi sono prefissato questa missione e spero di riuscirci. So che non è facile, ma bisogna crederci e lottare».