Ghigino: «Nel 2022 voglio lasciare il segno con la nazionale e passare professionista, altrimenti smetto»

Ghigino
Valter Ghigino con la maglia della Petroli Firenze (foto: fornita Petroli Firenze)
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Valter Ghigino si è dato un anno di tempo: questo, il suo ultimo tra gli Under 23, poi passerebbe tra gli elite. Se non riuscirà a passare professionista tra una manciata di mesi, appenderà la bici al chiodo e si dedicherà a qualcos’altro. Probabilmente ai massaggi: ha già frequentato un corso annuale, la materia lo appassiona, sarebbe un modo per rimanere comunque nel mondo del ciclismo.

«E’ pur sempre la mia passione più grande – spiega lui – Però per adesso preferisco che i massaggi me li facciano. Per farli ho ancora tempo, insomma».

Però ti sei dato un anno di tempo per arrivare tra i professionisti. Non di più.

«Mi sembra giusto così. Questa è la mia quarta stagione tra i dilettanti e non sono mai stato solido come adesso. Il ciclismo di oggi non attende i corridori che hanno qualche anno in più, non voglio ritrovarmi ad aspettare offerte che non arriveranno mai. O la va o la spacca».

Cosa ti manca per interessare qualche squadra professionistica?

«Credo un po’ di costanza. Secondo me è il tratto che distingue un professionista da tutti gli altri. Non serve vincere e poi sparire per dei mesi. Dietro i piazzamenti ci sono tante storie, a volte ho l’impressione che in molti non sappiano leggerli».

Nel 2021 ti sei attestato su buoni livelli: quarto a Montelupo, nono a Possenta, quinto nella prova in linea dei campionati italiani, terzo al Rancilio, sesto al Giro delle due Province e ottavo a Calvatone.

«Sì, sono soddisfatto di quello che ho raccolto l’anno scorso. Al Giro ho fatto fatica, ma una volta che l’ho portato a termine ho potuto contare su un gran gamba. Forse avrei potuto sfruttarla meglio, ma non voglio lamentarmi troppo. Anzi, il quinto posto agli italiani mi ha dato consapevolezza: era una corsa dura e calda, tre dei quattro corridori che mi hanno preceduto sono diventati professionisti».

Hai qualche rimpianto, allora?

«Da ogni gara mi porto via qualche rimpianto, vedendola in questa maniera non se ne uscirebbe vivi. Si commettono degli errori, magari piccoli, anche quando si vince, se è per questo. Mettiamola così: non esiste rimpianto se si capisce dove si è sbagliato».

Questo approccio piacerà a Matteo Provini, il tuo direttore sportivo. Severo ed esigente, ma sa come si lavora coi giovani.

«I primi tempi con lui furono durissimi. Mi facevo forza stringendo i denti e dicendomi che col tempo saremmo entrati in sintonia. Per fortuna è andata così: io ho capito che di uno come Provini ci si può e ci si deve fidare, lui ha capito che su di me può contare. Il suo piglio rimane quello, severo ed esigente, ma è comprensivo come pochi altri. Io so che posso chiamarlo per qualsiasi problema, anche se esula dal ciclismo, e lui starebbe ad ascoltarmi».

Cosa ti rimprovera maggiormente?

«Quello che mi rimproverano tutti: che dovrei ascoltare di più, che la mia idea non è sempre quella più valida. Però so che apprezza la mia meticolosità: sono professionale, faccio tutto quello che va fatto. E nella maniera giusta».

Avete già parlato del calendario?

«Diciamo di sì. Tra le classiche internazionali guardo con interesse al Liberazione e a Capodarco. Due corse diverse, è vero, ma mi piacciono entrambe. E poi mi piacerebbe tornare al Giro d’Italia. L’obiettivo potrebbe essere una vittoria di tappa, più in generale vorrei tornarci perché la reputo un’esperienza unica: fa crescere, responsabilizza».

Liberazione, Capodarco, una tappa al Giro: viene fuori un profilo piuttosto strano di Valter Ghigino.

«Perché sono un corridore strano, effettivamente. In salita gli scalatori mi staccano, in volata i velocisti mi battono. E’ sui percorsi misti che do il meglio di me. E quando la corsa si fa dura, vedi il campionato italiano dello scorso anno. Anche quella, a seconda del tracciato, potrebbe essere una gara buona per me».

Un corridore completo come te potrebbe essere utile anche alla nazionale di Marino Amadori.

«Forse è proprio quello il mio obiettivo principale: guadagnarmi la nazionale e possibilmente lasciare il segno. Partecipare non mi basterebbe, alla fine con tutte le gare che ci sono in un anno essere convocati non è impossibile. Ottenere un bel piazzamento o addirittura vincere, quello sì che sarebbe bello. Nel giro della nazionale sono entrato soltanto una volta tra gli juniores, ho voglia di ritornarci».

Tra i motivi che possono indurti a smettere ci sono anche i tanti sacrifici che il ciclismo richiede?

«No, ormai ci sono abituato. Certo, non è facile, ma non c’è alternativa. Io allo sport mi sono avvicinato facendo nuoto e i sacrifici c’erano anche lì. Ci sono ovunque, mica soltanto nel ciclismo. E poi ormai è da anni che ho capito come funziona l’attività sportiva di alto livello».

Esattamente da quando?

«Da quando sono sbarcato tra gli juniores col Casano. Si cominciava a parlare di obiettivi: oggi si punta ad entrare tra i primi dieci, domani tra i primi cinque, dopodomani alla vittoria. Io ovviamente prima d’allora non avevo mai corso così: partivo, davo tutto quello che avevo, cercavo di arrivare più avanti possibile perché vincere piace a tutti e poi tornavo a casa».

E invece adesso sei qui che parli di professionismo.

«Incredibile, vero? Sono il primo a stupirmi. Quando militavo tra gli juniores guardavo i dilettanti e mi sembrava che corressero ad un livello altissimo, quasi irraggiungibile. Adesso ne faccio parte da quattro anni e vorrei andare oltre. Il ciclismo non è tutta la mia vita, fortunatamente, ma è ciò che amo di più. Per questo spero di farcela».