Grazie al ciclismo ho sconfitto l’anoressia: intervista a Samuele Bonetto

Bonetto
Samuele Bonetto in allenamento con la maglia della Zalf Euromobil Désiree Fior (foto: Angela Faggion - Photors.it)
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Di tutti i fattori che rendono affascinanti una cronometro individuale, Samuele Bonetto si sente attratto specialmente da uno: la lotta contro se stessi. Dice “lotta”, un termine chiaro e inequivocabile: si combatte contro le proprie paure e contro i propri limiti, talvolta anche contro le proprie ambizioni, ora troppo alte e ora troppo basse.
Quella del cronoman che lotta contro se stesso è un’immagine adoperata troppo spesso, va detto, ma il caso di Bonetto fa eccezione: lui con se stesso aveva già lottato prima di scoprirsi ottimo passista. Ne è uscito vincitore? Troppo difficile stabilirlo. Diciamo che ne è uscito, e questo basti.

«Tra la fine delle medie e l’inizio delle superiori mi viene diagnosticata l’anoressia. In quel momento ero una fortezza nella quale nessuno poteva entrare. Arrabbiato, deluso, scontento. All’epoca andavo a nuoto, ho le piscine comunali di Montebelluna a due passi. Avevo iniziato da bambino, mi piaceva: mi toglievo qualche piccola soddisfazione e con alcuni ragazzi era nata una bella amicizia. Con la malattia ho perso tutto: non reggevo più gli allenamenti e passavo tanto tempo da solo. Un po’ mi dispiace».

È allora, nel momento più difficile della sua vita, che ha scoperto il ciclismo. «Nessuno sembrava in grado di potermi salvare: nessuno psicologo, nessun nutrizionista. Ero pelle e ossa, stavo appassendo. Un giorno mio padre, all’ultima spiaggia, mi chiede se voglio andare in bici con lui. Menomale dissi di sì: con quella mountain bike è stato un colpo di fulmine, andammo sul Montello e mi pareva d’essere sulla luna. Chiesi a mio padre quando saremmo ritornati. Lui fu duro, fece bene: mi ricordò che avevo a malapena le energie per vivere, ma se avessi ricominciato a mangiare dimostrando di poter reagire allora mi avrebbe accompagnato di nuovo. Con la bici da strada è andata nella stessa maniera, colpo di fulmine alla prima uscita. Io lo dico sempre, lo devo dire: a me il ciclismo ha salvato la vita, grazie a questa svolta inattesa del mio destino ho sconfitto l’anoressia».

Prima corsa seguita con cognizione di causa: il Giro del 2016, quello che Nibali ribaltò in extremis ai danni prima di Kruijswijk e poi di Chaves. Poi è arrivato Ganna, una manna del cielo per un giovane amante delle cronometro come Bonetto.
«E dire che il ciclismo non l’avevo mai seguito. Anzi, da bambino mi arrabbiavo perché mio padre usciva in bici con gli amici e non giocava con me. Di Nibali ammiro l’eleganza in sella e il coraggio, di Ganna mi hanno stupito umiltà e disponibilità: al ritiro a Gran Canaria tra novembre e dicembre che abbiamo fatto noi pistard mi dava più consigli di quelli che gli chiedevo».

Già, la pista: un’altra avventura. Paura del rapporto fisso, per l’assenza dei freni, per la pendenza delle paraboliche. Bonetto non voleva saperne, ma Villa e Parolisi (direttore sportivo del Giorgione, la sua squadra tra gli juniores) hanno saputo convincerlo.
«Qualche timore ce l’ho ancora, ma mi dico che è normale. Ce l’hanno fatta in tanti, ce la farò anch’io. Comunque Parolisi e Villa c’hanno visto lungo: nel 2021 ho vinto l’europeo e il mondiale nell’inseguimento individuale tra gli juniores. Comunque anche l’esordio su strada fu caratterizzato dalla paura. Gomitate, spallate, sbandate: io, per non saper né leggere né scrivere, o pedalavo lateralmente da solo oppure in coda al gruppo. Mi dissero: però il ritmo lo reggeresti, proviamo con una cronometro individuale, magari da solo ti esprimi meglio. Ero ancora tra gli allievi, quindi dovevo scordarmi attrezzature particolari e bici da crono. Quella cronometro la chiusi tra i primi, era il mio terreno. Da juniores, essendo ingrossato e potendo contare su materiale all’avanguardia, ho fatto diversi passi in avanti».

L’ultimo, sportivamente parlando il più importante della sua giovanissima carriera, è stato il passaggio alla Zalf. Niente male per un veneto al debutto con i dilettanti. La scuola è già archiviata: Bonetto ha fatto la primina e si è già diplomato allo scientifico, scienze applicate. Adesso frequenta Scienze Motorie, università telematica.
«La Zalf è prima un sogno, poi una grandissima opportunità. Con Faresin già c’intendiamo, è uno all’antica, mi piace. Io sogno il mondiale nelle prove contro il tempo e magari la maglia rosa quando il Giro, prima o poi, partirà con un cronoprologo. Come mi definisco? Per ora non m’interessa, grazie. Potrei dire cronoman, ma perché dovrei essere proprio io a mettermi dei limiti? Fatemi capire chi sono, poi saprò fin dove spingermi. Voglio migliorare dappertutto».